GIDEON LEVY - SAMEH AQTASH ERA UN OPERATORE UMANITARIO AMICO DI TUTTI. NON LO HA SALVATO DAL POGROM
tradotto da :
Beniamino Benjio Rocchetto
Gideon Levy
Fonte: https://archive.md/.../00000186-cdf3-d739-a9cf-ddfb43a10000
L'operatore umanitario Sameh Aqtash era appena tornato dalla Turchia nel suo piccolo villaggio in Cisgiordania dopo aver organizzato trasporti di derrate alimentari per i sopravvissuti al terremoto. È stato ucciso a colpi di arma da fuoco quando sono passati di lì coloni pogromisti diretti alla città di Huwara. Di Gideon Levy e Alex Levac - 11 marzo 2023 In un video di famiglia si vede Sameh che nutre Reem con latte da un biberon accarezzandola dolcemente.
Beniamino Benjio Rocchetto
Gideon Levy
Fonte: https://archive.md/.../00000186-cdf3-d739-a9cf-ddfb43a10000
L'operatore umanitario Sameh Aqtash era appena tornato dalla Turchia nel suo piccolo villaggio in Cisgiordania dopo aver organizzato trasporti di derrate alimentari per i sopravvissuti al terremoto. È stato ucciso a colpi di arma da fuoco quando sono passati di lì coloni pogromisti diretti alla città di Huwara. Di Gideon Levy e Alex Levac - 11 marzo 2023 In un video di famiglia si vede Sameh che nutre Reem con latte da un biberon accarezzandola dolcemente.
Reem è una gazzella che Sameh Aqtash ha trovato in natura e adottato. Reem è la parola araba per quella delicata creatura, ed è anche il nome della figlia di 8 mesi di Sameh. Ora non sarà più in grado di prendersi cura di nessuna delle due: un israeliano armato, forse un colono, ma forse un soldato, la scorsa settimana ha sparato a Sameh, 37 anni. "Omicidio" è il modo migliore per definire quell'atto orribile. È stata la notte in cui i coloni si sono scatenati nella città di Huwara, il 26 febbraio, il giorno dopo che due coloni israeliani sono stati uccisi nelle vicinanze da attentatori palestinesi.
Alcuni tra folla inferocita, impediti dall'unirsi al Pogrom da posti di blocco dell'esercito eretti dopo qualche ritardo, hanno deciso di sfogare la loro rabbia sugli abitanti del vicino, piccolo e tranquillo villaggio di Za'atara. Quando gli abitanti del villaggio hanno cercato di proteggere se stessi e le loro proprietà dai rivoltosi che stavano per invadere Za'atara, sotto la protezione delle Forze di Difesa Israeliane, qualcuno ha sparato e ucciso Sameh. Era una persona unica, un devoto musulmano che ha viaggiato per il mondo e si è offerto volontario per aiutare i bisognosi.
Quattro giorni prima di essere assassinato, era tornato da un soggiorno di 10 giorni in Turchia, dove aveva aiutato i sopravvissuti al recente terremoto. Alcuni anni fa ha viaggiato attraverso l'Asia e l'Africa, aiutando a costruire moschee e a scavare pozzi in Bangladesh e Uganda. Ora è morto. E la sua morte rischia di rimanere impunita. Za'atara è un villaggio di 80 anime, tutte della stessa famiglia, che vivono in un fitto gruppo di case su una collina a Nord dello svincolo stradale per Za'atara, noto anche come Tapuah. La Statale 60 passa da lì sulla strada per Huwara, che porta a Nablus. Israele non consente la costruzione nel minuscolo villaggio, quindi la maggior parte della generazione più giovane della comunità è costretta a trasferirsi nella vicina città di Beita. Una recinzione circonda Za'atara; in una piccola zona industriale alle porte del villaggio c'è l'officina di lavorazione dei metalli dei fratelli di Sameh, il negozio di ferramenta di suo cugino e la fabbrica di proprietà dello stesso Sameh, Abu Yusuf Stoves, che produce ogni anno circa 2.000 stufe a legna in ferro e importa anche modelli dalla Turchia.
Una stufa prodotta da Sameh costa 500 shekel (130 euro), una importata costa 2.000 shekel(520 euro). Le stufe di produzione locale sono l'orgoglio di Za'atara. Sono vendute anche in Israele: con una scheda commerciale completa di logo. I suoi fratelli, Abd el-Munaim, 49 anni, e Rashdan Aqtash, 47 anni, sono nella loro angusta fabbrica, dove producono recinzioni metalliche, inferriate e strutture per le fermate degli autobus. Il loro defunto fratello era seduto sulla panchina di una fermata dell'autobus in mostra di fronte la fabbrica pochi minuti prima di essere ucciso.
I fratelli si assomigliano nelle loro vesti tradizionali, nelle barbe e nelle espressioni facciali. Fanno molti affari con Israele; Abd el-Munaim parla un buon ebraico, come Sameh. Ora ci sono cinque fratelli e cinque sorelle in famiglia; un fratello vive a Bursa, nella Turchia nordoccidentale, gli altri fratelli sono sparsi qui, tra Za'atara e Beita. Siamo seduti con Abdulkarim Sadi e Salma a-Deb'i, due ricercatori sul campo dell'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, nell'ufficio di un magazzino di proprietà del cugino di Sameh, Ayman Aqtash, nella zona industriale. Ayman ci mostra i filmati delle telecamere di sicurezza ripresi quella domenica sera.
Quella mattina la famiglia aveva lavorato come al solito. Verso mezzogiorno furono uccisi due fratelli del vicino insediamento colonico di Har Bracha; verso sera gli Aqtash hanno appreso tramite i social media che i coloni stavano progettando di vendicare le morti e di prendere d'assalto Huwara. Gli uomini di Za'atara si sono radunati davanti all'officina di lavorazione dei metalli, all'interno della recinzione, e hanno atteso gli sviluppi. All'inizio erano circa 10. Quando scese l'oscurità chiusero il cancello di ferro e spensero le luci. Non erano mai stati attaccati dai coloni; infatti, ci dicono, avevano buoni rapporti con loro, soprattutto Sameh, che era amico di una coppia, Rachel e Yisrael, di Kfar Tapuah, un insediamento dall'altra parte della strada. Li aveva persino incoraggiati a sposarsi. Quando una delle figlie di Sameh si ammalò di un disturbo cardiaco, Rachele portò le sue medicine da Israele. I suoi fratelli aggiungono che Sameh ha usato la sua Land Rover 4x4 per tirare fuori dalla neve e dalla sabbia un bel po' di viaggiatori, tra cui israeliani. Verso le 20:00 alcune decine di coloni sono stati avvistati lungo la Statale 60, non lontano da Za'atara, ci raccontano Abd el-Munaim e suo cugino Ayman. Mentre marciavano, gridavano denigrazioni e maledizioni contro i palestinesi, incluso il consueto "Morte agli Arabi!". Alcuni erano armati di pistole, altri erano mascherati. Circa 10 di loro hanno deviato dalla strada e si sono avvicinati minacciosamente alla recinzione di Za'atara. Avevano in mano delle taniche di benzina e apparentemente intendevano appiccare il fuoco a una gru di proprietà della famiglia Aqtash, che era parcheggiata all'esterno. Gli uomini del villaggio decisero di scacciarli. Sono usciti dal loro nascondiglio nell'officina di falegnameria, sorprendendo i coloni, colpendo le pareti di lamiera dell'edificio e lanciando pietre per spaventarli.
I coloni sono fuggiti, ma gli abitanti del villaggio sono rimasti pervasi dalla paura che tornassero. Gli uomini chiamarono il capo del consiglio di Beita per informarlo dei coloni e del timore che sarebbero tornati. Su loro richiesta, ha chiamato l'Ufficio di Coordinamento e Collegamento palestinese e ha anche reclutato circa 100 residenti della sua città, che sono arrivati in breve tempo per assistere il gruppo di Za'atara. I coloni infatti riapparvero, circa un'ora dopo, questa volta in numero maggiore, insieme a un coordinatore della sicurezza dell'insediamento nel suo veicolo, probabilmente da Tapuah.
Si sono avvicinati anche alcuni blindati dell'IDF; i loro occupanti inizialmente osservarono pigramente gli eventi dalla strada. Il filmato della telecamera di sicurezza mostra decine di coloni sulla strada, alcuni che cercano di abbagliare gli abitanti assediati puntando torce elettriche con raggi laser verdi sui loro volti. Poi si sentono degli spari. Gli abitanti del villaggio stimano che siano stati sparati contro di loro decine di colpi; le pareti dell'officina metallica sono crivellate di fori di proiettile. L'unico colono armato di mitragliatrice e non di pistola era il coordinatore della sicurezza, così come i soldati, che dopo un po' si sono uniti alla sparatoria.
Prima che iniziassero gli spari, Sameh si era avvicinato ai rivoltosi e aveva cercato di convincerli ad andarsene. Lui e l'uomo della sicurezza si sono urlati addosso. "Prendi la tua gente e vattene da qui", ha urlato Sameh, e l'uomo ha risposto: "Vattene tu!". "Sono a casa mia", ribatté Sameh. Le urla tra i due si intensificarono. Per questo i fratelli di Sameh pensano sia stato il coordinatore della sicurezza a sparare il colpo fatale. Alcuni dei suoi parenti dicono di aver visto una figura in abiti civili posizionarsi sulla strada in posizione di tiro, ma il filmato non mostra chi ha sparato a Sameh. "Qualcuno a cui viene sottratto qualcosa", dice uno dei suoi fratelli, "cercherà di riprendersela con la forza. Volevano bruciare le nostre case e così abbiamo iniziato a urlare contro di loro e lanciare pietre. Dopo la prima pietra hanno iniziato a spararci con proiettili letali, non proiettili di gomma o granate lacrimogene, solo fuoco vivo".
Un video* pubblicato sul sito di Haaretz questa settimana dalla giornalista Hagar Shezaf mostra che i soldati erano presenti quando Sameh è stato colpito e non hanno fatto nulla. L'Unità del Portavoce dell'IDF ha detto ad Haaretz che "le circostanze della morte del defunto sono state chiarite". Un chiarimento, nemmeno un'indagine. [* Video: https://youtu.be/46RGwO51H8M] Sameh è stato colpito all'addome e si è accasciato. Tutte le strade sono state bloccate dall'IDF, e Sameh ha dovuto essere trasferito da un veicolo privato all'altro, attraverso strade sterrate, finché non sono riusciti a raggiungere il piccolo ospedale di Huwara. C'era poco che i medici potessero fare lì. Il proiettile era esploso nel corpo di Sameh e lo aveva devastato. Sameh ha lasciato la moglie Ahlam, 32 anni, e cinque figli: Assiya, 15, Yusuf, 12, Huda, 10, Yunis, 5, e la piccola Reem.
La famiglia lo aveva accompagnato alcune settimane prima in Turchia, dove avevano soggiornato a casa di suo fratello, Yasir, a Bursa. I fratelli organizzarono due trasporti carichi di viveri, ottennero un permesso dalle autorità competenti e si recarono nelle zone disastrate di Antakya, Iskenderun e Reyhanli per aiutare negli sforzi di recupero. Durante la visita, vediamo una famiglia straordinaria che sta mostrando una grande serenità in risposta alla tragedia che li ha colpiti, a causa della loro fede. "Questo è ciò che Allah ci ha riservato", dice semplicemente Abd el-Munaim.
Senza lacrime, i fratelli parlano del loro fratello, che dicono si sia sempre prodigato per aiutare gli altri. Ricordano che quando uno dei negozi che Abd el-Munaim possedeva nel mercato di Beita fu incendiato durante i disordini scoppiati lì nel 2014, durante lo svolgimento di uno sciopero della fame dei prigionieri palestinesi in Israele, Sameh portò immediatamente lo scheletro di un camion di proprietà della fabbrica di lavorazione dei metalli. Da esso ha modellato una struttura temporanea per sostituire il negozio che era andato a fuoco; lo portò a Beita senza dire una parola a suo fratello. "Non voleva un centesimo", dice suo cugino Ayman. "Da non credere. Quello era Sameh". Ora i suoi fratelli si sono mobilitati per prendersi cura dei suoi figli senza padre e di Reem, la piccola gazzella.
Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell'Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell'Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso. Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l'Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.

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Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell'Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell'Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso. Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l'Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.

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