Tom Pessah : Chi ha combattuto nel 1948? Un libro sfata l'usuale narrazione

 Fonte: rivista online ebraica israeliana


SINTESI


Un nuovo libro scopre le lettere di combattenti ebrei e arabi della guerra del 1948, mettendo in evidenza le vite personali di coloro che hanno combattuto per fondare Israele e di coloro che hanno cercato di difendere la Palestina.

Abdullah Dawud ,l'ebreo iracheno che ha combattuto con l'esercito di liberazione arabo

l 4 aprile 1948, poche settimane prima della formazione dello Stato di Israele, un soldato iracheno di nome Abdullah Dawud prese parte a un fallito attacco a un kibbutz nel nord della Palestina. Una delle battaglie chiave di questo periodo, l'attacco durò quasi due settimane, coinvolse l'artiglieria pesante e si concluse con un totale di 115 vittime  . Dawud, un cecchino, era uno delle migliaia di volontari provenienti da tutto il mondo arabo che componevano l'Esercito di liberazione arabo (ALA),  ed aveva effettuato l'assalto.

Nel 1990, la giornalista israeliana Sarah Leibovitz-Dar ha intervistato Dawud sul suo servizio nell'ALA; cinque decenni dopo, l'ex soldato era ancora orgoglioso della sua abilità come cecchino. "Ero un così grande soldato", si vantò, "che il mio ufficiale, Husayn   mi disse: Abduallah, peccato che tu sia ebreo" Aviv: Dawud, che in effetti era ebreo, immigrò in Israele nel 1950, appena due anni dopo aver combattuto contro il nascente esercito israeliano

La storia di Dawud apre “Dear Palestine: A Social History of the 1948 War”. Un libro prezioso di  lettere  scritte da soldati dell'esercito israeliano, dell'ALA e da civili palestinesi durante la guerra. Queste lettere furono segretamente intercettate e copiate dall'ufficio di censura israeliano per valutare l'opinione pubblic e ,non intenzionalmente , conservate per futuri storici. Il libro attinge anche agli opuscoli di propaganda dell'epoca.

Se l'ebraicità di Dawud sembra sorprendente, è probabilmente per quello che il sociologo Ulrich Beck chiama “nazionalismo metodologico”: si possano dedurre le motivazioni degli individui dalle nazionalità/etnie di appartenenza. Per molti ebrei contemporanei questo si traduce nell'aspettativa che i volontari e i soldati arabi fossero in gran parte motivati ​​dall'antisemitismo e  ciò  giustificasse le azioni   di guerra del governo e dell'esercito israeliani dell'epoca. Inoltre  è probabile che i lettori proiettino la  presunta attrazione dei Mizrahim (ebrei con origini in paesi arabi o musulmani) per la destra ultranazionalista di Israele sui soldati Mizrahi del 1948.

Un'unità di fanteria dell'IDF marcia durante una parata militare che segna il primo giorno dell'indipendenza di Israele, 5 maggio 1949. (Hugo Mendelson)
Un'unità di fanteria dell'IDF marcia durante una parata militare che segna il primo giorno dell'indipendenza di Israele, 5 maggio 1949. (Hugo Mendelson)

Il libro di Hazkani offre  tre sfide chiave a questo nazionalismo metodologico in relazione alla storia israelo-palestinese

. Il primo di questi è nel regno della propaganda contemporanea.  Hazkani osserva che la produzione dell'ALA "era più misurata, meno violenta e poneva una maggiore enfasi sui valori universali e sul diritto internazionale" di quella dell'IDF, i cui opuscoli paragonavano il nemico arabo ad Amalek.  David Ben Gurion, il primo ministro israeliano, utilizzò questa analogia, segnando una rottura con secoli di commentatori ebrei che si guardarono bene dal paragonare Amalek a qualche gruppo contemporaneo. Al contrario, l'ALA   prometteva che nel futuro stato arabo in Palestina "gli ebrei sarebbero vissuti come normali cittadini e avrebbero  goduto di pieni diritti di cittadinanza".

L' ALA puntava ,come  obiettivo strategico dell'organizzazione, a  evitare la spartizione della Palestina , cercando  di convincere gli ebrei che la loro ostilità verso gli arabi si sarebbe tradotta  in un disastro per loro, di prevenire   gli attacchi degli ebrei contro gli arabi e  di  non causare vittime [tra gli ebrei].  La propaganda dell'ALA non menzionava l'annientamento degli ebrei o il "buttarli in mare", come sosteneva all'epoca la propaganda israeliana. 

Naturalmente, questa conclusione non prova in modo definitivo che gli eserciti arabi si siano astenuti dall'usare una retorica estrema o dal nutrire obiettivi più estremi, ma mina le accuse di antisemitismo diffuso e persino meccanico, chiarendo che non possiamo generalizzare citando  Haj Amin al-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme.



Critiche dei volontari dell'IDF  alla società israeliana

Un'altra scoperta  è l'entità delle critiche dei volontari dell'IDF nei confronti della società israeliana Secondo un sondaggio del marzo 1949 dell'IDF Center for Research of Public Opinion, il cinquantacinque per cento di Mahal, l'unità di volontari stranieri dell'esercito (provenienti dai paesi occidentali), aveva opinioni negative su Israele e sui suoi cittadini.

Gran parte di queste critiche  erano dirette alla  corruzione e al comportamento irrispettoso.   Martin, un ebreo americano, scrisse alla sua famiglia che "gli ebrei di Israele hanno scambiato la loro religione per una rivoltella".  Richard, un soldato sudafricano, si rifiutava “di combattere per le ambizioni territoriali e imperialiste degli effendis sionisti [parola turca per notabili, usata ironicamente qui], anche se si definiscono socialisti. La leadership sionista sta istigando la guerra per espandere i confini di Israele. Creano volutamente un'atmosfera di guerra”.

D'altra parte, c'erano quelli come Tikva Honig-Parnass, una soldatessa del Palmach , che si lamentava con i suoi genitori di due volontari americani Mahal dal "cuore tenero".  Anni dopo, Honig-Parnass avrebbe riconosciuto il suo ruolo nella guerra del 1948 e avrebbe parlato della Nakba .

Queste critiche probabilmente non erano condivise dalla maggior parte dei soldati, ma non erano insignificanti. Anche in relazione al coinvolgimento dell'esercito nell'espulsione dei palestinesi , le opinioni non erano così uniformi come si potrebbe immaginare in retrospettiva. Nell'aprile del 1948, il dipartimento dell'istruzione dell'esercito pubblicò un opuscolo intitolato "Risposte alle domande che i soldati fanno di frequente", che si apriva con il quesito : "Perché non accettiamo il ritorno dei rifugiati arabi durante la pausa [nei combattimenti]L'importanza della questione dimostra, nell'interpretazione di Hazkani, quanto fosse diffusa tra i soldati stessi.

Anche dopo la guerra, nel 1949, più di un quarto dei residenti di Tel Aviv sostenne  il ritorno dei profughi palestinesi, secondo un sondaggio dell'IDF Center for Research of Public Opinion. Oggi il ritorno è considerato quasi un argomento tabù, mai discusso sui media o tra i partiti politici ebraici. È quindi interessante notare che l'opinione contemporanea, nonostante l'alto prezzo pagato dalla società israeliana in una guerra appena conclusa, considerasse legittima la questione del ritorno dei palestinesi.

Razzismo e Mizrahim 

L'ultima sfida del libro al nazionalismo metodologico riguarda i soldati ebrei dei paesi arabi. Le condizioni del tempo di guerra non hanno portato all'unità e alla solidarietà, ma piuttosto a una maggiore sensibilità nei confronti del razzismo anti-Mizrahi. Questo forse potrebbe sorprendere coloro che oggi vedono i Mizrahim in Israele come emblemi dell'ipernazionalismo.

Naim, un soldato nordafricano, scrisse alla sua famiglia :“gli ebrei europei che hanno sofferto tremendamente a causa del nazismo hitleriano ,considerano se stessi  una razza superiore e i sefarditi come appartenenti a una razza inferiore. Il povero africano è ora umiliato ad ogni angolo”. 

Maimun, un altro soldato nordafricano, ha spiegato alla sua famiglia :“E'  meglio mangiare pane secco in Marocco  che polli qui. Devi sapere che gli arabi sono nostri fratelli, a differenza degli ebrei ashkenaziti che rendono la nostra vita miserabile. Per tutti i soldi del mondo non starò qui".

I soldati del Palmach, la forza combattente d'élite dell'Haganah, suonano musica durante l'addestramento militare, nella città settentrionale di Beit Oren, circa 1941. (The Palmach Archive)
I soldati del Palmach, la forza combattente d'élite dell'Haganah, suonano musica durante l'addestramento militare, nella città settentrionale di Beit Oren, circa 1941. (The Palmach Archive)

Secondo l'ufficio di censura civile  la posta dei nordafricani in Israele  non è stata inviata attraverso la posta dell'esercito, il 60 percento dei nordafricani stava attivamente cercando di tornare nei propri  paesi di nascita, mentre il 90 percento diceva alle famiglie di non seguirli in Israele . I  loro passaporti  furono  confiscati da Israele, presumibilmente perché erano utili al governo, fornendo manodopera a basso costo e popolando  aree ripulite dai residenti palestinesi.

Il libro pubblica le lettere strazianti di rifugiati palestinesi appena sfollati che sperano in un rapido ritorno alle loro case.  Ho  scelto di concentrarmi  sulle motivazioni di entrambe le parti perché la nostra visione del passato è spesso usata per legittimare il presente e prevenire un futuro diverso. 

Ai sostenitori del ritorno dei profughi palestinesi viene spesso detto che gli israeliani del 1948 non avevano scelta, erano con le spalle al muro  e si trovavano di fronte a un possibile  genocidio. Pertanto il nazionalismo degli israeliani di oggi è inevitabile  ed i mizrahim  sono spesso trasformati in simboli dell'estremismo, presumibilmente , a causa dell'odio che hanno acquisito vivendo nel corso di molte generazioni nei paesi arabi.

Il libro di Hazkani non capovolge completamente la nostra visione del passato, ma aggiunge sfumature, dimostrando che nei primi anni dello stato, gli israeliani  vedevano i loro vicini arabi e palestinesi con meno odio di quanto avrebbe voluto   la leadership israeliana. L'  inimicizia e il nazionalismo furono prodotti con molto sforzo attraverso  un indottrinamento sistematico. Se  tale ostilità non è sempre stato presente in passato, potrebbe non esistere nel nostro futuro.

Dear Palestine: A Social History of the 1948 War,” by Shay Hazkani, Stanford University Press, 2021

On April 4, 1948, just weeks before the establishment of the State of Israel, an Iraqi soldier named Abdullah Dawud took part in an unsuccessful attack on a kibbutz in northern Palestine. One of the key battles of this time, the attack lasted for nearly two weeks, involved heavy artillery, and ended in a total of 115 casualties. Dawud, a sniper, was one of thousands of volunteers from across the Arab world who made up the Arab Liberation Army (ALA), which had carried out the assault.

In 1990, Israeli journalist Sarah Leibovitz-Dar interviewed Dawud about his service in the ALA; five decades later, the former soldier was still proud of his ability as a sniper. “I was such a great soldier,” he boasted, “that my officer, Husayn, who was a real bastard, told me: Abduallah, too bad you are Jewish.” The interview took place in Tel Aviv: Dawud, who was indeed Jewish, had immigrated to Israel in 1950, just two years after fighting against the nascent Israeli army


Dawud’s story opens “Dear Palestine: A Social History of the 1948 War” (Stanford University Press, 2021), a new book by Shay Hazkani, an assistant professor of history and Jewish Studies at the University of Maryland, which uncovers a trove of letters written by soldiers from both the Israeli army, the ALA, and Palestinian civilians during the war, which were previously classified and stored in the Israel Defense Forces and Defense Establishment Archives. These letters were secretly intercepted and copied by the Israeli censorship bureau in order to gauge public opinion, and thus inadvertently preserved for future historians. The book also draws on propaganda pamphlets from the time, both those produced and captured by Israel.

If Dawud’s Jewishness seems surprising, it is likely because of what the sociologist Ulrich Beck called “methodological nationalism”: the common, implicit assumption that we can deduce the motivations of individuals from the nationalities/ethnicities they belong to. For many contemporary Jews, this translates into expectations that Arab volunteers and soldiers were largely motivated by antisemitism , and that Jews justified the actions of the Israeli government and army at the time, fighting what was seen as a war for survival. Specifically, readers are likely to project contemporary images of the supposedly inherent attraction by Mizrahim (Jews with origins in Arab or Muslim countries) to Israel’s ultra-nationalist right onto the Mizrahi soldiers of 1948.
An IDF infantry unit marches during a military parade marking Israel’s first Independence Day, May 5, 1949. (Hugo Mendelson)

Hazkani’s book complicates all of these assumptions, offering three key challenges to this methodological nationalism as it relates to Israeli-Palestinian history. The first of these is in the realm of contemporary propaganda: Hazkani notes that the ALA’s output “was more measured, less violent, and placed a greater emphasis on universal values and international law” than that of the IDF, whose pamphlets compared the Arab enemy to Amalek, the biblical nation whom the Israelites were commanded to exterminate. David Ben Gurion, Israel’s first prime minister, employed this analogy, marking a break from centuries of Jewish commentators who were careful not to compare Amalek to any contemporary group. By contrast, the ALA promised that in the future Arab state in Palestine “Jews will live as ordinary citizens and will enjoy full rights of citizenship.”

An ALA operational order defined the organization’s strategic goal as “preventing the partition of Palestine by performing military tasks with the aim of: 1. Convincing the Jews that their hostility to Arabs will result in a disaster for them; 2. Preventing Jewish attacks against Arabs, and causing casualties [among Jews].” The ALA’s propaganda made no mention of annihilating Jews or “pushing them into the sea,” as Israeli propaganda claimed at the time. Of course, this conclusion does not definitively prove that Arab armies refrained from using extreme rhetoric or harboring more extreme goals, but it does undermine the accusations of widespread and even rote antisemitism, making it clear that we cannot generalize from the pronouncements of a single leader such as Haj Amin al-Husseini, the Grand Mufti of Jerusalem. Equally, the IDF’s genocidal anti-Arab rhetoric cannot be dismissed.




Another counter-intuitive finding is the extent of IDF volunteers’ criticism towards Israeli society at the time. Fifty-five percent of Mahal, the army’s foreign volunteer unit (from Western countries), had negative views of Israel and its citizens, according to a March 1949 poll by the IDF Center for Research of Public Opinion.

Much of this criticism was aimed at perceived corruption and disrespectful behavior, but Martin, an American Jew, wrote to his family that “the Jews of Israel traded their religion for a revolver, in every respect.” Meanwhile, Richard, a South African soldier, refused “to fight for the territorial and imperialist ambitions of the Zionist effendis [Turkish word for notables, used ironically here], even if they call themselves socialists. The Zionist leadership is instigating war in order to expand the borders of Israel. They create the war-like atmosphere on purpose.”

On the other hand, there were those such as Tikva Honig-Parnass, a female soldier in the Palmach who complained to her parents about two “soft-hearted” Mahal American volunteers she encountered. Years later, Honig-Parnass would come to acknowledge her role in the 1948 war and speak out about the Nakba.

These criticisms were likely not shared by the majority of soldiers, yet they were not insignificant. Even in relation to the army’s involvement in the expulsion of Palestinians, opinions were not as uniform as might be imagined in retrospect. In April 1948, the army’s education department published a pamphlet entitled “Answers to Questions Soldiers Frequently Ask,” which opened with the question, “Why don’t we agree to the return of Arab refugees during the lull [in fighting]?” The prominence of the question demonstrates, in Hazkani’s interpretation, how common it was among the soldiers themselves.

Even after the war, in 1949, over a quarter of Tel Aviv residents supported the return of Palestinian refugees, according to a poll by the IDF Center for Research of Public Opinion. Today, return is considered almost a taboo subject, never discussed in the media or among Jewish political parties. It is therefore interesting to note that contemporary opinion, despite the high price Israeli society had paid in a war that had only just ended, regarded the question of Palestinian return as a legitimate one, with support from a substantial minority.

The book’s final challenge to methodological nationalism relates to Jewish soldiers from Arab countries. Hazkani did not manage to trace the stories of other Jews such as Dawud who fought against the IDF. But even among those who volunteered and fought in the Israeli army there was a remarkable level of criticism. The wartime conditions did not lead to unity and solidarity, but rather to heightened sensitivity vis-a-vis anti-Mizrahi racism. This would perhaps surprise those who today see Mizrahim in Israel as emblems of hyper-nationalism.

Naim, a North African soldier, wrote to his family that “the European Jews who suffered tremendously from the Hitleristic Nazism see themselves as a superior race and the Sephardi as belonging to an inferior one. The poor African who came here from afar and was not required to leave his home because of racial discrimination is now humiliated at every turn.” Maimun, another North African soldier, explained to his family that “it is better to eat dry bread in Morocco than chickens here. You must know that the Arabs are our brothers, unlike the Ashkenazi Jews who make our lives miserable. For all the money in the world I will not stay here.” Then-IDF Chief of Staff Yigael Yadin read to his officers excerpts from intercepted letters sent by soldiers who had recently immigrated from Iraq. Yadin expressed concern that most did not show the level of animosity to Arabs that he had expected.
Soldiers in the Palmach, the elite fighting force of the Haganah, play music during military training, in the northern town of Beit Oren, circa 1941. (The Palmach Archive)

According civilian censorship bureau, which read the mail of North Africans in Israel that was not sent through the army post, 60 percent of North Africans were actively trying to return to their countries of birth, while 90 percent telling their families not to follow them to Israel during those years. But their passports were confiscated by Israel, presumably because they were still useful to the government — providing cheap labor and being sent to populate areas recently cleansed of their Palestinian residents.

The book covers many more sets of documents, including heartbreaking letters from newly-displaced Palestinian refugees hoping for a quick return to their homes. I have, however, chosen to focus on these three challenges to our assumptions about both sides’ motivations during 1948, because our view of the past is often used to legitimate the present and prevent a different future. Those advocating for the return of Palestinian refugees are often told that the Israelis of 1948 had no choice, had their backs to the wall, or were faced with genocide. Alternatively, we are told that the nationalism of present-day Israelis is inevitable, with Mizrahim often turned into symbols of extremism, supposedly because of the hatred they had acquired over many generations of living in Arab countries.

Hazkani’s book does not completely overturn our view of the past, but it does add nuance, proving that it was possible, even in the early years of the state, for Israelis to view their Arab and Palestinian neighbors less hatefully than the Israeli leadership at the time had wanted. This enmity and nationalism were produced with much effort, as a result of systematic indoctrination. And if such animus was not always present in the past, it may not have to remain a part of our futuro

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