Zvi Bar'el : Quanti palestinesi morti sono troppi?

Zvi Bar'el
10.08.2021 | 23:07 How Many Dead Palestinians Is Too Many?

10 agosto 2021 – Haaretz

Secondo un articolo di Yaniv Kubovich su Haaretz di martedì, “il capo di stato maggiore [israeliano] Aviv Kochavi ha chiesto agli alti gradi del Comando Centrale [uno dei quattro comandi regionali, stanziato in Cisgiordania, ndtr.] di intervenire per ridurre i casi di uso di armi da fuoco contro palestinesi in Cisgiordania”. Presumibilmente non ci potrebbe essere una smentita più clamorosa delle affermazioni del giornalista Gideon Levy riguardo a Kochavi, secondo le quali “il comandante di un esercito che non abbia niente da dire riguardo a queste metodiche uccisioni contribuisce ancor di più alla degenerazione dell’esercito.”

Qui c’è un capo di stato maggiore che dedica attenzione ai sentimenti della gente, che comprende che gli omicidi perpetrati in suo nome in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza non vengono accolti facilmente dall’opinione pubblica, anche se solo da una piccola parte di essa. Si erge come un leone per porre fine al crimine e “chiede” ai suoi ufficiali superiori di tenere sotto controllo i comportamenti indisciplinati.

Non fa assolutamente nessuna differenza se Kochavi sia rimasto impressionato oppure no da quello che è stato scritto sui media o dalle critiche della “dirigenza politica” e dell’establishment della difesa riguardo alla condotta del capo del comando centrale Tamir Yadai, secondo le quali gli ufficiali del Comando Centrale hanno operato in modo suscettibile di incendiare la Cisgiordania.

Quello che è importante è come mettere in pratica sul terreno la richiesta di Kochavi. Quanti palestinesi innocenti ci viene permesso di uccidere prima che ciò inneschi un incendio? Ogni brigata o compagnia riceverà una quota mensile o annuale di morti che non dovrà essere superata?

Possiamo già sentire le grida di dolore dei dirigenti dei coloni secondo cui il capo di stato maggiore non permette alle IDF [l’esercito israeliano, ndtr.] di vincere. Possono smettere di preoccuparsi, Kochavi chiede solo di abbassare il fuoco, non di spegnerlo. Lo ha chiesto solo agli ufficiali delle IDF, non a loro. I coloni non sono affatto sottoposti a lui, e le loro armi, comprese quelle dei soldati che essi a volte usano, sono libere da ogni restrizione.

La cosa realmente sorprendente è la richiesta di Kochavi di coinvolgere un maggior numero di ufficiali superiori sul terreno e di fare in modo che più decisioni siano prese dai gradi più alti. Ecco il dilemma: chi sono questi ufficiali superiori che saranno considerati responsabili? Nell’operazione “Margine protettivo”, la guerra a Gaza del 2014, quando comandava la brigata Givati il tenente colonnello Ofer Winter spiegò ai suoi soldati che “la storia ci ha scelti per essere l’avanguardia nella lotta contro i nemici terroristi di Gaza, che insultano e scherniscono il dio delle campagne di Israele.”

Oggi il generale di brigata Winter comanda l’Utzbat Ha’esh, una divisione d’élite dei paracadutisti sottoposta al Comando Centrale, che è guidata dal generale Yadai, l’ufficiale più alto in grado responsabile del fuoco mortale contro i palestinesi. Lo “spirito di comando” di Winter è cambiato da allora? E perché dovrebbe cambiare, quando lo stesso ministro della Difesa Benny Gantz indossa sul bavero della divisa la medaglia per l’uccisione in massa di cui è stato responsabile, come capo di stato maggiore delle IDF, durante quella stessa campagna?

Questo mese si è scoperto che lo stesso spirito è rimasto in vigore nelle campagne che sono seguite. Nell’operazione “Guardiano delle mura” uno dei bombardamenti delle IDF contro Gaza ha colpito delle strutture precarie nei pressi di Beit Lahia. Sei persone sono state uccise: un neonato di 9 mesi, una diciassettenne, tre donne e un uomo. Le IDF si sono premurate di nascondere l’incidente, e la sua risposta banale ha dimostrato quanto profonda sia la loro indifferenza.

Le IDF hanno imparato la lezione e l’hanno insegnata all’unità combattente, ha borbottato il portavoce delle IDF. Nessun ufficiale superiore ha perso il posto. È stato solo a quella stessa unità che è stata impartita la lezione o il messaggio è stato inviato anche ad altre unità, e soprattutto agli ufficiali superiori del Comando Centrale? Sono questi i pompieri che d’ora in avanti controlleranno l’“altezza delle fiamme”? E chi ha alimentato le fiamme finora?

Da maggio in Cisgiordania sono stati uccisi oltre 40 palestinesi. Ora quello che ci manca è che il portavoce delle IDF presenti con orgoglio il suo risultato come prova che “la lezione è stata appresa”. Senza questo, potrebbe sostenere, sarebbero stati uccisi 80, o forse 100, palestinesi.

Questo non è più solo lo “spirito del comandante”, una cosa che dipende dalla personalità e dai valori di un comandante dell’esercito o del capo di un comando regionale. Al contrario qui vediamo una cultura di occupazione militare che non cambia per un qualche ordine. Ormai è una questione di tradizione operativa.


Zvi Bar'el
10.08.2021 | 23:07
“Chief of Staff Aviv Kochavi asked senior commanders in the Central Command to act to reduce the instances of shooting at Palestinians in the West Bank,” according to a report by Yaniv Kubovich in Tuesday’s Haaretz. Presumably there could be no more resounding refutation of the journalist Gideon Levy’s comments about Kochavi, to the effect that “an army commander who has nothing to say about this methodical killing contributes even more to the army’s degradation.”
Here we have a chief of staff who pays attention to the people’s feelings, who understands that the acts of murder carried out in his name in the West Bank and Gaza Strip don’t go down easily with the public, even if only a tiny minority of it. He arises like a lion to stop the crime and “asks” his senior officers to keep an eye on the unruly behavior.
It makes absolutely no difference whether Kochavi was impressed by what was written in the media or by the criticism from the “political leadership” and defense establishment over the conduct of Central Command head Tamir Yadai – that senior Central Command officers operated in a manner likely to ignite the West Bank.
The important question is how to implement Kochavi’s request on the ground. How many innocent Palestinians are we allowed to kill before it ignites a conflagration? Will every brigade or company receive a monthly or yearly quota of dead that should not be exceeded?
We can already hear the cries of woe from the settler leaders that the chief of staff is not letting the IDF win. They can stop worrying – Kochavi only asked to lower the flames, not extinguish them. He only asked IDF officers, not them. The settlers are not subordinate to him, and their weapons, including those belonging to soldiers that they occasionally use, are free from restrictions.
The really surprising thing is Kochav’s demand to involve more senior officers in operations on the ground and ensure that more decisions are made in the higher ranks. Here is a dilemma: Who are those senior officers who will be held responsible? In Operation Protective Edge, the 2014 Gaza war, when then-Col. Ofer Winter commanded the Givati Brigade, he explained to his soldiers that “history has chosen us to be the spearhead of the fighting against the Gazan terrorist enemy, which curses and taunts the God of Israel’s campaigns.”
Today Brig. Gen. Winter commands the Utzbat Ha’esh, an elite paratroops division subordinate to Central Command, which is headed by Maj. Gen. Yadai, the most senior officer responsible for the lethal firing on Palestinians. Has Winter’s “spirit of the commander” changed since then? And why should it change, when Defense Minister Benny Gantz himself wore on his lapel the medal for the wholesale killing he was responsible for, as IDF chief of staff, during that same campaign?
This month it turned out that the same spirit was also in effect in the campaigns that followed. In Operation Guardian of the Walls one of the IDF’s bombing runs on Gaza hit temporary structures near Beit Lahia. Six people were killed, including a 9-month-old infant, a 17-year-old girl, three women and a man. The IDF made sure to conceal the incident, and its banal response proved the depth of its indifference.
The IDF has learned lessons and taught them to the unit, muttered the IDF spokesman. No senior officer lost his job. Is it only in that same unit that the lessons were taught, or was the message also sent to other units, and primarily to the senior officers of Central Command? Are these the firefighters who from now on will supervise the “height of the flames”? And who fueled these flames until now?
Since May, over 40 Palestinians have been killed in the West Bank. All that’s missing now is for the IDF spokesman to proudly present this finding as proof of “lessons learned.” Without it, he could claim, 80 Palestinians, or perhaps 100, would have been killed. This is no longer only the “spirit of the commander,” something that depends on the personality and values of an army commander or the head of a regional command. Here, instead, we see a culture of military occupation that doesn’t change because of some order. By now, this is a matter of battle heritage.


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