Umberto De Giovannangeli Israele, c'è vita a sinistra? Quando stare al governo non vuol dire "governare"
Israele, c'è vita a sinistra? Quando stare al governo non vuol dire "governare"
Presidente Biden, non contribuisca a spacciare un Bantustan per uno Stato. E se vuole saperne di più, trovi il tempo per leggere quanto scritto da chi la realtà dei Territori palestinesi occupati la conosce come pochi altri. Non si allarmi: non è un affiliato ad Hamas. E’ un cittadino d’Israele. Il suo nome è Hagai El-Ad, ed è il direttore esecutivo di B’Tselem, l’ong israeliana che monitorizza la situazione nei T.O. in materia di diritti umani.
Prospettiva-Bantustan
Scrive El-Ad su Haaretz : ” Restringere il conflitto è la calda merce politica israelo-palestinese mainstream di questi tempi.
Già nella sua primissima intervista come primo ministro designato, nel giugno di quest'anno, il futuro premier israeliano Naftali Bennett ha proclamato che ‘ridurre il conflitto’ era la sua ‘filosofia’ per gestire il futuro dei palestinesi. Alla fine di agosto, il nuovo premier ha portato questa stessa merce alla Casa Bianca nel suo primo incontro con il presidente americano Joe Biden: crescita continua degli insediamenti per gli israeliani, senza libertà, diritti o indipendenza per i palestinesi e certamente senza negoziati; il tutto senza annessioni formali e una migliore "qualità della vita" per i palestinesi obbedienti. E questa settimana, nel suo discorso inaugurale davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Bennett ha ulteriormente ridimensionato la questione - al punto di non menzionarla nemmeno. In un'intervista al New York Times pochi giorni prima del suo primissimo incontro come primo ministro con il presidente Biden,Ciò che è notevole in questo stato di cose è che semplicemente non essendo guidato da Netanyahu, Israele riesce a riavviare la sua immagine internazionale senza alcun cambiamento sostanziale nella politica. Il suo attuale premier non-Netanyahu non ha nemmeno bisogno di spruzzare in giro il buon vecchio lip service - infatti egli, molto sinceramente, dichiara apertamente che non ci saranno negoziati e nessuna indipendenza palestinese. Come può essere digeribile a livello internazionale? Semplicemente perché Bennett non è Netanyahu.
Proprio come con la ‘crisi’ del 2020 riguardante la potenziale annessione formale, la preoccupazione qui non riguarda una politica significativa, la libertà o la dignità umana. Si tratta solo di apparenze e negabilità. L'annessione formale era una falsa pista - Israele fa quello che vuole ovunque in Cisgiordania a prescindere - ma se fosse passata attraverso la formalizzazione, sarebbe stato un enorme imbarazzo per l'UE (e per un presidente americano non-Trump) in quanto avrebbe esposto la riluttanza internazionale a ritenere Israele responsabile. Inoltre, avrebbe pubblicamente sgonfiato l'aria del palloncino della soluzione dei due Stati che la comunità internazionale ha gonfiato con vuota retorica per decenni.
Lo stesso vale per quanto riguarda un Netanyahu contro un non-Netanyahu che continua a guidare il governo di apartheid di Israele sui palestinesi: si consideri quanto sarebbe stato politicamente più complicato per il presidente Biden accettare il no-negoziati-più-insediamenti da un primo ministro Netanyahu. Ma da un non-Netanyahu? Facile. E nella realtà, sul terreno? I palestinesi sono stati per decenni testimoni - e hanno lottato contro - l'effettiva riduzione delle loro terre, libertà e diritti. Sanno fin troppo bene che ‘restringere il conflitto’ - cioè permettere a Israele di continuare con le sue implacabili politiche contro di loro finché il furto delle loro terre non viene formalizzato attraverso l'annessione ufficiale - significa un ulteriore restringimento del loro mondo.
La parola ad Odeh
Andare nella direzione indicata da El-Ad significa accantonare definitivamente il “Piano del secolo” di Donald Trump. Anche in quel Piano c’era un riferimento allo “Stato” palestinese.
“Definirlo Stato è ridicolo – insorge Ayman Odeh, leader della Joint List, rieletto alla Knesset, il Parlamento israeliano - Quello che è configurato è una sorta di Bantustan” nel quale i palestinesi verrebbero ingabbiati. Quello pseudo Stato non avrebbe il controllo dei suoi confini e dipenderebbe in tutto da Israele. Questo piano è stato partorito per essere rifiutato dalla dirigenza palestinese in modo tale da poter dire ‘ecco, vedete, non sanno dire altro che no’.
Lettera appello di 50 ministri e leader europei
Una linea che si ritrova nella lettera appello di 50 ministri e leader europei:
“Il piano (americano)contraddice i parametri concordati a livello internazionale per il processo di pace in Medio Oriente, le risoluzioni delle Nazioni Unite pertinenti, compresa la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza, e i principi fondamentali del diritto internazionale – rimarcano i firmatari - Invece di promuovere la pace, rischia di alimentare il conflitto, a spese dei civili israeliani e palestinesi e con gravi implicazioni per la Giordania e per l'intera regione, dove ha trovato, così come in Europa e negli Stati Uniti, una diffusa opposizione. Il piano concede l'annessione di parti ampie e vitali del territorio palestinese occupato e legittima e incoraggia l'attività illegale degli insediamenti israeliani. Riconosce solo le rivendicazioni di una parte su Gerusalemme e non offre una soluzione giusta alla questione dei rifugiati palestinesi. Prevede un futuro "Stato" palestinese senza controllo né sovranità sul suo frammentato territorio. La mappa presentata nel piano propone delle enclave palestinesi sotto il controllo militare israeliano permanente, che evocano agghiaccianti associazioni con i bantustan del Sudafrica”. Ed ancora: "Peace to Prosperity" non è una roadmap in grado di portare alla soluzione dei due Stati, né a qualsiasi altra soluzione legittima del conflitto. Il piano prevede una formalizzazione della realtà attuale nei territori palestinesi occupati, dove due popoli vivono fianco a fianco senza godere di pari diritti. Un esito con caratteristiche simili all'apartheid - un termine che non usiamo con leggerezza. La comunità internazionale, in particolare l'Unione Europea, deve impedire che questo scenario si verifichi, al fine di preservare la dignità e i diritti dei palestinesi, il futuro della democrazia israeliana e l'ordine internazionale basato sul diritto...”..
D’altro canto, ad annientare la soluzione a “due Stati” non è sstato solo il duo Trump&Netanyahu. Perché del loro l’hanno messo, e tanto, i fratelli-coltelli arabi.
I fratelli-coltelli arabi
In apparenza sono tutti a fianco dei “fratelli palestinesi” nel loro rigetto del “Piano del secolo”. In apparenza. Perché se si va oltre le esternazioni ufficiali, assolutamente scontate, si scopre, anche grazie all’aiuto di autorevoli fonti diplomatiche e analisti internazionali, che la realtà, nel campo arabo, è molto più complessa e sfaccettata, e molto meno solidale con la “causa palestinese”. D’altro canto, la questione palestinese non è più da tempo una priorità nell’agenda, e negli interessi, dei paesi arabi più influenti o di attori regionali con disegni di potenza, come la Turchia e l’Iran.
“E’ indubbio - osserva il professor Nabil el-Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al-Ahram (Il Cairo) – che da tempo non c’è leader arabo o musulmano che non abbia cercato di gestire in proprio la vicenda palestinese, inserendola all’interno dei propri disegni di potenza. Oggi Trump si fa forte della debolezza della leadership palestinese per forzare con il suo Piano”. Resta il fatto che non solo le monarchie del Golfo ma anche un Paese sunnita centrale in Medio Oriente, l’Egitto del presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi, non abbiano cavalcato la retorica dell’indignazione anti-americana, e anti-israeliana, che in altri tempi aveva funzionato come fondamentale collante interno. Ma i tempi sono cambiati. E l’indignazione lascia il campo agli affari e a nuove alleanze. Con buona pace della “causa palestinese”.
Lo stato palestinese per la destra
D’altro canto, non è che i leader della destra israeliana non abbiano evocato la possibilità di uno Stato palestinese. Di cosa si trattasse, nella realtà, lo ha spiegato molto bene a Globalist Hanan Ashrawi, il volto e l’immagine internazionale della delegazione palestinese che avviò i negoziati di Oslo-Washington. La prima donna ad essere nominata portavoce della Lega Araba. Più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, parlamentare, paladina dei diritti umani nei Territori palestinesi. Insomma, una figura di primissimo piano.
Quello della destra israeliana, spiega Ashrawi, “è solo fumo negli occhi per nascondere al mondo una politica di colonizzazione che ha reso impossibile attuare questa soluzione. Stato indipendente significa uno Stato compatto territorialmente, con piena sovranità su tutto il proprio territorio, sulle risorse idriche, con confini riconosciuti internazionalmente. Uno Stato del genere è configurato, anche nelle sue dimensioni territoriali, dalle risoluzioni Onu 242 e 338, quelle che indicano la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est come Territori palestinesi occupati. Questo non è uno Stato. E’ un Bantustan. Mi auguro che il presidente Biden non continui su questa strada. Dice di essere favorevole alla soluzione a due Stati. Bene, ha gli strumenti per poter incidere. Non chiediamo un presidente con la kefiah ma neanche con la kippah”.
Una richiesta ragionevole, non crede Presidente Biden?
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