Ugo Tramballi AFGHANISTAN, PERCHE' PER GLI USA QUELLO CHE CONTA E' ANDARSENE

 l Sole 24 Ore, 13/8/2021

Afghanistan, perché per gli Usa quello che conta è andarsene


Kabul potrebbe cadere nelle mani dei talebani entro 6/12 mesi, dice una fonte del Pentagono. Ma c'è chi sostiene che la capitale afghana potrebbe arrendersi entro 90 giorni, forse un solo mese: “Sta andando tutto nella direzione sbagliata”. Di fronte a un fallimento politico e militare che ha investito una generazione di generali e di presidenti, gli americani hanno perso anche il pudore: l'importante non è aver perduto, lasciandosi alle spalle centinaia di migliaia di afghani “buoni” dal destino quanto meno incerto. Quel che conta è andarsene.
Quando Joe Biden sostiene che “abbiamo speso più di un trilione di dollari in vent'anni, abbiamo addestrato ed equipaggiato più di 300mila forze di sicurezza afghane” e tutto questo non è servito a consolidare il paese, è una spiegazione condivisibile della ritirata. Ma non lenisce l'aspetto morale di una sconfitta. Quella in Afghanistan iniziata nel 2001 dopo gli attentati di al-Qaeda, era una “guerra per necessità”: se i talebani avessero consegnato agli americani Osama bin Laden, il conflitto non ci sarebbe stato. L'Afghanistan non aveva valore strategico né economico. L'Iraq nel 2003 fu invece un'invasione “per scelta”, il prodotto di un militarismo da XIX secolo.

Il trasferimento di forze importanti al teatro iracheno impedì agli americani di avere una vittoria definitiva sui talebani. Forse. In realtà gli americani hanno spesso cambiato obiettivo: l'eliminazione di un santuario terroristico, la stabilizzazione del paese, la ricostruzione, di nuovo la lotta al terrore e infine la trattativa con i talebani. L'Afghanistan era troppo povero per assorbire gli investimenti internazionali. Il 90% dei 350mila soldati addestrati dagli americani sono analfabeti. I soldi finivano nelle mani dei profittatori. Cioè i governi di Kabul e i signori tribali della guerra.

Gli americani hanno perso 2.300 soldati. Ma i morti afghani sono stati 100mila, la maggioranza dei quali civili, uccisi dalla brutalità dei Talebani e dai bombardamenti e le campagne di droni americani. In un paese che dalla prima guerra anglo-afghana del 1839 (a Londra la chiamano ancora “Disastro Afghano”) ha sempre dimostrato di non amare gli stranieri, è evidente quale fosse il vantaggio talebano.
Quanto meno Joe Biden è coerente: “Non manderò un'altra generazione di americani a combattere in Afghanistan”, aveva promesso appena insediato. Nel 2013 Barak Obama aveva garantito che “alla fine dell'anno prossimo la guerra in Afghanistan sarà finita”. Così Donald Trump, ricordando che la missione americana non era ricostruire l'Afghanistan ma scovare i terroristi.
C'è tuttavia un importante aspetto di questo ritiro, che avrà effetti positivi sulla tenuta del sistema democratico americano e le sue future ambizioni. Nella sua autobiografia (“Una terra promessa”, Garzanti 2020) Obama ricorda quando, durante il suo primo mandato, il generale Stanley McChrystal propose di aumentare di 40mila uomini le forze in Afghanistan, arrivando a 100mila soldati. Obama era contrario ma era disposto a un confronto. Il Pentagono invece rese pubblico il piano e i generali rilasciarono decine d'interviste, riuscendo a imporre una decisione che spettava al potere civile Era l'apparato militar-industriale dal quale nel 1960 Dwight Eisenhower aveva messo in guardia gli americani. Anche Barack Obama aveva tentato di cambiare quello che chiamava “il manuale di Washington”: rispondere a ogni minaccia con la forza militare, ignorando le opportunità della diplomazia. Ora è Joe Biden, che anche da vicepresidente era sempre stato contrario alla guerra in Afghanistan, a imporre la necessaria disciplina istituzionale.

C'è infine nel ritiro un aspetto geopolitico vantaggioso per l'America. Anche se Obama,Trump e Biden non avessero chiarito che la priorità è la Cina, l'Afghanistan sarebbe comunque un paese insignificante: è un prodotto dell'11 Settembre, aggravato dall'ostinazione dei militari di cercare una vittoria impossibile.

L'Afghanistan non è un paese che può interessare una potenza distante 7.500 chilometri. Ma una regionale si: la sua instabilità non può che creare ansietà alla Cina, alla Russia, all'Iran. Andandosene dall'Afghanistan, l'America crea una difficoltà ai suoi più importanti avversari. Naturalmente la geopolitica è una scienza cinica: non tiene conto di quale massacro attende ora l'Afghanistan.

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