«Dentro e fuori dalla cella, la Palestina è un carcere» | il manifesto Intervista a Francesca Albanese,
«L’occupazione militare israeliana ha
trasformato l’intero territorio palestinese occupato in una prigione a cielo
aperto, dove i palestinesi sono costantemente rinchiusi e sorvegliati». È
questa la denuncia contenuta nell’ultimo rapporto presentato alle Nazioni unite
da Francesca Albanese, giurista e Relatrice speciale per i diritti
umani nei Territori palestinesi occupati. Dal 1967, riferisce Albanese, oltre
800.000 palestinesi, compresi bambini, sono stati arrestati e detenuti in base
a regole autoritarie applicate dall’esercito israeliano. Alla Relatrice abbiamo
rivolto qualche domanda.
Francesca Albanese, la detenzione
arbitraria è uno degli aspetti centrali della sua inchiesta.
Ho preso in esame in particolare i
presupposti normativi per cui la detenzione arbitraria è condotta dalle forze
di occupazione israeliane. I palestinesi sono soggetti a lunghe detenzioni
anche per aver espresso opinioni, pronunciato discorsi politici non
autorizzati. Spesso sono ritenuti colpevoli senza prove, arrestati senza mandato,
detenuti senza accusa né processo e brutalizzati durante la custodia. Il focus
è sui palestinesi, perché sono i palestinesi ad essere incarcerati nel
territorio occupato tanto da Israele quanto dalle autorità palestinesi in
Cisgiordania e Gaza. Senza condonare o giustificare in alcun modo gli atti di
violenza che commettono i palestinesi, ho riscontrato, come altri prima di me,
che la maggior parte dei casi di detenzione non avviene in conseguenza di
crimini o reati. Avviene per aver commesso azioni che dal punto di vista del
diritto internazionale sono semplici atti di vita ordinaria. Per capirci,
parliamo dell’attraversare una zona nel territorio occupato che Israele
dichiara per qualche motivo chiusa. Organizzare una riunione di 10 o più
persone in cui si parla di temi politici senza l’autorizzazione del governo
(militare) comporta l’arresto fino a 10 anni. Il 95% dei palestinesi viene
arrestato in prossimità delle colonie israeliane che ormai sono 270 nel
territorio occupato, con 750.000 coloni.
Tutto ciò, lei afferma, avviene in un
contesto che definisce di «carceralità diffusa».
Sì, descrivo l’ingabbiamento della
popolazione. Si pensi al Muro (alzato da Israele in Cisgiordania, ndr), alle
colonie che sono costruite per circondare, per strozzare la crescita urbana
delle città e dei villaggi palestinesi. Si pensa ai 400 km di strade segregate
che non sono accessibili e utilizzabili dai palestinesi e a come spezzino la
continuità del territorio palestinese. Poi ci sono i permessi che i palestinesi
devono ottenere per costruire una casa, prendere la residenza, andare in una
determinata scuola, per viaggiare all’estero, per ricevere visite familiari.
Persino le relazioni amorose sono regolate da ordini militari.
Quanto queste detenzioni sono la conseguenza
anche della sorveglianza digitale.
Per questo argomento mi sono state utili
le testimonianze dei militari dell’associazione (israeliana) Breaking the
silence, che ben spiegano come la tecnologia digitale che si è sviluppata negli
ultimi 10 -15 anni abbia cambiato il modo di controllare e monitorare i
palestinesi. Dal seguire le loro conversazioni su Facebook al monitoraggio dei
flussi telefonici. Fino alla triangolazione di tutte le informazioni sulla loro
vita, anche i controlli medici. I palestinesi sono facilmente ricattabili
perché tutte le loro informazioni private sono nelle mani degli israeliani. Dal
2013 in poi sono aumentati gli arresti preventivi in seguito all’utilizzo dei
social media.
I palestinesi denunciano il sistema della
doppia giustizia in Cisgiordania: loro sono giudicati dalle corti militari, i
coloni dalle corti civili.
Questo dualismo legale che è stato
criticato in passato anche dall’ex giudice della Corte suprema israeliana
Barack. E ha permesso il cristallizzarsi dell’apartheid. La vita dei
palestinesi è regolata da legge marziale. Anche i minori palestinesi vengono
portati dinanzi a giudici militari. Ben diverso è il caso dei coloni che pure
si macchiano di gravi reati contro i civili palestinesi e le loro proprietà.
Raramente sono portati in giudizio. Più che di doppia giustizia dobbiamo
parlare di impunità per i coloni
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