AMIRA HASS : "UMANITARIO": LA PAROLA MAGICA CHE ALLEVIA LA COSCIENZA DEGLI ISRAELIANI. Il ricongiungimento familiare

Traduzione sintesi

https://archive.is/Ae26k articolo in inglese


Anche prima della nascita di alcuni dei partecipanti alla veglia di protesta in corso a El Bireh, o quando erano solo bambini senza alcuna idea della manipolazione demografica israeliana, ho scritto la motivazione della loro protesta: La preclusione del ricongiungimento familiare palestinese.
In altre parole, ho scritto dei numerosi ostacoli che Israele pone ai famigliari dei palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania quando deve concedere loro lo status di residenza .
Sono passati circa 30 anni. Decine di migliaia di coniugi hanno ottenuto la residenza grazie alla battaglia legale condotta da Hamoked, il Centro per la Difesa dell'Individuo, e, dopo il 1995, anche in base a uno specifico articolo degli Accordi di Oslo. Dal 2000 Israele, nella sua maniera arrogante e autoritaria, ha interrotto il processo che avrebbe dovuto garantire lo status di residenza ogni anno a circa 4.000 persone (per la maggior parte palestinesi), nell'ambito del ricongiungimento familiare.
Devo soffermarmi sull'argomento ancora e ancora perché gli israeliani pongono così poco interesse in esso, e perché l'Ufficio del Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) e il Servizio di Sicurezza dello Shin Bet non ne parlano nelle conferenze stampa che organizzano per i media israeliani,
L'Ufficio del Coordinatore del governo non decide la politica, la attua solamente, ma poiché è un organo del Ministero della Difesa, i suoi alti funzionari e ufficiali sono ben consapevoli di ciò che sta accadendo. I suoi rappresentanti spiegano che il processo di ricongiungimento familiare è stato fermato per ordine del governo e che vengono esaminati "solo casi umanitari".
La parola magica "umanitario" ha lo scopo di distogliere la nostra attenzione e di placare le nostre coscienze, perché cosa c'è di più umanitario del diritto di una famiglia a vivere insieme, nella propria casa, e non all'ombra della costante paura della separazione dai propri cari e dell'espulsione? Vale a dire il caso di molte migliaia di persone.
Circa due anni fa abbiamo sentito parlare di coniugi, che hanno ricevuto lo status di residenti da Israele ,come parte di un "gesto". Questo si riferisce a un numero molto limitato, forse 100, o forse 150 persone, che erano in una lista speciale preparata da individui con stretti legami con l'Ufficio del Presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Poiché si trattava di un elenco eccezionale e includeva "conoscenti", ciò che Israele ha fatto,quando ha concesso lo status di residenti a coloro che vi erano inclusi, è stato un "favore", e non il riconoscimento dei suoi obblighi né del diritto universale alla famiglia.
Ho chiesto all'Ufficio del Coordinatore del governo di questa lista eccezionale. Non ho ricevuto risposta. Ho anche chiesto quando era stata l'ultima volta che il Ministero degli Affari Civili Palestinese aveva inviato loro una normale domanda per il ricongiungimento familiare.
Lasciatemi chiarire. Gli Accordi di Oslo hanno creato due burocrazie (nessuna pratica la trasparenza) e l'Autorità Palestinese continua a presentarlo come un risultato. Un palestinese invece di richiedere un permesso direttamente all'ufficiale israeliano dell'Amministrazione Civile, presenta la richiesta a un funzionario di un comitato di collegamento distrettuale palestinese, che funge da postino e inoltra il modulo a un funzionario/soldato dell'Ufficio Israeliano di Coordinamento e Collegamento, che è subordinato all'Ufficio del Coordinatore di Governo nei Territori. Lo stesso vale per le domande di ricongiungimento familiare.
Israele non nasconde il fatto di aver interrotto il ricongiungimento familiare, ma allo stesso tempo sostiene che le domande (presumibilmente umanitarie),che vengono presentate sono esaminate. Tuttavia, fonti del Ministero per gli Affari Civili Palestinese affermano che negli ultimi anni l'Ufficio del Coordinatore del Governo nei Territori ha vietato loro di trasmettere tali domande. Il Ministero palestinese obbedisce e, inoltre, a giudicare dall'esperienza di molti residenti e degli avvocati che li assistono, ha smesso del tutto di accettare nuove richieste.
La logica: "Gli israeliani non le gestiscono in nessun caso". Pertanto, in termini legali non c'è "esaurimento delle procedure" e le famiglie che sono disposte a sfidare il sistema non possono appellarsi all'Alta Corte di Giustizia israeliana. L'Ufficio del Coordinatore non ha risposto alla domanda su quando sia stata ricevuta l'ultima domanda da parte palestinese.
Inoltre, non è chiaro cosa sia successo alle vecchie richieste che il Ministero degli Affari Civili ha accolto, prima del 2014.
Un'altra mia domanda riguardava questa mancanza di chiarezza. Ogni richiesta che la parte palestinese ha accettato e presumibilmente trasferita alla parte israeliana ha ricevuto un numero di tracciamento. Ma nelle poche sessioni dell'Alta Corte sulla preclusione del ricongiungimento familiare in Cisgiordania, gli appellanti non hanno avuto nessun'altra prova che in effetti la richiesta fosse arrivata alla parte israeliana. Pertanto, i giudici hanno ritenuto la procedura non esaurita e le istanze hanno dovuto essere ritirate. La specificazione palestinese secondo cui la parte israeliana non presenta conferme scritte per le richieste ricevute, è rimasta inascoltata dai giudici. Ho chiesto al portavoce del Coordinatore se ciò significa che i funzionari dell'Autorità Palestinese mentono al loro popolo quando assicurano che le richieste sono state trasferite agli uffici di collegamento israeliani. Non ho ricevuto risposta.
Ho anche chiesto se l'Ufficio del Coordinatore può confermare che almeno dal 2016 o 2017 non ha permesso alla parte palestinese di trasferire le richieste di ricongiungimento familiare, motivo per cui i il Ministero palestinese ha smesso di accettare quei moduli dai residenti palestinesi. Secondo la risposta ricevuta , che include un'affermazione rilevante: "Ogni richiesta che ci viene inviata per conto dell'Autorità Palestinese viene esaminata in conformità con il regolamento."
Come se avessi intuito quale sarebbe stata la sua risposta concisa, ho chiesto anche a quell'ufficio: preupponendo che non sia stata firmata alcuna direttiva (di non trasferire le domande di ricongiungimento familiare), "Ciò significa che se domani i rappresentanti dell'Autorità Palestinese inviano 1.000 domande di ricongiungimento familiare, le accettereste? (Indipendentemente dal fatto che vengano effettivamente esaminate o approvate)".
Non ho ricevuto risposta a quella domanda.
Quindi: suggerisco al Ministero degli Affari Civili Palestinese di accettare immediatamente nuove o rinnovate richieste di ricongiungimento familiare. Noi giornalisti saremo lieti di documentare il trasferimento al Ministero degli Affari Civili, che dista circa un chilometro, così come le richieste inviate per posta elettronica. Vediamo allora cosa avranno da dire i giudici.


Even before some of the participants in the ongoing protest vigil in El Bireh were born, or when they were only children with no idea of the Israeli demographic manipulation, I wrote about the object of their protest: the prevention of Palestinian family reunification.
In other words, I wrote about the numerous obstacles Israel puts in the way of foreign national spouses of Palestinians from the Gaza Strip and the West Bank to be granted residency status in the territories occupied in 1967.
About 30 years have passed. Tens of thousands of partners, citizens or residents of other countries have received residency status thanks to the legal battle waged by Hamoked – Center for the Defense of the Individual, and, after 1995, also according to a specific article in the Oslo Accords. But since 2000 Israel, in its arrogant and authoritarian manner, has stopped the process that should have guaranteed residency status every year for about 4,000 people (most of them Palestinians), in the context of family reunification.
I have to dwell on the subject again and again because Israelis have so little interest in it, and because the office of the Coordinator of Government Activities in the Territories and the Shin Bet security service don’t bring it up in the briefings they organize for the Israeli media, and which determine the “proper agenda” regarding the Palestinian situation.
The office of the government coordinator does not decide policy, it only implements it, but because it is a unit of the Defense Ministry, its senior officials and officers are well aware of what is going on. Its representatives explain that the process of family reunification was stopped by government order and “only humanitarian cases” are being examined.
The magic word “humanitarian” is designed to divert our attention and to quiet our consciences, because what is more humanitarian than a family’s right to live together, in its home, and not in the shadow of the constant fear of severance from your beloved ones and expulsion? Namely, the case of many thousands.
About two years ago we heard about spouses who did receive residency status from Israel as part of a “gesture.” This refers to a very small number, perhaps 100, perhaps 150, who were on a special list prepared by individuals with close ties to the office of Palestinian Authority President Mahmoud Abbas. Because it was an exceptional list and involved “connections” (wasta, in Arabic), what Israel did when it granted residency status to those included on it was a “favor,” and not the acknowledgment of its obligations nor of the universal right for a family.
I asked the government coordinator’s office about this exceptional list. I received no reply. I also asked when the last time was that the Palestinian Civil Affairs Ministry had sent them a standard application for family reunification.
Let me explain. The Oslo Accords created two bureaucracies (neither practice transparency), and the PA is still presenting that as an achievement. Instead of a Palestinian requesting a permit directly from the Israeli officer in the Civil Administration, he submits the request to an official on a Palestinian district liaison committee, who functions as a postman and forwards the form to an official/soldier in the Israeli Coordination and Liaison Office, which is subordinate to the office of the government coordinator in the territories. The same is true of applications for family reunification.
Israel does not hide the fact that it has discontinued family reunification, but at the same time it claims that applications (presumably humanitarian ones) that are submitted – are examined. However, sources in the Palestinian Civil Affairs Ministry say that in recent years the office of the government coordinator in the territories has forbidden them to pass on such applications. The Palestinian ministry obeys, and furthermore, judging by the experience of many residents and the lawyers who accompany them, it has stopped accepting any new applications altogether.

Get breaking news and analyses delivered to your inbox

Please enter a valid email address
The logic: “The Israelis don’t handle them in any case.” Therefore, in legal terms there is no “exhausting of procedures,” and the families that are willing to challenge the system cannot appeal to Israel’s High Court of Justice. The office of the coordinator did not answer the question of when the last standard application from the Palestinian side was received.
In addition, it is not clear what has happened to old applications that the Civil Affairs Ministry did accept, prior to 2014.
Another question of mine addressed this lack of clarity. Each application that the Palestinian side accepted and supposedly transferred to the Israeli side received a tracking number. But in the few High Court sessions on the prevention of family reunification in the West Bank, the petitioners did not have another proof that indeed application had reached the Israeli side. Therefore, the judges deemed the procedure unexhausted, and the petitions had to be withdrawn. The judges would not listen to the Palestinian argument, that the Israeli side does not submit written confirmations for applications it has received. I asked the Coordinator’s spokesperson whether it means that the PA officials lie to their people when they assure them the applications were transferred to the Israeli liaison offices. I did not receive an answer.
I also asked whether the coordinator’s office can confirm that at least since 2016 or 2017, it has not allowed the Palestinian side to transfer applications for family reunification, which is why the Palestinians have stopped accepting those forms from Palestinian residents. According to the reply I received, which includes one relevant sentence: “Every application that is sent to us on behalf of the PA is examined in accordance with the regulations.”
As though I had guessed what its laconic answer would be, I also asked that office: On the assumption that no such directive (not to transfer family reunification applications) was signed, “Does that mean that if tomorrow representatives of the PA send you 1,000 applications for family reunification – you will accept them? (Regardless of whether you actually process them or approve them).”
I didn’t receive a reply to that question.
So, here: I suggest to the Palestinian Civil Affairs Ministry that it immediately accept new or renewed applications for family reunification. We journalists will gladly document the transfer of the copies in binders to the Civil Affairs Ministry, which is about a kilometer away, as well as those sent by email. Let us see then what the justices will have to say.



Potrebbe essere un'immagine raffigurante 13 persone, persone in piedi e attività all'aperto
Condividi









Commenti

Post popolari in questo blog

Il prigioniero Zakaria El Zebedi invia un messaggio tramite i suoi avvocati agli israeliani: ′′ Da Facebook ( in ebraico e inglese)

Zuheir Dolah : ha 76 anni e resiste da anni al tentativo di confisca israeliana. La storia di Hayel Mahmoud Bisharat ,

Yuval Harar : . La soluzione a tre classi .

Alberto Negri: L’«anglosfera» fa fuori anche Fincantieri