GIDEON LEVY - UN PARAMEDICO PALESTINESE SI È PRECIPITATO VERSO UN MANIFESTANTE FERITO PER SOCCORRERLO. UN POLIZIOTTO ISRAELIANO GLI HA SPARATO A DISTANZA RAVVICINATA

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Mohammed Omar è un simpatico ragazzo di 29 anni che è riuscito a districarsi dalla vita nel campo profughi di Amari vicino a Ramallah, dove è cresciuto, e a trasferirsi nell'adiacente città di El Bireh. Ha solo un'istruzione elementare, si guadagna da vivere vendendo caffè in un chiosco di sua proprietà ed è attualmente fidanzato. Negli ultimi otto anni si è offerto volontario diverse volte alla settimana come paramedico con i vigili del fuoco locali. Non avendo alcuna prospettiva di entrare all'università, ha seguito corsi di primo soccorso e antincendio, così da poter dare il suo contributo alla comunità ed essere un cittadino modello. "Ci sono quelli che fanno donazioni, io mi offro volontario", dice.
Lo stesso Omar ora tiene corsi di primo soccorso nelle scuole, si reca nei centri-anziani per insegnare ai residenti cosa fare in caso di incendio, questa settimana li ha aiutati a montare alberi di Natale, e assiste le persone ferite in incidenti stradali e sul lavoro. Tutto è fatto su base volontaria. Il lavoro più impegnativo che svolge con questo spirito è quello di offrire il primo soccorso alle vittime ferite negli scontri con le Forze di Difesa Israeliane durante incursioni e manifestazioni. Sottolinea che il suo lavoro di volontariato in queste ultime circostanze è solo una parte della sua attività di paramedico. Ma ogni tante notti, aggiunge, riceve un avviso tramite i social network o dai servizi antincendio e di soccorso su un'incursione dell'IDF a El Bireh o in un villaggio vicino. Poi si precipita sul posto, in alcuni casi nel cuore della notte, per aiutare le persone che quasi sicuramente rimarranno ferite.
C'è differenza, spiega, tra le manifestazioni e le incursioni. Nel primo caso, il confronto tra giovani palestinesi e soldati o agenti di polizia è diretto: si affrontano l'uno contro l'altro. Nelle incursioni notturne il contatto è meno diretto, con le truppe dell'IDF solitamente desiderose solo di effettuare le loro perquisizioni e arresti e andarsene, mentre i giovani solitamente lanciano pietre contro i loro mezzi blindati.
Indossando il classico giubbotto rosso che identifica i paramedici e dotato della sua borsa di pronto soccorso, Omar arriva in ambulanza o a piedi in vari punti di attrito in Cisgiordania. È stato così un mese fa, l'11 novembre, anniversario commemorativo del leader palestinese Yasser Arafat, quando lui stesso è finito in un ospedale di Ramallah, ferito. Gli agenti della Polizia di Frontiera lo avevano picchiato e ferito.
La Prima Convenzione di Ginevra, firmata nel 1949, proibisce ai militari o ad altre forze belligeranti di interferire con, o ritardare, il lavoro del personale medico sul campo e di costringere tale personale a fare qualcosa che sia in conflitto con la propria missione. Israele viola regolarmente questo articolo della convenzione, così come la maggior parte delle altre clausole pertinenti. Un rapporto del 2018 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità affermava che durante le manifestazioni palestinesi contro Israele alla recinzione della Striscia di Gaza, tra il 30 marzo e il 10 ottobre 2018, 357 membri del personale medico sono stati feriti e 58 ambulanze che stavano evacuando le vittime delle proteste sono state danneggiate. Ventisei paramedici sono stati colpiti da proiettili letali, 37 sono stati presi di mira da granate lacrimogene e fuoco diretto.
A questi numeri orribili si aggiunge la statistica scioccante secondo cui tre paramedici sono stati uccisi dall'IDF durante le manifestazioni di Gaza in questione. Il 4 giugno, una settimana dopo l'uccisione del primo paramedico, il 34enne Musa Abu Hasanin, è stata colpita a morte Razan al-Najjar, un'infermiera/paramedico volontaria dell'organizzazione della Mezzaluna Rossa. L'Unità del Portavoce dell'IDF ha cercato all'epoca di dissociare l'esercito dall'uccisione della giovane donna, la cui fotografia nella sua uniforme da medico è stata pubblicata in tutto il mondo. In un primo momento l'Unità del Portavoce ha affermato che non ci sono state sparatorie da parte dei soldati nel luogo in cui si trovava, poi ha detto che è stata uccisa dal "rimbalzo di un proiettile" e infine ha dichiarato che stava agendo come "scudo umano per i rivoltosi".
Un rapporto dell'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem ha scoperto che la paramedico è stata "deliberatamente e mortalmente colpita" da un cecchino dell'IDF mentre stava cercando di evacuare due giovani che erano stati gravemente feriti vicino alla recinzione dopo aver inalato gas lacrimogeni, uno dei quali aveva perso conoscenza. Secondo B'Tselem, due soldati sono scesi da un veicolo e hanno sparato due colpi a un gruppo di paramedici in uniforme che stavano cercando di prestare i primi soccorsi ai feriti. Uno dei proiettili ha colpito al-Najjar al petto ed è fuoriuscito dalla schiena. Si trovava a 25 metri dalla recinzione quando le hanno sparato. I suoi colleghi hanno detto che quel giorno aveva "svolazzato come una farfalla", passando da una persona ferita all'altra. Aveva 20 anni al momento della sua morte; sua madre la descriveva come una giovane semplice che amava la vita e sorrideva sempre. Più o meno lo stesso si può dire di Omar, il cui destino non è stato così amaro: fortunatamente è stato solo ferito.
La prima volta che Omar è stato ferito durante il suo servizio come paramedico fu tre anni fa. All'epoca era stato convocato, insieme al fratello minore Majad, che ora ha 20 anni ed è anche lui un paramedico volontario, nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar, che confina con l'insediamento di Kfar Adumim. Israele aveva deciso che Khan al-Ahmar sarebbe stato evacuato e scoppiarono le proteste.
Mohammed e Majad hanno cercato di soccorrere un manifestante ferito e furono arrestati. Majad fu tenuto in custodia per 10 giorni; suo fratello maggiore, che era stato leggermente ferito, venne trattenuto per sole 24 ore; i due furono rilasciati su cauzione dietro pagamento di 1.500 shekel (427 euro) ciascuno. L'ironia è che sono stati accusati di aver ostacolato soldati e agenti di polizia in servizio, mentre loro stessi stavano cercando di fare il proprio lavoro. Il processo di Omar deve ancora svolgersi e non è chiaro se si terrà mai. Mohammed racconta infatti di essere stato più volte convocato presso il tribunale militare del complesso militare di Ofer, vicino a Ramallah, per essere informato sul corso del suo caso, solo per scoprire ogni volta che l'udienza era stata rinviata.
Un mese fa, l'11 novembre, è tornato di nuovo sul campo. Una manifestazione contro l'occupazione doveva svolgersi nel giorno dell'anniversario commemorativo di Arafat in un'area aperta di fronte agli uffici dell'Amministrazione Civile nell'insediamento di Beit El, adiacente all'ingresso nord di El Bireh, sulla strada per Ramallah. Omar è arrivato intorno alle 10 del mattino, portando la sua attrezzatura di pronto soccorso e indossando la sua uniforme rossa (che non è a prova di proiettile). Prima dell'inizio della protesta, alcuni medici hanno posato per una foto di gruppo, tutti in uniforme, maschere antigas appese al collo, e sorridenti. Come di consueto. Si erano presentati anche altri quattro volontari dei vigili del fuoco, un'altra squadra della Mezzaluna Rossa e due ambulanze private. Tutti pronti ad intervenire.
Nelle prime ore si sono presentate solo poche decine di manifestanti, e al culmine dell'evento nel pomeriggio c'erano circa 100 attivisti, secondo Omar, che bruciavano pneumatici e lanciavano pietre contro i circa 20 agenti della Polizia di Frontiera che erano schierati lungo il loro percorso. Ci sono stati feriti: secondo il ricercatore sul campo di B'Tselem Iyad Haddad, alla fine della manifestazione la Mezzaluna Rossa ha rilasciato le seguenti cifre: 26 feriti direttamente dai gas lacrimogeni, 14 feriti dopo essere stati colpiti da proiettili di gomma e altri sei feriti cadendo mentre cercavano di sfuggire al gas. Solo uno dei feriti è stato poi ricoverato in ospedale: Mohammed Omar, il paramedico.
Poco prima, verso mezzogiorno, i manifestanti si sono diretti verso il City Inn Palace Hotel all'ingresso di El Bireh. Omar racconta che gli agenti della Polizia di Frontiera hanno preso un giovane che stava lanciando pietre e iniziarono a picchiarlo. Il paramedico ha cercato di soccorrere il giovane, ma i militari gli hanno sparato contro gas lacrimogeni per respingerlo. Gli puntarono i fucili contro e anche contro i pochi giornalisti palestinesi che seguivano l'evento. "Voglio solo offrire assistenza medica, questo è il mio lavoro", ha cercato di dire alle truppe, dice ora, ma loro hanno replicato: "Vattene, allontanati, sparisci". Spinsero il quindicenne adolescente, nella loro jeep, Omar lo sentì gridare: "La mia gamba, la mia gamba!", e partirono. Un agente della Polizia di Frontiera ha poi sparato una granata stordente contro Omar, che si trovava a 20 metri di distanza, e un proiettile di gomma, che lo hanno mancato. Questa è la quotidianità dell'occupazione.
Più tardi è arrivato un altro veicolo, dal quale sono scesi tre agenti della Polizia di Frontiera. Secondo Omar, un cecchino nascosto dietro il veicolo ha sparato un proiettile di gomma contro uno dei manifestanti, che aveva circa 20 anni. È caduto a terra a circa 40 o 50 metri da Omar che gli è corso incontro per soccorrerlo. La Polizia di Frontiera era posizionata a est, il medico veniva da ovest e il ferito era tra loro. Uno degli agenti sollevò il giovane per la maglietta e iniziò a trascinarlo via, ricorda Omar.
Un video che documenta l'incidente, che è stato caricato da una fonte sconosciuta su YouTube, mostra il paramedico che corre e un agente che lo scaccia come se stesse scacciando un cane randagio. L'agente prende poi a pugni Omar in faccia, che perde momentaneamente l'equilibrio, ma continua a cercare di raggiungere il ferito, e poi lui stesso viene colpito da una distanza inferiore a un metro. Omar si accascia a terra. La polizia di frontiera continua come se non fosse successo nulla.
Filmato del ferimento di Mohammed Omar: https://youtu.be/rE64TaJGMf8
La polizia israeliana, sotto la cui egida opera la Polizia di Frontiera, questa settimana ha rilasciato questa dichiarazione ad Haaretz: "A seguito di un violento disordine, che ha compreso il blocco di un'arteria stradale principale, gli agenti della Polizia di Frontiera sono stati convocati sul posto e hanno dovuto utilizzare mezzi dissuasori di fronte a decine di rivoltosi che stavano violando l'ordine pubblico e lanciavano pietre. Durante l'attività un presunto trasgressore è stato arrestato insieme ad un altro sospetto arrivato sulla scena è corso in aiuto del fermato ostacolando gli agenti nell'esercizio delle loro funzioni. Contrariamente a questo articolo, non si sono verificati spari a distanza ravvicinata, in quanto gli agenti che hanno effettuato l'arresto non hanno utilizzato munizioni di gomma, ma solo mezzi dissuasori. La polizia israeliana non permetterà disordini violenti e non permetterà che la sicurezza di terzi sia messa a rischio".
Omar ricorda ora di aver avuto problemi a respirare dopo essere stato colpito. Sorprendentemente, il proiettile non l'ha trafitto, ma solo contuso esternamente sul petto. Di solito i proiettili di gomma sparati da distanza ravvicinata penetrano a fondo. Omar pensa che l'attrezzatura medica che portava nel giubbotto abbia fermato il proiettile. Ma fu assalito dal panico, sicuro di essere stato ferito gravemente. Una squadra della Mezzaluna Rossa si è precipitata a soccorrerlo, gli ha messo una maschera per l'ossigeno sul viso e lo ha trasportato all'ospedale di Ramallah, dove è stato sottoposto a diverse ore di esami ed è stato poi rimandato a casa.
Omar non ha riportato ferite gravi, solo dolori al petto dove lo aveva colpito il proiettile, che sono durati diversi giorni. Quella stessa settimana, ha ripreso il suo lavoro di volontariato.
Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell'Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.
Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l'Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.



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