Michele Lipori (Redazione Confronti) : Medio Oriente: un altro futuro è possibile.
Alliance for Middle East Peace (Allmep) è una coalizione di oltre 160 organizzazioni e decine di migliaia di palestinesi e israeliani che si sono unite per facilitare la cooperazione interpersonale, la coesistenza, l’uguaglianza, una visione di società condivisa, la comprensione reciproca e la pace tra le comunità. Fondata nel 2006 e con sede a Washington (Usa), Allmep immagina un Medio Oriente in cui la sua comunità di costruttori di pace palestinesi e israeliani conduca le proprie società verso e oltre una pace sostenibile.
A tal fine, grande sforzo è profuso per aumentare le risorse finanziarie e umane dei suoi membri e fornire una piattaforma globale per la loro visibilità. Nella regione del Medio Oriente, il team di Allmep è impegnato a supportare le organizzazioni che sono sotto il suo ombrello con programmi e servizi progettati per aumentare il loro impatto sulla vita delle persone. Parte importante del lavoro di Allmep è la promozione di progetti tra organizzazioni e singoli individui che diventano strumenti di risoluzione dei conflitti con l’obiettivo di scardinare il senso di paura, l’odio e la violenza, favorire la crescita economica e maggiore comprensione dell’altro sono strumenti indispensabili per immaginare un futuro condiviso. La sfida di Allmep è dunque quella di trasformare non solo gli individui ma anche le comunità e infine intere società. Abbiamo parlato di questa visione del futuro con Huda Abuarquob, attivista palestinese e direttrice regionale dell’organizzazione.
Qual è il lavoro principale di Allmep?
Lo scopo principale della nostra organizzazione è agevolare le organizzazioni che hanno scelto di aderire al nostro network nel ricercare soluzioni al conflitto israelo-palestinese, orientare la domanda popolare di pace e conferire potere ai collegi elettorali di entrambi i lati per promuovere un cambiamento reale. È importante ricordare che ognuna delle organizzazioni associate ad Allmep ha una diversa teoria del cambiamento, di come porre fine allo status quo, di come raggiungere pace e giustizia in Palestina e Israele.
Una delle questioni più importanti che dobbiamo affrontare è la violenza strutturale dell’occupazione militare israeliana ma perpetrata anche da Hamas e da altri gruppi armati. La cosa più tragica è che a pagare il prezzo più alto di questa violenza sono individui che il più delle volte non hanno alcun legame o affiliazione con nessun partito politico o gruppo armato. Negli ultimi mesi, ad esempio, abbiamo assistito a un incremento del numero di uccisioni di palestinesi innocenti: parlo di persone che sono state uccise attraversando la strada o che magari hanno fatto una mossa sbagliata a un checkpoint. E questo ci fa pensare che ci sia una direttiva, che prevede di colpire con la massima durezza qualsiasi palestinese, anche prima di verificare se possa rappresentare o meno una minaccia. Questo, a mio avviso, rivela anche una certa fragilità dei governi che – sempre più frequentemente – si succedono in Israele.
Cosa dovrebbero fare le istituzioni?
Penso che sia giunto il momento per gli israeliani di rendersi conto che l’occupazione militare della Palestina deve finire. Di conseguenza è necessario che il governo in Israele trovi una sua stabilità, che non può più essere fondata sulla politica del “capro espiatorio” nei confronti dei palestinesi. D’altra parte, sfortunatamente, anche l’Autorità palestinese attuale è debole e assolutamente non impegnata in nessuna forma di negoziato, nella costruzione della pace, nella costruzione delle sue stesse istituzioni. Il popolo palestinese non ne può più e ormai considera non perseguibile il processo iniziato con gli Accordi di Oslo.
A dimostrazione di quanto dico basta consultare un recente sondaggio condotto dal Palestine Center for Policy and Survey Research, in cui il 33% dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza ha affermato di sostenere una soluzione a uno Stato. C’è ancora una leggera maggioranza a favore della soluzione a due Stati, ma il declino è determinato dal fatto che i palestinesi sentono che non possono fidarsi né di Hamas a Gaza, né di Fatah e dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania.
E di questo non si può incolpare l’occupazione o la comunità internazionale. Penso che le confische sempre maggiori di territori, l’assenza di vitalità di uno Stato palestinese e il non avere nessun collegamento con Gaza, siano tutti elementi che stanno portando i giovani in Palestina a credere che la soluzione a due Stati non sia più praticabile. A ciò si aggiunge il fatto che l’Autorità palestinese non è riuscita a governare e soprattutto non è riuscita a rispondere ai bisogni delle persone. I palestinesi sono molto giovani: l’età media in Cisgiordania va dai 20 ai 23 anni e a Gaza dai 16 ai 18 anni.
Il più giovane del nostro consiglio legislativo, che per di più non è in funzione, ha quasi 80 anni. Il nostro presidente è letteralmente alla fine della sua vita ed è circondato da persone anziane e anche molto disconnesse dalla realtà. Quindi, se pensiamo a questi fattori e a come il mondo sta diventando un villaggio globale e come i social media collegano i giovani palestinesi con i giovani di tutto il mondo, si capisce quanto sia necessario un cambiamento. Questo è ciò che spinge molti giovani palestinesi a credere che forse quella a un solo Stato sia l’unica soluzione percorribile. Ma sono anche abbastanza “esperti” da capire che se anche questa strada dovesse avverarsi, non si tratterà di uno One State Dream, – un “sogno” – perché inevitabilmente si instaurerebbe un sistema tipo apartheid e dovranno lottare per i loro diritti.
Il modello da cui palestinesi stanno attingendo, perché sentono che in qualche modo sta avendo successo, è quello dei palestinesi che vivono all’interno di Israele. Anche se i palestinesi con cittadinanza israeliana non sono ancora “uguali”, hanno lavorato duro all’interno del sistema, hanno formato partiti, sono diventati molto forti negli indicatori legislativi e sono riusciti a colmare il divario in termini di giustizia sociale. Questa è, in parte, la spiegazione del perché molti palestinesi ritengono che la soluzione a due Stati non sarà più perseguibile

Commenti
Posta un commento