Ennio Cavalli : Preghiera ai pesci di Cutro. Chi sono le persone morte sulla spiaggia di Crotone
Cari pesci
che nuotate, nuotate e non sapete cos’è affogare,
abbiate pietà, almeno voi, dei bambini
scoppiati col fasciame del barcone e morti in mare,
non mangiateli con tutte le scarpe come orchi con le pinne, lasciate che i corpi tocchino la riva
dove qualcuno legherà un palloncino rosso
alla caviglia, al polso, a qualche arto riconoscibile
e sarà già qualcosa.
Amici pesci
Dio vi salvi, siamo tutti pezzi d’onda,
ma saltate il banchetto, questa volta,
il banchetto offerto dal nostro disservizio,
non buttatevi sui bambini e neanche sul garbuglio
degli adulti, si sa che non sapete quello che fate,
il pesce grosso mangia quello piccolo,
ma non prendete a morsi quelli grossi morti, se potete,
girate al largo, per favore, non siate squali come ce n’è quassù,
siate pesci dialoganti come con Francesco, Antonio
e Gesù, che vi moltiplicò sfilettando in parti uguali
due di voi pronti al sacrificio,
non ne cercò altri per il refettorio.
Signori pesci
date tempo ai bambini, ai problemi,
agli sbandati con i piedi nella nafta
di reincarnarsi in allodole, fiori di cotone,
acqua di fonte, in qualcosa che non sia distanza
nell’enormità dell’esistenza,
fate voi da mano santa come l’Apostolo
che cavò dalla bocca del san pietro
la moneta d’argento per Cesare.
L’ultimo libro di Ennio Cavalli si intitola Amore manifesto (La nave di Teseo 2022)
2 Chi sono le persone morte sulla spiaggia di Crotone
Chi sono le persone morte sulla spiaggia di Crotone >
Al padre del ragazzo, che vive in Iran, non ha ancora avuto il coraggio di dire che il figlio di quindici anni è morto. “Se lo sapesse morirebbe anche lui, temo che non reggerebbe una notizia del genere. Gli ho detto al telefono che Meysam è all’ospedale, dopo il naufragio. Nei prossimi giorni dirò che non ce l’ha fatta”.
Piange, silenziosamente. Hadi Ghasemi, 40 anni, è arrivato da Amburgo a Crotone per riconoscere il corpo senza vita del ragazzo avvolto in un sacco di plastica e poi deposto in una delle 68 bare allineate nel PalaMilone, il palazzetto dello sport di Crotone, che è diventata una camera ardente dove avvengono i riconoscimenti e le identificazioni. Era il corpo numero KR55M17 e dopo essere stato riconosciuto dallo zio è tornato ad avere un nome: Meysam Ghasemi, 15 anni, originario di Herat, in Afghanistan. Viaggiava da solo.
Ha una famiglia: padre, madre e altri fratelli che vivono a Mashhad, in Iran. Hadi Ghasemi, lo zio, vive in Germania dal 2009. Anche lui è arrivato in Europa attraversando il mare. Ha preso una barca dalla Turchia, ma in due ore è approdato sulle isole greche, poi Atene, infine si è infilato sotto a un camion che è salito su un traghetto. In questo modo da Patrasso ha raggiunto Ancona, e poi la Germania.
“Ho vissuto sette anni in Europa senza documenti”, racconta al telefono. Ora lavora come facchino alla Dhl, mille euro al mese. “Riesco a malapena a mandare qualcosa alla mia famiglia, mio padre ha 85 anni”, continua. Aveva sentito il nipote al telefono un paio di giorni prima che partisse da Smirne, in Turchia. Aveva chiamato per dirgli che si sarebbe imbarcato e sarebbe arrivato in Italia, poi lo avrebbe raggiunto in Germania.
Quando Hadi ha sentito del naufragio in tv, ha capito subito che le loro vite sarebbero cambiate per sempre, pur sperando che il nipote non fosse tra i morti. “Glielo avevo detto che non doveva, non doveva prendere quella barca”. Lo ha riconosciuto da un tatuaggio sul petto, ma una cosa che non capisce e che lo tormenta è perché il corpo del ragazzino abbia così tante ecchimosi sul naso e sulla schiena.
“Era vivace e coraggioso”, racconta. Sul telefono ha diverse foto che mostrano un ragazzo ben vestito, in posa, gli occhi chiari, i capelli alla moda, le mani in tasca. Ora vorrebbe portare la salma in Germania, in Iran non crede che sia possibile portarlo. Intanto è ospitato gratuitamente in un hotel, per qualche giorno, insieme ad altri famigliari delle vittime che stanno arrivando a Crotone da tutta Europa per identificare i corpi.
Anche Alladin Mohibzada è arrivato dalla Germania, ha guidato per venticinque ore per arrivare a Crotone insieme a un amico, Mohammed. Sperava di trovare la zia e la sua famiglia ancora tra i vivi, invece li ha dovuti identificare tra i cadaveri del PalaMilone. “La zia ci aveva chiamati dalla barca: ‘Siamo in Italia, non ti preoccupare, ce l’abbiamo fatta’”. Invece poco dopo c’è stato l’impatto con la secca e il naufragio. “Li ho riconosciuti dalle foto che mi hanno mostrato, non me li hanno fatti vedere”, racconta al telefono.
A Crotone Mohibzada ha scoperto che un nipotino di cinque anni è sopravvissuto al naufragio. “È l’unico vivo di tutta la famiglia”. È sconvolto, ma anche arrabbiato: “Non li hanno soccorsi, li hanno lasciati morire”. E ancora: “Dall’Afghanistan la gente scappa perché ci sono i taliban, c’è la fame, nessuna prospettiva di lavorare”. La famiglia della zia si era trasferita prima in Iran, ma poi il clima contro gli afgani era diventato ostile. Così avevano provato a raggiungere l’Europa pagando cifre molto alte ai trafficanti: ottomila dollari a persona.
Anche la sorella di Yhbraimi Kureishi, un altro afgano di 45 anni che arriva da Francoforte, era scappata dall’Afghanistan perché il marito non riusciva più a trovare lavoro. “Si erano stabiliti a Istanbul, in Turchia, con le loro due figlie. Hanno vissuto lì per due anni, ma non avevano documenti, non riuscivano a lavorare”, racconta. Così hanno deciso di partire. “Ero contrario, ma non ho potuto oppormi alla loro decisione”, racconta. Anche Kureishi ha ricevuto una telefonata dalla sorella poco prima del naufragio: “Siamo quasi arrivati in Italia, è andato tutto bene”. L’uomo, che in Germania lavora come autista, non si dà pace, ha dovuto riconoscere la salma della sorella e delle due figlie. “Le voglio ricordare vive”, dice. Il marito della sorella è tra i dispersi, il corpo non è stato ancora ritrovato.


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