Avi Shlaim invita ad una riflessione critica.Come lo stesso sionismo, lo Stato è diventato un movimento di insediamento coloniale


Come lo stesso sionismo, lo Stato è diventato un movimento di insediamento coloniale

Gli israeliani si avvicinano al 75-esimo anniversario della creazione del loro Stato in un uno stato d’animo sottomesso e cupo. La società israeliana è profondamente divisa, il paese è in preda a una crisi costituzionale, e non c’è consenso sul come celebrare questo traguardo. Da una parte Israele può vantarsi di qualche successo significativo in campo economico, tecnologico, scientifico e culturale. Nella sua finalità principale del fornire un porto agli ebrei disseminati nel mondo, infondendo loro un senso di appartenenza alla nazione e forgiando un moderno Stato-Nazione, il sionismo ha avuto un successo brillante.


Successo che comunque è venuto ad un prezzo, prezzo che il popolo palestinese è stato forzato a pagare. Il 1948 è stato un anno di trionfo e di tragedia, un trionfo israeliano e di tragedia palestinese. Quello che gli israeliani chiamano la “Guerra di indipendenza” in arabo è conosciuta come la Nabka. (la catastrofe): circa 750.000 palestinesi, più della metà della popolazione araba del paese divennero rifugiati e il nome Palestina fu cancellato dalle carte geografiche. Settantacinque anni dopo non c’è soluzione in vista per il problema dei rifugiati e ai palestinesi sono ancora negate la libertà, l’indipendenza e la statualità.


Prima della fondazione di Israele il sionismo era apertamente un movimento di colonialismo di insediamento. Il suo fine ultimo era di costruire uno Stato ebraico sul più possibile territorio palestinese, con meno arabi possibile all’interno dei propri confini. I leader sionisti hanno parlato dello sviluppo del paese per i benefici dei due popoli che vivevano lì, ma questo era in gran parte vuota retorica. Visto che il sionismo è essenzialmente un movimento di insediamento colonialista, così lo è la sua progenie, lo Stato di Israele.


La logica di controllo del colonialismo di insediamento è di sottomettere e di espellere i nativi. Noam Chomsky, un eminente intellettuale ebreo americano, ha affermato che il colonialismo di insediamento è la forma più sadica di imperialismo. In Palestina, i leader sionisti non erano sadici ma sono stati spietati nel raggiungimento del loro obiettivo.


Nel 1948, in seguito al rifiuto arabo del piano di spartizione dell’ONU, hanno sfruttato l’opportunità offerta da un attacco militare arabo per estendere il territorio del loro Stato emergente oltre i confini disegnati dai cartografi dell’ONU, e di portare avanti una pulizia etnica di larga scala della Palestina. Dopo la Guerra, tutta l’enfasi è stata sull’Aliah, o l’immigrazione, nell’accoglienza degli ebrei della diaspora, (“ingathering of the exiles”), la costruzione della nazione e il promuovere il bene della popolazione ebraica. La minoranza araba in Israele fu tenuta sotto un’amministrazione militare fino al 1966. Durante questo periodo il carattere di insediamento coloniale del nuovo Stato fu oscurato, ma fondamentalmente non cambiò.


Ci volle la guerra del 1967 per riaprire la questione degli obiettivi e delle rivendicazioni territoriali del sionismo e riportare in piena luce gli aspetti coloniali del progetto. Il triplicarsi del territorio sotto controllo militare israeliano ha anche riaperto il dilemma che il movimento sionista ha avuto davanti fin dai primi giorni: la terra delle sue aspirazioni era già abitata da un’altra popolazione: Come l’allora Primo ministro Levi Eskhol non si stancò mai di ripetere ai suoi colleghi del Partito Laborista: ”Vi pace la dote, ma non vi piace la sposa”.


Spesso ci si dimentica che non è stato il Likud di destra ma un governo guidato dal partito laborista a promuovere la colonizzazione della West Bank, Gerusalemme est e Gaza dopo il 1967. Non appena i fucili hanno taciuto ha cominciato a costruire insediamenti civili su territorio palestinese occupato — in contravvenzione alla IV Convenzione di Ginevra. La convergenza del nazionalismo secolare e del messianismo religioso all’indomani della vittoria alimentò la crescita del movimento dei coloni. Dieci anni dopo contribuì anche nel portare al potere il Likud sotto la leadership di Menachem Begin.


Il Likud vede la Giudea e la Samaria, i nomi biblici della West Bank, come una parte integrante di Israele. I governi del Likud videro un massiccio incremento delle risorse destinate agli insediamenti. I governi laboristi autorizzarono insediamenti solo nelle aree che intendevano mantenere in seguito ad un negoziato che terminasse il conflitto. I governi del Likud hanno incoraggiato la costruzione di insediamenti per tutta la West Bank per assicurarsi che nessuna parte di essa potesse essere ceduta nel caso di un ritorno al potere dei laboristi.


L'occupazione inflisse una terribile sofferenza alla popolazione occupata: confisca di terra, restrizioni al movimento, detenzione senza processo, tortura, “assassinii mirati”, uccisione indiscriminata di civili e demolizioni di case. Ma l'occupazione ha avuto conseguenze di vasta portata anche per l'occupante, principalmente nell'erosione delle fondazioni della democrazia israeliana.


Non è un'esagerazione dire che l'occupazione ha trasformato Israele in uno stato di polizia repressivo. Questo ha avuto ripercussioni ad ogni livello della società israeliana. Il numero dei coloni è continuato a crescere, (si stima che siano adesso 700.000, o quasi il 10% della popolazione ebraica di Israele). Il potere politico della lobby degli insediamenti è cresciuto esponenzialmente. La cultura politica dei coloni ha infettato la parte restante del corpo politico israeliano con intolleranza, fanatismo religioso, xenofobia e islamofobia.


L'attuale coalizione di governo, guidata da Benyamin Netanyahu, riflette il lento ma costante spostamento a destra della società israeliana nell'ultimo mezzo secolo. E' il governo più di destra, più autoritario, e più apertamente razzista nella storia di Israele. Esso rappresenta il brutto volto del colonialismo di insediamento. Netanyahu che è a processo per serie accuse di corruzione (che lui nega), personifica alcuni degli aspetti più negativi del sionismo senza nessuna delle sue grazie salvifiche. Tra i suoi ministri ci sono coloni e politici ebrei suprematisti dichiarati come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich a cui Netanyahu ha dato ampi poteri per sovraintendere alle forze di occupazione nella West Bank.


Israele era solito vantarsi di essere un'isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Oggi, mostra sempre di più alcune delle caratteristiche negative della regione in cui non ha mai voluto essere integrato.


Si può discutere se Israele pre-1967 fosse una democrazia. Si definiva una democrazia ebraica, che è un ossimoro: uno Stato ebraico è intrinsecamente razzista; una democrazia lo è per tutti i cittadini. Ma gli arabi potevano votare e il paese aveva le regole e le procedure che adempievano ai requisiti base di una democrazia.


Lo stesso non può essere detto del progetto coloniale sionista oltre i confini del 1967, conosciuti come Linea verde. La relazione qui è tra occupante ed occupato, signore coloniale e popolazione soggiogata. Questa situazione è meglio descritta come etnocrazia, in cui un gruppo etnico ne domina un altro. Comunque c'è una parola più sinistra di questa: apartheid.


B'Tselem, una organizzazione per i diritti umani rispettata, ha pubblicato un documento di sintesi nel gennaio 2021 intitolato "un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al mar Mediterraneo: questa è apartheid". In passato B'Tselem aveva riferito solo sulle violazioni dei diritti umani nei Territori occupati. Il suo documento nel 2021 concludeva che "L'intera area che Israele controlla tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo è governato da un unico regime che lavora per accrescere e perpetuare la supremazia di un gruppo su di un altro. Architettando lo spazio geograficamente, demograficamente e fisicamente il regime consente agli ebrei di vivere in un'area ininterrotta, con più diritti, compresa l'auto determinazione, mentre i palestinesi vivono in aree separate tra loro e godono di meno diritti." Il nodo del colonialismo d'insediamento sionista viene al pettine. ("The chickens of Zionist settler-colonialism have come home to roost.").


Ho avuto esperienza della trasformazione della società israeliana nell'ultimo mezzo secolo a livello personale. A metà degli anni sessanta ho servito lealmente e orgogliosamente nell'esercito israeliano perché provavo che l'IDF fosse fedele al suo nome: era Forze di Difesa Israeliane. Dopo la guerra del 1967, il suo carattere cambiò gradualmente. Divenne la forza repressiva di polizia di un brutale potere coloniale.

Per quanto mi riguarda. quindi, non guardo al 75 esimo compleanno di Israele come un motivo di celebrazione ma piuttosto come un'occasione per una riflessione critica e di un esame di coscienza.


Avi Shlaim è professore emerito di relazioni internazionali all’università di Oxford. E’ membro dell’Accademia Britannica e autore de “Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo”.


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