Haaretz ; Dalla vendetta alla pace: in migliaia partecipano al memoriale congiunto israelo-palestinese per le vittime del conflitto – Voci critiche contro questo Memoriale
Palestinesi: cultura-storia-.società civile-economia
1 Ran Shimoni
24 aprile 2023 – Haaretz
Circa 200 palestinesi hanno partecipato alla cerimonia di Tel Aviv, dopo che la corte suprema israeliana ha ordinato allo Stato di concedere loro i permessi di ingresso; un piccolo numero di attivisti di destra ha dimostrato ai margini della manifestazione
Lunedì notte a Tel Aviv migliaia di persone hanno partecipato a una cerimonia commemorativa congiunta israelo-palestinese per le vittime del conflitto, sfidando un pugno di attivisti di destra che hanno gridato invettive cariche d’odio.
Per i partecipanti alla cerimonia nel parco Ganei Yehoshua di Tel Aviv, in gran parte privo di illuminazione, è stato difficile trovare la strada. Non c’erano segnali stradali quindi, significativamente, le persone sono giunte alla cerimonia [immerse] nell’oscurità e nell’incertezza. Ma hanno proseguito nella speranza di raggiungere alla fine il luogo giusto, quello pieno di luce. Non avrebbe potuto esserci per loro un viaggio che rispecchiasse meglio il momento attuale.
“Il mio cuore è sempre stato qui, ma in verità questa è la prima volta che vengo”, ha detto Einav Oren, 38 anni, del Kibbutz Revadim. “È davvero commovente trovarsi qui, vedere le persone. C’è una quiete speciale qui.
È difficile non percepire il potere di questa quiete. È composta da migliaia di persone, israeliane e palestinesi, sedute sulle sedie di plastica poste sul prato e in attesa che si ripeta il miracolo che accade ogni anno – una serata condivisa dalle famiglie in lutto di entrambe le parti del conflitto, che piangono insieme per la morte dei loro cari e, cosa più importante, chiedono di essere le ultime famiglie in lutto.
Una di loro era Anat Marnin-Shahar. I suoi fratelli maggiori, Pinhas e Yair Marnin, furono uccisi nella guerra dello Yom Kippur [tra una coalizione araba, composta principalmente da Egitto e Siria, e Israele, ndt.] del 1973 quando lei aveva 16 anni.
“Eccoci”, ha detto alle persone lì riunite. “Le persone a cui il conflitto ha sottratto la cosa più preziosa di tutte vogliono e possono gridare: ‘Basta!’”
Come accaduto anche negli anni precedenti, la partecipazione all’evento delle famiglie palestinesi ha richiesto una battaglia legale da parte di Combatants for Peace e Parents Circle – Families Forum, i due gruppi che ogni anno organizzano la cerimonia. Anche questa volta, nonostante il governo la stia portando al patibolo, la Corte Suprema ha negato ai rappresentanti del governo il potere di impedire ai palestinesi di partecipare.
“Ogni persona dovrebbe osservare il Giorno della Memoria secondo le proprie convinzioni”, ha scritto nell’ordinanza il giudice Isaac Amit. “Ognuno sopporta la propria sofferenza, il dolore e il distacco, in maniera personale”.
Le critiche israeliane alla cerimonia sono note, e si sono fatte vive a poche decine di metri di distanza (“Stanno tenendo una giornata commemorativa per i nazisti palestinesi”, ha gridato al megafono un manifestante durante un discorso rotto dal pianto di Yuval Sapir, che ha perso sua sorella in un attentato suicida a Tel Aviv nel 1994). Ma per i circa 200 palestinesi convenuti la strada è stata ancora più lunga, non solo per la necessità di ottenere un permesso speciale per entrare in Israele, ma anche per la necessità di superare le critiche interne.
“Ho amici a casa che non mi capiscono”, ha detto Yousef Abu Ayyash, ventenne residente a Hebron. “Ho dei parenti che sono stati uccisi a causa dell’occupazione. Ma se voglio promuovere la pace questo è il modo migliore per farlo. Qui incontro israeliani che vogliono la stessa cosa che voglio io”.
Yusra Mahfuz, che vive in un campo profughi adiacente a Ramallah, ha parlato della morte di suo figlio, Ala’a, nel 2000. “All’inizio, dopo aver perso mio figlio, ho sentito il bisogno di vendetta. Inizialmente rifiutavo soltanto l’idea di sedermi faccia a faccia con il nemico che ha portato via mio figlio, ma lentamente il desiderio di vendetta è stato sostituito dal desiderio di pace e di un futuro migliore”, ha detto. “Faccio appello alle madri israeliane che mi stanno guardando ora: il nostro lutto è lo stesso, il nostro dolore è lo stesso. Oggi, più che mai, possiamo vedere quanto sia importante lavorare insieme. E porremo fine allo spargimento di sangue. Quando è troppo è troppo.”
Più israeliani che mai
C’erano più israeliani che mai. Decine di migliaia di persone si sono iscritte in anticipo e diverse migliaia si sono semplicemente presentate. Gli organizzatori non avevano una spiegazione plausibile per questi numeri.
Ishay Hadas, uno dei principali organizzatori delle proteste contro la prevista riforma giuridica del governo e che partecipa ogni anno alla cerimonia congiunta, ha espresso la speranza che “qualcosa del grande spirito democratico delle manifestazioni sia arrivato anche qui, restituendo una speranza alla gente”.
Tuttavia, sostiene di non pensare che l’affluenza alla cerimonia dica qualcosa sulla direzione che prenderanno le proteste a livello nazionale. “è triste, perché le manifestazioni offrono un’opportunità per un vero cambiamento, al di là della salvaguardia dello status quo”, afferma. “Ma la società israeliana non lo vuole”.
“Sono contento che almeno qui si possa vedere il cambiamento”, aggiunge.
I volti dei partecipanti mostravano chiaramente la loro empatia, non verso se stessi – dopo anni di molestie, minacce e umiliazioni non ne sentono più la necessità – ma per l’altra parte. Gli ebrei chiedono quella del proprio popolo nei confronti dei palestinesi, e i palestinesi la richiedono verso gli ebrei.
L’intera cerimonia richiede empatia, non nel senso superficiale di sentimenti affettuosi, ma nel senso originale, più profondo e genuinamente sovversivo della parola: un’empatia il cui obiettivo è la capacità di mettersi nei panni di un altro. Quello è il terreno in cui può crescere la possibilità del “vero cambiamento” di cui parla Hadas.
In questo Giorno della Memoria così diviso, quando le famiglie in lutto combattono tra loro e una rabbia senza precedenti nei confronti dei rappresentanti di governo si è sovrapposta al lutto, questa cerimonia commemorativa condivisa, che già nel corso dei precedenti Giorni della Memoria ci siamo abituati a vivere come l’evento più carico di emozione in Israele, ha goduto di una quiete speciale in mezzo al chiasso delle lotte intestine nel resto del Paese. Quest’anno la cerimonia a Ganei Yehoshua potrebbe essere stata se non altro la cerimonia commemorativa più unificante di tutte.
(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)
C’è qualcosa che mi disturba nella cerimonia commemorativa israelo-palestinese
Anche se apprezzo l’iniziativa di organizzare la cerimonia commemorativa congiunta per israeliani e palestinesi, ho comunque un problema. Il problema riguarda la sostanza e le pubbliche relazioni. La cerimonia è impostata in termini di simmetria e uguaglianza, come se non ci fossero occupanti e occupati, come se entrambe le parti fossero vittime delle circostanze. E anche l’ipocrita insistenza di molti partecipanti sul fatto che i palestinesi presenti non stanno piangendo i terroristi uccisi dalle Forze di Difesa israeliane, ma piuttosto i loro cari innocenti, contrariamente alle affermazioni dei calunniatori di estrema destra.
In altri termini, va bene che i caduti ebrei siano soldati uccisi in Libano o a Shujaiyeh, ma il cielo non voglia che siano palestinesi della milizia della Tana del Leone, per esempio, o del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Un buon palestinese è colui che non oppone resistenza all’occupazione. Come vorrebbero gli israeliani, loro stessi possono essere vittime anche come soldati, ma i palestinesi no. Questa è di fatto una depoliticizzazione della lotta palestinese per la libertà. Solo agli israeliani è consentito.
Ho un’avversione per le tendenze, come il ritorno di Peace Now, la parola “occupazione” e le manifestazioni politiche. Quest’anno è tornata in auge anche la cerimonia commemorativa israelo-palestinese, alla quale hanno partecipato 15.000 persone, secondo gli organizzatori. La maggior parte di loro erano ebrei israeliani, naturalmente. Erano seduti accanto a famiglie palestinesi in lutto provenienti dalla Cisgiordania che, dopo che la loro richiesta di entrare in Israele per l’evento era stata negata, sono state ammesse per ordine dell’Alta Corte di Giustizia.
Certo, la cerimonia non può essere considerata un ritorno, dal momento che non è mai stata particolarmente popolare, ma questo è stato il suo anno, soprattutto grazie alla recente ondata di proteste in Israele. Forse anche grazie al suo momento, subito dopo la morte dello scrittore Yehonatan Geffen, che secondo il giornalista Avishay Ben-Haim era l’incarnazione dello spirito israeliano. Dopo la sua scomparsa, si è saputo che Geffen aveva registrato una canzone per la cerimonia commemorativa congiunta.
Questo ha migliorato notevolmente il modo in cui molti israeliani non radicali che abbracciano il sionismo e lo spirito della Dichiarazione di indipendenza di Israele hanno visto la cerimonia. È come se avessero ricevuto il permesso da questo loro rabbino laico, risolvendo il loro dilemma. Ora potevano partecipare all’evento israelo-palestinese e poi, un giorno dopo, celebrare il Giorno dell’Indipendenza di Israele.
Più in generale, molti paradossi israeliani sono stati recentemente risolti. Potreste iscrivervi alla pagina Facebook Uniform Challenge Hebrew e postare una vostra foto in uniforme, per poi partecipare alla cerimonia di commemorazione congiunta di israeliani e palestinesi, seguita dalla festa di protesta della vigilia del Giorno dell’Indipendenza in Kaplan Street a Tel Aviv.
Si può fremere al sorvolo dell’Israel Air Force la mattina seguente e poi partecipare alla manifestazione del sabato sera con cartelli che recitano “Nessuna democrazia con l’occupazione” e “Nessuno è libero finché tutti non sono liberi”. Ci si può opporre all’occupazione e all’appropriazione della terra palestinese da parte dei coloni e vivere in un kibbutz costruito su quella che era terra palestinese senza pensare che il discorso sull’appropriazione della terra e sulla sua equa distribuzione riguardi quella terra.

Le risposte a “Che cos’è israeliano ai tuoi occhi”, la domanda che Yair Lapid poneva notoriamente a tutti gli ospiti del suo talk show, devono ora includere qualsiasi cosa, tutto è fluido, compreso tutto e il suo contrario: la lotta, la fede e le opinioni politiche. Ciò che la gente normale trova paradossale, per gli israeliani è uno stile di vita. E se, ad esempio, le manifestazioni a favore della democrazia spingono i dirigenti a dichiarare “siamo fratelli” e a bloccare la revisione giudiziaria, cosa succederà alla cerimonia commemorativa congiunta dell’anno prossimo? Possiamo prevedere un calo della partecipazione israeliana? Il tempo ce lo dirà.
Ma nel frattempo, questa settimana si è tenuta la cerimonia congiunta, ed è importante se non altro perché la destra, da quella morbida a quella estrema, la detesta. A volte questo è un motivo sufficiente per sostenere qualcosa.
Traduzione a cura di AssoPacePalestina
Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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