Il nuovo rapporto della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite chiede di ‘smantellare l’insediamento coloniale dell’occupazione israeliana’
1 Redazione del Palestine Chronicle,
The Palestine Chronicle, 18 ottobre 2022.

La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, ha presentato il suo tanto atteso rapporto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, concludendo che la realizzazione del diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione richiede lo smantellamento del colonialismo d’insediamento israeliano e del regime di apartheid.
Secondo il rapporto di Albanese, la portata dei recenti rapporti sull’apartheid israeliano “non include l’esperienza dei rifugiati palestinesi”.
“Il riconoscimento dell’apartheid israeliano”, sottolinea il rapporto, “deve affrontare l’esperienza del popolo palestinese nella sua interezza e nella sua unità come popolo, compresi coloro che sono stati sfollati, denazionalizzati ed espropriati nel 1947-1949”.
“Per più di 55 anni, l’occupazione militare israeliana ha impedito la realizzazione del diritto palestinese all’autodeterminazione, tentando di ‘de-palestinizzare’ (ossia, diminuire la presenza, l’identità e la resilienza dei palestinesi nei territori palestinesi occupati”, si legge nel rapporto.
“Questo comportamento, che ricorda un passato coloniale che la comunità internazionale ha respinto con fermezza decenni fa, è diventato più radicato con l’acquiescenza della comunità internazionale e l’incapacità di chiedere a Israele di risponderne”.
L’occupazione israeliana, continua il rapporto, “è diventata ancora più radicata con l’alterazione sistematica e forzata da parte di Israele dello status giuridico, del carattere e della composizione demografica del territorio palestinese occupato”
Nel suo rapporto, Albanese chiede un cambio di paradigma per “superare questa situazione”:
“Questa situazione può essere risolta solo rispettando la norma basilare del diritto dei popoli all’autodeterminazione e il riconoscimento dell’assoluta illegalità del colonialismo d’insediamento e dell’apartheid che la prolungata occupazione israeliana ha imposto ai palestinesi nei Territori Occupati”. Data la natura di insediamento coloniale dell’occupazione, la sua valutazione complessiva deve cambiare, e così le deliberazioni della comunità internazionale.”
Secondo il rapporto,
“Questo deve cominciar con il riconoscimento che realtà attuale nei Territori Palestinesi Occupati è quella di un regime intenzionalmente predatorio, segregazionista e repressivo, che ha permesso, per 55 anni, l’esautorazione dei Palestinesi, ingabbiandoli in bantustan di memorie interrotte, legami e speranze spezzate, perseguendo l’obiettivo finale di consolidare il dominio di una minoranza su una maggioranza autoctona su terre usurpate con la forza, con politiche abusive e discriminatorie e con il saccheggio delle risorse.”
“Realizzare il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione richiede lo smantellamento una volta per tutte dell’occupazione israeliana di insediamento coloniale e delle sue pratiche di apartheid”, conclude il rapporto, osservando che “il diritto internazionale è molto chiaro a questo proposito”.
“Nessuna soluzione può essere giusta ed equa, né efficace, a meno che non sia incentrata sulla decolonizzazione, consentendo al popolo palestinese di determinare liberamente la propria volontà politica e di perseguire il proprio sviluppo sociale, economico e culturale, accanto ai suoi vicini israeliani”.
Francesca Albanese ha assunto il ruolo di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite il 1° maggio, dopo la fine del mandato di Michael Lynk. La stimata esperta italiana di diritto internazionale presenterà il suo rapporto alla Columbia University di New York il 24 ottobre e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 27 ottobre.
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Per le Nazioni Unite il Governo di Israele deve porre fine alla sua occupazione coloniale e riparare ai suoi atti illeciti
«Il Governo di Israele rispetti gli obblighi derivanti dal diritto internazionale e cessi di ostacolare la realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, ponendo fine alla sua occupazione coloniale immediatamente e incondizionatamente e riparando i suoi atti illeciti». Lapidarie, senza mezzi termini le raccomandazioni rivolte a Tel Aviv dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, l’italiana Francesca Albanese, in un rapporto pubblicato lo scorso 18 ottobre. Nel documento di 23 pagine, incentrate sulla situazione dei diritti umani nella regione a patire dal 1967, Albanese esprime preoccupazione in particolare sulla violazione del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, nel contesto delle caratteristiche coloniali di insediamento della prolungata occupazione israeliana.
La relazione mette in evidenza la natura dell’occupazione: «quella di un regime intenzionalmente avido, segregazionista e repressivo progettato per impedire la realizzazione del popolo palestinese al diritto all’autodeterminazione. Dal 1967– si legge- Israele ha intenzionalmente violato il diritto nei territori palestinesi occupati, impedendo l’esercizio della sovranità territoriale sulle risorse naturali, sopprimendo la loro identità culturale». In breve, gli sforzi israeliani nei territori palestinesi occupati non si distinguono dal colonialismo di insediamento; «confiscando, annettendo, frammentando e trasferendo la popolazione civile nel territorio occupato, Israele viola la sovranità territoriale. Estraendo e sfruttando le risorse dei palestinesi al fine di generare profitti a beneficio di terzi, compresi i “coloni”», prosegue il rapporto. Albanese critica gli sforzi degli stati per la normalizzazione dei legami diplomatici con Israele e definisce i tentativi del processo di pace “inefficaci”, perché i loro approcci non si sarebbero focalizzati sui diritti umani, in particolare sul diritto all’autodeterminazione, affrontato da «alcuni come uno slogan ideologico piuttosto che come una realtà legale da cui emanano chiare responsabilità».

Per 55 anni, tre generazioni di palestinesi sono cresciuti sotto Israele. Circa il 40% di loro sono rifugiati espulsi dal 1948 (compresi i loro discendenti). La maggior parte dei residenti di Gaza sono rifugiati originari della Galilea, da Haifa, Giaffa, Ramleh e Lidda. «La guerra del ‘67 spostò di nuovo la maggior parte di loro, distruggendo e spopolando i villaggi palestinesi e negando il ritorno dei rifugiati, come nel 1947-1949. I palestinesi che nel 1967 riuscirono a rimanere – scrive la relatrice – non potevano sapere che 55 anni dopo, si sarebbero svegliati ancora sotto il giogo della dominazione straniera, con i loro diritti sospesi e, per i rifugiati, senza concrete prospettive di ritorno alle terre dei loro antenati».
La studiosa italiana, che per un decennio ha lavorato come esperta di diritti umani per le Nazioni Unite, documenta anche l’uso della forza “letale” contro giornalisti e operatori umanitari, critici nei confronti di Israele e della detenzione di leader politici palestinesi. La mancanza di responsabilità sarebbe diffusa. L’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, impegnata a documentare un raid israeliano nel campo profughi di Jenin l’11 maggio scorso, resta ancora senza colpevoli, «nonostante numerose indagini abbiano concluso che la giornalista era stata colpita dal fuoco dei soldati israeliani». E ancora, un avvocato franco-palestinese di Gerusalemme, Salah Hammouri, è detenuto senza accusa né processo dal 7 marzo con l’accusa di terrorismo. «Israele continua a imprigionare ministri, sindaci e insegnanti, difensori dei diritti umani e rappresentanti della società civile», aggiunge, andando oltre: «La pratica di arresti arbitrari di massa, che include la detenzione amministrativa senza accusa o processo, è stata messa sempre più in atto da quando i palestinesi hanno iniziato a protestare contro la costruzione illegale del Muro in Cisgiordania e Gerusalemme Est».

Negli ultimi anni, un certo numero di stimabili studiosi e organizzazioni, compresa Amnesty International, hanno concluso che le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi equivalgono all’apartheid, secondo il diritto internazionale. Secondo il rapporto, quasi 4.500 palestinesi sono attualmente detenuti, 730 senza alcuna accusa, mentre ragazzini di appena 12 anni sono vittime di arresti e detenzioni arbitrarie. Gli Stati terzi non riconoscono come legittima la situazione illegale creata da atti internazionalmente illeciti da parte di Israele, è il commento perentorio della studiosa. «Proteggere Israele dal rispetto del diritto internazionale e dalla responsabilità mina la deterrenza e genera una cultura dell’impunità». L’eccezionalità dimostrata per anni nei confronti di Israele, indebolirebbe l’efficacia del diritto internazionale e «rischierebbe anche di offuscare l’immagine, l’affidabilità e il ruolo della comunità internazionale e della Nazioni Unite, compresi i suoi organi giudiziari», conclude tranchant Albanese.
Il rapporto è stato trasmesso al Palazzo di vetro dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite. L’ennesima strigliata dell’Onu a Israele, che in tutti questi anni ha collezionato un numero ragguardevole di risoluzioni. Era stato lo stesso ex ambasciatore d’Israele in Italia, Dror Eydar, a criticare durante la nostra intervista il 7 novembre dello scorso anno, la posizione delle Nazioni Unite contro lo Stato ebraico. Non solo. Eydar aveva biasimato l’atteggiamento degli Stati membri che si erano astenuti (Italia compresa) o votato contro, affermando che «l’astensione significa trattare Israele e Hamas allo stesso modo e questo per noi è incomprensibile».
Traduzione a cura di AssoPacePalestina
Di seguito, la traduzione del testo completo del Rapporto Albanese

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