Tariq Dana L'idea coloniale che ha costruito l'Autorità Palestinese


Israele ha cercato per anni di creare un organismo che controllasse i palestinesi per suo conto. Sono stati i leader del movimento di liberazione ad aiutarlo ad avere successo.

Fonte: english version

Di Tariq Dana – 25 luglio 2021

L’orribile uccisione dell’attivista Nizar Banat per mano delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, e la successiva brutale repressione e arresti arbitrari di manifestanti, attivisti e giornalisti palestinesi, hanno ampliato il dibattito tra i palestinesi sul ruolo dell’AP all’interno del regime di occupazione israeliana

Ciò che rende particolarmente significativo l’ultimo dibattito è che ha attratto un segmento considerevole di palestinesi apolitici e depoliticizzati. Slogan illusori di “costruzione dello stato” vengono apertamente respinti da un numero sempre maggiore di palestinesi. Sui social media e nelle discussioni pubbliche, è diventato comune etichettare i membri dell’Autorità Palestinese come “collaboratori” e le sue forze di sicurezza come “custodi degli insediamenti israeliani”, mentre si ridicolizza il successo del “progetto nazionale” descritto dagli apologeti dell’Autorità Palestinese. Forse la cosa più sorprendente è che gran parte dell’opinione pubblica palestinese oggi percepisce apertamente l’AP come un’estensione del dominio coloniale israeliano e incapace di portare avanti la propria lotta. E hanno ragione.

Istituita nel 1994 con gli Accordi di Oslo come  patto tra l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Israele e i partner occidentali di quest’ultima, l’AP ha effettivamente scambiato la lotta di liberazione palestinese con una forma limitata di autogoverno che è completamente allineata a Israele in quasi tutti i campi.

L’AP non solo ha imposto ai palestinesi vincoli strutturali nella resistenza verso le politiche israeliane, ma ha collaborato attivamente con Israele in un modo che servisse la sicurezza, gli interessi economici e politici di quest’ultimo. L’avvento dell’AP ha inoltre portato alla scomparsa dell’OLP, che ha posto fine alla rappresentanza della leadership della diaspora palestinese al di fuori delle aree create da Oslo, e ha infine subordinato e cooptato il movimento nazionale palestinese.

Palestinesi protestano per la morte dell’attivista palestinese per i diritti umani Nizar Banat, morto dopo essere stato arrestato dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, nella città di Ramallah, in Cisgiordania, il 24 giugno 2021. (Flash90)

Questa traiettoria storica si interseca perfettamente con la logica di governo coloniale di Israele. Per oltre un secolo, il movimento sionista ha perseguito la dottrina della “maggiore estensione di terra con un minimo numero di arabi”, cercando di neutralizzare il “carico demografico” palestinese che impedisce la sovranità ebraica sulla terra dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

Tuttavia, data la sua incapacità di reiterare una campagna di pulizia etnica su larga scala come nel 1948 – a causa sia della resistenza locale che delle pressioni regionali e internazionali – Israele ha invece intrapreso strategie multiformi di gestione e controllo della popolazione per mantenere il territorio – equazione demografica a favore del progetto coloniale-colonialista. Dopo l’occupazione del 1967 della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme est, la priorità divenne garantire che Israele potesse continuare a colonizzare la terra escludendo i palestinesi dal potere e concentrandoli in minuscole porzioni di territorio.

Un pilastro fondamentale di questa logica è stata la creazione di un’istituzione “nativa” incaricata di controllare i palestinesi nelle aree densamente popolate. Questa idea deriva da molti precedenti storici, dall’Africa al sud-est asiatico, dove le potenze coloniali abitualmente  creavano e assecondavano le autorità locali per sostenere il loro dominio.

Queste autorità venivano spesso messe nelle mani di élite tradizionali che, con il patrocinio del potere, servivano a mediare tra il colonizzatore e il colonizzato, a rafforzare la sicurezza e la stabilità e a ridurre i costi della burocrazia coloniale e delle operazioni militari. Sviluppavano anche forze di polizia o di milizia locali per garantire l’ordine pubblico, proteggere l’élite dall’opposizione interna e sopprimere qualsiasi forma di resistenza. Quando in seguito emersero i movimenti di liberazione nazionale per rovesciare i loro governanti, queste autorità locali vennero viste come entità collaborazioniste e furono oggetto di resistenza , per poi essere smantellate.

La formula dell’autonomia

Israele ha cercato a lungo di attuare questa logica coloniale incoraggiando una visione di “autonomia palestinese” sotto il suo governo. Nel periodo immediatamente successivo alla guerra del 1967, ad esempio, il ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan guidò la politica “Open Bridges”, una strategia di contro-insurrezione che incoraggiava le leadership locali come i capi tribù a gestire gli affari delle proprie comunità, come un modo per pacificare la popolazione palestinese.

Il ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan  parla con un arabo palestinese residente nel campo profughi di Rafah nella Striscia di Gaza durante una visita al campo, 28 dicembre 1972. (Nissim Gabai/GPO)

Parallelamente, Israele abbracciò in modo informale il “Piano Allon”, proposto dall’allora ministro dell’Istruzione Yigal Allon, che prevedeva l'”Opzione giordana” per governare i territori occupati, garantendo una qualche forma di autonomia nelle popolose aree della Cisgiordania sotto gli auspici della Giordania, pur mantenendo la terra sotto il controllo militare israeliano.

Un modello più sistematico di autonomia palestinese fu presentato dal primo ministro israeliano Menachem Begin ai colloqui di Camp David del 1978 tra Israele ed Egitto. La proposta di Begin si basava sull’istituzione di un “consiglio amministrativo autonomo”, amministrato da 11 membri palestinesi, che avrebbe supervisionato gli affari civili senza detenere un vero potere politico. Mentre l’esercito israeliano avrebbe mantenuto la sicurezza e conservato il territorio strategico, il consiglio amministrativo avrebbe dovuto schierare una forza di polizia locale all’interno dei centri abitati palestinesi in coordinamento con Israele.

Per mettere in pratica la visione dell’autonomia, nel 1979 Israele istituì le “Village Leagues”, una rete composta da anziani tribali collaborazionisti che applicavano politiche coercitive sulla propria popolazione sotto la direzione dell’esercito israeliano (Ariel Sharon, ministro della Difesa di Begin all’inizio degli anni ’80,  fu uno dei principali sostenitori di questa politica). Il governo israeliano sperava anche che le “Village Leagues” avrebbero minato l’appello nazionalista dell’OLP nei territori occupati e distrutto qualsiasi tentativo di mobilitare il popolo contro il dominio israeliano. Questa politica, tuttavia, fu ampiamente respinta e delegittimata dall’opinione pubblica palestinese, portando alla sua fine con lo scoppio della Prima Intifada nel 1987.

Fu solo con la firma degli accordi di Oslo nel 1993 che Israele fu finalmente in grado di soddisfare la sua ambizione. Ma mentre l’AP è certamente una replica moderna di questa formula coloniale, ha una caratteristica peculiare in quanto è stata di fatto accettata dallo stesso movimento di liberazione nazionale.

Il Ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres incontra il Presidente dell’AP Yasser Arafat nella Striscia di Gaza, 26 settembre 2001 (Avi Ohayon/GPO)

L’acquiescenza dell’OLP a questo accordo era in parte guidata da un’agenda egoistica: la Prima Intifada, che aveva prodotto nuove forme di leadership nazionale e di base all’interno dei territori occupati, aveva gradualmente iniziato a emarginare la leadership dell’OLP in esilio. Minacciata da questa sfida, l’OLP cercò di ripristinare la sua posizione egemonica capitalizzando la rivolta e negoziando segretamente un accordo di pace con Israele, con il sostegno degli Stati Uniti.

Un accordo così consapevole tra un movimento di liberazione nazionale e una potenza coloniale non ha precedenti nella storia delle lotte anticoloniali. Il risultato è stato disastroso sul tessuto nazionale palestinese, privandolo della capacità di resistere alle politiche israeliane, garantendo allo stato una comoda posizione dalla quale intensificare la colonizzazione dei territori occupati.

Antitetico alla liberazione

Nonostante la facciata dell’autogoverno sotto l’agenda del “processo di pace”, la creazione dell’AP fu essenzialmente intesa come un progetto di sicurezza, la cui dottrina è quella di trattare con le forze israeliane non come occupanti, ma come partner. Quasi tutte le istituzioni dell’Autorità Palestinese, comprese le sue modalità di governo e le sue politiche economiche, sono progettate specificamente per svolgere una funzione di contro-insurrezione per pacificare i palestinesi, un compito centrale delle autorità locali che operano sotto il dominio coloniale.

Il coordinamento della sicurezza è la prova più infame dell’interazione armonica tra l’Autorità Palestinese e Israele, in cui entrambe le parti si scambiano informazioni sulla popolazione locale e arrestano o uccidono i palestinesi, siano essi dissidenti politici o militanti armati. Sebbene il coordinamento della sicurezza fosse una condizione israeliana per mantenere la sopravvivenza dell’Autorità Palestinese, contrastare la crescente opposizione interna è diventata una priorità anche per l’Autorità Palestinese.

Forze di sicurezza palestinesi sorvegliano un posto di blocco all’ingresso della città di Hebron, in Cisgiordania, 10 dicembre 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

I casi più eclatanti di questa mutua collaborazione sono le uccisioni degli attivisti palestinesi Basel Al-Araj e Nizar Banat: mentre Al-Araj è stato ucciso dai soldati israeliani nel cuore della Ramallah controllata dall’AP dopo essere stato rilasciato dalla prigione dell’AP, Banat è stato ucciso dalle forze dell’AP in un’area di Hebron controllata da Israele.

Una caratteristica distintiva dell’AP che la differenzia dai modelli passati risiede nell’ampio investimento tecnico e finanziario da parte dei donatori occidentali, forse il modello più efficace di intervento post-coloniale nella nostra epoca. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno contribuito a creare, addestrare e dotare le forze di sicurezza perché si concentrassero sulla sicurezza interna; vale a dire, prevenire con forza qualsiasi forma di resistenza palestinese organizzata ed efficace.

Fino ad oggi, il settore della sicurezza palestinese, finanziato da governi stranieri, detiene la parte del leone delle risorse finanziarie e umane dell’AP: impiega quasi la metà di tutti i dipendenti dell’AP e consuma circa il 29-34% del budget, superando settori vitali come istruzione, sanità e agricoltura insieme.

Questi strateghi internazionali hanno capito perfettamente che garantire la conformità dell’Autorità Palestinese con Israele richiede inevitabilmente sia la corruzione per incentivare finanziariamente l’élite dell’Autorità Palestinese, sia un governo autoritario per proteggerla dall’opposizione pubblica. L’élite dell’Autorità Palestinese e i suoi compari considerano questa realtà un’industria redditizia: aiuti esteri, privilegi concessi da Israele, monopoli sulle risorse, coinvolgimento in imprese private e appropriazione indebita di fondi pubblici sono diventate importanti fonti di arricchimento personale. Grandi donatori come l’Unione Europea e gli Stati Uniti non hanno agito contro questa corruzione dilagante o violazioni dei diritti umani fintanto che sono stati in grado di mantenere la collaborazione per la sicurezza con Israele.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas vicino alla guardia d’onore fuori dal suo ufficio nella città di Ramallah in Cisgiordania, 12 gennaio 2010. (Issam Rimawi/Flash90)

La stabilità istituzionale dell’AP è ulteriormente assicurata attraverso l’impegno dei componenti del partito Fatah nelle reti clientelari nel garantire la loro lealtà e per cooptare i dissidenti. L’occupazione nel settore pubblico e di sicurezza dell’AP è altamente politicizzata, dominata dai membri del partito il cui scopo è quello di prolungare la vita dell’AP nonostante la sua obbedienza alle condizioni oppressive di Israele e anche se ciò ha richiesto loro di diventare teppisti che assalgono i manifestanti, come documentato in recenti dimostrazioni. I dipendenti pubblici che hanno espresso critiche alle politiche dell’AP, nel frattempo, sono stati immediatamente licenziati o costretti al pensionamento anticipato.

In questa sfortunata realtà, non c’è da meravigliarsi del fatto che molti palestinesi oggi credono che l’AP sia antitetica alla loro lotta di liberazione. La capitolazione e l’auto-sconfitta dell’Autorità Palestinese sotto i termini umilianti di Oslo ha avuto conseguenze di vasta portata su tutti gli aspetti della vita palestinese e ha inflitto innumerevoli danni alla causa palestinese. Ha introdotto profonde divisioni politiche e sociali nel tessuto nazionale, ha fatto decadere il movimento nazionale palestinese e ha indebolito il potere internazionale delle voci palestinesi a favore della libertà e della dignità.

L’adozione acritica di questo percorso non è un errore di calcolo politico, ma una scelta sistematica delle élite e dei loro protettori per preservare l’ordine coloniale. In quanto tale, la PA non può essere riformata né modificata; è stata creata proprio per funzionare in questo modo. O i palestinesi prendono l’iniziativa e interrompono questa strada, o in un futuro non troppo lontano rischiano una deriva ancora peggiore.

 

Il dottor Tariq Dana è un assistente professore di conflitti e studi umanitari presso il Doha Institute for Graduate Studies e docente a contratto presso la Northwestern University, in Qatar. È anche consulente politico per Al-Shabaka: The Palestine Policy Network.

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invitapalestina.org






By Tariq Dana July 25, 2021

(L to R) Egyptian President Hosni Mubarak, PLO Chairman Yasser Arafat, U.S. President Bill Clinton, Israeli Prime Minister Yitzhak Rabin, and Jordanian King Hussein bin Talal at the White House after signing the Oslo II Agreements, Sept. 28, 1995. (Avi Ohayon/GPO)

(L to R) Egyptian President Hosni Mubarak, PLO Chairman Yasser Arafat, U.S. President Bill Clinton, Israeli Prime Minister Yitzhak Rabin, and Jordanian King Hussein bin Talal at the White House after signing the Oslo II Agreements, Sept. 28, 1995. (Avi Ohayon/GPO)

The horrific killing of the activist and outspoken critic Nizar Banat at the hands of Palestinian Authority security forces, and the subsequent brutal crackdown and arbitrary arrests of Palestinian protesters, activists, and journalists, have widened the debate among Palestinians about the PA’s place within Israel’s occupation regime.


What makes the latest debate particularly significant is that it has attracted a considerable segment of apolitical and depoliticized Palestinians. Illusionary slogans of “state-building” are being blatantly rejected by more and more Palestinians. On social media and in public discussions, it has become common to label the PA as “collaborators” and its security forces as the “guardian of Israeli settlements,” while ridiculing the success of the “national project” depicted by PA apologists. Perhaps most strikingly, much of the Palestinian public today openly perceives the PA as an extension of Israeli colonial rule that is incapable of advancing their struggle. And they are correct.


Established in 1994 under the Oslo Accords as an inter-elite accommodation between the Palestine Liberation Organization, Israel, and the latter’s Western partners, the PA effectively traded the Palestinian liberation struggle for a limited form of self-rule that is completely besieged by and dependent on Israel in almost every sphere.


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The PA not only imposed structural constraints on Palestinians to resist Israeli policies, but actively collaborated with Israel in a way that served the latter’s myriad security, economic, and political interests. The advent of the PA further led to the demise of the PLO, which ended the leadership’s representation of the Palestinian diaspora outside the Oslo-created cantons, and ultimately subordinated and coopted the Palestinian national movement.


Palestinians protest the death of Palestinian human rights activist Nizar Banat who died after being arrested by Palestinian Authority security forces, in the West Bank city of Ramallah, on June 24, 2021. (Flash90)

Palestinians protest the death of Palestinian human rights activist Nizar Banat who died after being arrested by Palestinian Authority security forces, in the West Bank city of Ramallah, on June 24, 2021. (Flash90)

This historical trajectory intersects perfectly with Israel’s logic of colonial governance. For over a century, the Zionist movement has pursued a doctrine of “maximum land with minimum Arabs,” seeking to neutralize the Palestinian “demographic burden” that impedes Jewish sovereignty over the land from the Jordan River to the Mediterranean Sea.


However, given its inability to reiterate a similar campaign of large-scale ethnic cleansing like in 1948 — due to both local resistance as well as regional and international pressures — Israel has instead embarked on multifaceted strategies of population management and control to keep the territorial-demographic equation in favor of the settler-colonial project. After the 1967 occupation of the West Bank, Gaza, and East Jerusalem, the priority became to ensure that Israel could continue colonizing the land while excluding the Palestinians from power and concentrating them into tiny slots of territory.


A fundamental pillar of this logic was the creation of a “native” institution charged with controlling Palestinians in densely populated areas. This idea derived from many historical precedents from Africa to Southeast Asia, where colonial powers routinely invented and cultivated local authorities to sustain their rule.


These authorities were often put into the hands of traditional elites who, with the power’s patronage, served to mediate between the colonizer and colonized, enforce security and stability, and reduce the costs of colonial bureaucracy and military operations. They also developed local police or militia forces to ensure public order, protect the elite from internal opposition, and suppress any form of resistance. When national liberation movements later emerged to overthrow their rulers, these local authorities were viewed as collaborationist entities and were resisted and dismantled as such.


The autonomy formula

Israel has long tried to implement this colonial logic by encouraging a vision of “Palestinian autonomy” under its rule. In the immediate aftermath of the 1967 war, for example, Israeli Defense Minister Moshe Dayan spearheaded the “Open Bridges” policy, a counterinsurgency strategy that encouraged local leaderships such as heads of tribes to manage their own communities’ affairs, as a way to pacify the Palestinian population.


Israeli Defense Minister Moshe Dayan (l) speaks with a Palestinian Arab resident of the Rafah refugee camp in the Gaza Strip during a visit to the camp, Dec. 28, 1972. (Nissim Gabai/GPO)

Israeli Defense Minister Moshe Dayan (l) speaks with a Palestinian Arab resident of the Rafah refugee camp in the Gaza Strip during a visit to the camp, Dec. 28, 1972. (Nissim Gabai/GPO)

In parallel, Israel informally embraced the “Allon Plan,” proposed by then-Labor Education Minister Yigal Allon, which envisaged the “Jordanian Option” for governing the occupied territories — granting some form of autonomy in populous West Bank areas under Jordan’s auspices, while keeping the land under Israeli military control.


The most systematic model of Palestinian autonomy was presented by Israeli Prime Minister Menachem Begin at the 1978 Camp David talks between Israel and Egypt. Begin’s proposal was based on instituting a “self-governing administrative council,” to be administered by 11 Palestinian members, which would oversee civil affairs without holding real political power. While the Israeli military would maintain security and hold on to strategic territory, the administrative council would be able to deploy a local police force within Palestinian population centers in coordination with Israel.


To put the autonomy vision into practice, Israel formed the “Village Leagues” in 1979, a network of collaborationist tribal elders who exercised coercive policies over their own population under the direction of the Israeli military (Ariel Sharon, who served as Begin’s Defense Minister in the early 1980s, was a leading proponent of this policy). The Israeli government also hoped that the Village Leagues would undermine the PLO’s nationalist appeal in the occupied territories and splinter any attempts to mobilize the people against Israeli rule. This policy, however, was largely rejected and delegitimized by the Palestinian public, leading to its demise by the eruption of the First Intifada in 1987.


It was only with the signing of the Oslo Accords in 1993 that Israel was finally able to accommodate its ambition. But while the PA is certainly a modern replica of this colonial formula, it has a peculiar feature in that it was in fact accepted by the national liberation movement itself.


Israeli Foreign Minister Shimon Peres meeting with PA President Yasser Arafat in the Gaza Strip, Sept. 26, 2001 (Avi Ohayon/GPO)

Israeli Foreign Minister Shimon Peres meeting with PA President Yasser Arafat in the Gaza Strip, Sept. 26, 2001 (Avi Ohayon/GPO)

The PLO’s acquiescence to this arrangement was partly driven by a self-serving agenda: the First Intifada, which had produced new forms of national and grassroots leadership inside the occupied territories, had gradually begun to marginalize the PLO leadership in exile. Threatened by this challenge, the PLO sought to reinstate its hegemonic position by capitalizing on the uprising and secretly negotiating a peace settlement with Israel, with the support of the United States.


Such a conscious encounter between a national liberation movement and a colonial power is unprecedented in the history of anti-colonial struggles. The result has been disastrous on the Palestinian national fabric, depriving it of the capacity to resist Israeli policies, while granting the state a comfortable position from which to intensify the colonization of the occupied territories.


Antithetical to liberation

Despite the façade of self-rule under the rubric of a “peace process,” the creation of the PA was essentially intended as a security project, whose doctrine is to deal with Israeli forces not as an occupier, but as a partner in a shared regime. Almost all of the PA’s institutions, including its modes of governance and its economic policies, are specifically designed to play a counterinsurgency function to pacify Palestinians — a central task of local authorities operating under colonial rule.


Security coordination is the most infamous evidence of the harmonic interaction between the PA and Israel, whereby both parties exchange information on the local population and arrest or kill Palestinians, whether political dissidents or armed militants. Although security coordination was an Israeli condition to maintain the PA’s survival, it has also become a priority for the PA to counter growing internal opposition.


Palestinian security forces guard a checkpoint at the entrance to the West Bank city of Hebron, Dec. 10, 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

Palestinian security forces guard a checkpoint at the entrance to the West Bank city of Hebron, Dec. 10, 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

The most prominent cases of this mutual partnership are the killings of the Palestinian activists Basel Al-Araj and Nizar Banat: whereas Al-Araj was killed by Israeli soldiers in the heart of the PA-controlled Ramallah after being released from PA prison, Banat was killed by PA forces in an Israeli-controlled area of Hebron.


A distinct feature of the PA that differentiates it from past models lies in the extensive technical and financial investment by Western donors — perhaps the most effective model of post-colonial intervention in our age. The United States and European Union helped to establish, train, and equip the security forces to focus on internal security; that is, to forcefully prevent any form of organized and effective Palestinian resistance.


To this day, the Palestinian security sector, funded by foreign governments, holds the lion’s share of the PA’s financial and human resources: it employs almost half of all PA servants and consumes around 29 to 34 percent of the budget — exceeding vital sectors such as education, health, and agriculture combined.


These international architects perfectly understood that ensuring PA compliance with Israel unavoidably requires both corruption to financially incentivize the PA elite, and authoritarian rule to protect them from public opposition. The PA elite and its cronies saw in this reality a lucrative industry: foreign aid, Israeli-granted privileges, monopolies over resources, involvement in private businesses, and embezzlement of public funds became major sources of personal enrichment. Major donors like the European Union and the United States did not act against this rampant corruption or human rights abuses so long as it was capable of maintaining security collaboration with Israel.


Palestinian President Mahmoud Abbas stands near the guard of honor outside his office in the West Bank city of Ramallah, Jan. 12, 2010. (Issam Rimawi/Flash90)

Palestinian President Mahmoud Abbas stands near the guard of honor outside his office in the West Bank city of Ramallah, Jan. 12, 2010. (Issam Rimawi/Flash90)

The PA’s institutional stability is further secured through the engagement of Fatah party constituents in patronage networks to ensure their loyalties and to coopt dissidents. Employment in the PA public and security sectors is highly politicized, dominated by the party members whose purpose is to extend the life of the PA despite its obedience to Israel’s oppressive conditions — even if it required them to become thugs assaulting protesters, as documented in recent demonstrations. Civil servants who voiced criticism of PA policies, meanwhile, would be immediately fired or forced into early retirement.


In this unfortunate reality, it is no wonder why many Palestinians today believe that the PA is antithetical to their liberation struggle. The PA’s capitulation and self-defeat under Oslo’s humiliating terms has had far-reaching consequences on all aspects of Palestinian life, and has inflicted countless harms on the Palestinian cause. It has introduced deep political and social divisions into the national fabric, decayed the Palestinian national movement, and weakened the international power of the Palestinian voice for freedom and dignity.


The uncritical embracement of this path is not a political miscalculation, but a systematic choice by the elites and their patrons to preserve the colonial order. As such, the PA cannot be reformed nor can it be changed; it was precisely created to function this way. Either the Palestinians take the lead and break with this path, or they risk an even worse trajectory in the not-too-distant future.



Dr. Tariq Dana is an assistant professor of conflict and humanitarian studies at the Doha Institute for Graduate Studies and an adjunct lecturer at Northwestern University, Qatar. He is also a policy advisor for Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network.

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