Amjad Iraqi, Hamas esce dalla sua gabbia di Gaza
Gaza Operazione 'Guardiano delle Mura'
Finalmente giovedì notte è stato
annunciato un cessate il fuoco fra Israele e Hamas, dopo 11 giorni di
bombardamenti devastanti e lanci indiscriminati di razzi, che hanno ucciso più
di 240 Palestinesi nella Striscia di Gaza e 12 persone in Israele. Per molti
osservatori, questo accordo che, se tiene, eviterà senza dubbio innumerevoli
altri morti, feriti e distruzioni insensate, dovrebbe finalmente porre fine
alla feroce saga.
Questo disperato ritorno alla “calma”,
tuttavia, rimane una parte fondamentale del problema.
Mentre i loro scontri armati si placano,
Israele e Hamas tendono a instaurare un equilibrio “molto violento” che spinge
di nuovo la Striscia di Gaza “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, mette in
guardia Terek Baconi, un analista presso l’International Crisis Group, e autore di Hamas sotto controllo: ascesa e pacificazione della Resistenza
Palestinese. Quello status quo ante –che
consiste in assedio brutale, indifferenza internazionale, frammentazione
politica e geografica– è esattamente ciò che è necessario abbattere, sostiene
Baconi.
In una intervista con +972, il giorno prima che il cessate il fuoco venisse
annunciato, Baconi ha spiegato che Hamas aveva demolito molte convinzioni
israeliane. Aveva infatti deciso di intervenire militarmente in seguito a
un movimento popolare emerso a Gerusalemme lo scorso
mese, che si era mobilitato contro l’espulsione forzata di famiglie da Sheikh Jarrah e
contro gli attacchi israeliani alla Moschea di Al-Aqsa e alla
Porta di Damasco. Anche se queste proteste nella città santa stavano ottenendo
piccole concessioni israeliane, dal punto di vista di Hamas “non sarebbero mai
salite al gradino successivo senza la forza militare”.
Mentre fra i Palestinesi c’è un profondo
dibattito sul coinvolgimento di Hamas, ha aggiunto Baconi, non si può dire lo
stesso della comunità internazionale. Da quanto lui vede, i governi stranieri
rimangono “completamente congelati” nella loro convinzione che il movimento
islamista “attacca irrazionalmente Israele per qualche sconosciuto e
decontestualizzato motivo”. Senza un riconoscimento che queste convinzioni sono
errate, sostiene, il mondo tornerà semplicemente a normalizzare la quotidiana
oppressiva violenza imposta dal controllo israeliano su tutti i Palestinesi,
controllo di cui Gaza è un esempio indicativo piuttosto che un’eccezione.
Operatori sanitari della Mezzaluna Rossa
Palestinese controllano i danni dopo un attacco israeliano a Gaza, 7 maggio
2021. (Mohammed
Zaanoun/Activestills)
+972 ha parlato con Baconi circa gli
effetti dell’intervento di Hamas sulla politica palestinese; per quale motivo
gli Israeliani siano stati colti di sorpresa dalla mossa, e per quale motivo il
nascente movimento popolare palestinese debba essere vigile nella sua sfida ai
governanti stranieri e nazionali mentre lotta per la liberazione. L’intervista
è stata revisionata per motivi di chiarezza.
La recente “escalation” è cominciata con
un movimento popolare di base a Gerusalemme, a Sheikh Jarrah e alla Città
Vecchia, quasi in assenza di qualunque fazione politica. Ma ciò è cambiato
drasticamente quando Hamas ha cominciato a lanciare razzi su Israele la scorsa
settimana. Per quale motivo Hamas ha deciso di buttarsi nella mischia? Quale
era il suo calcolo?
Hamas ha dichiaratamente un obiettivo
nazionale per i Palestinesi, e specifiche motivazioni come movimento
attualmente limitato alla Striscia di Gaza.
Per molto tempo, perfino sotto [il
precedente capo politico] Khaled Meshaal, Hamas ha flirtato con l’idea della
protesta popolare. Il movimento non è stato sempre esclusivamente votato alla
lotta armata; ha anche riflettuto sul potere delle manifestazioni popolari e
della legge internazionale. Tuttavia, c’è una sfumatura di cinismo all’interno
del movimento, per cui si pensa che le proteste popolari non guadagneranno mai
un livello di pressione internazionale o di sostegno pari a quello della lotta
per i diritti civili negli USA o della lotta anti-apartheid in Sudafrica.
Questo cinismo è stato sperimentato
nella Grande Marcia del Ritorno. Nel corso di diverse
settimane di sostenuta mobilitazione popolare non c’è stata una risposta
adeguata da parte della comunità internazionale, persino quando Israele faceva
il tiro al bersaglio sui Palestinesi. È stato solo quando Hamas si è gettato
nella mischia e ha alzato la posta dei “disturbi” contro Israele che la
situazione ha cominciato a cambiare, e sono iniziati i negoziati su concessioni
come l’allentamento del blocco su Gaza. La lezione per Hamas è stata molto
chiara: a meno che Israele non si senta sotto pressione, o militarmente o con
altre forme di “disturbo”, non concederà nulla.
Questo era il calcolo di Hamas sulle
attuali proteste. C’è stata una “vittoria”, nel senso che la Corte Suprema
Israeliana ha rinviato la sua decisione su Sheikh Jarrah, e la “Marcia della
bandiera” nel Jerusalem Day è stata
dirottata. Ma per quanto riguarda Hamas queste proteste non sono riuscite a
imporre reali concessioni da parte di Israele, e non avrebbero mai raggiunto il
successivo livello senza la forza militare dato che, secondo Hamas, quello è
l’unico modo in cui si ottengono risposte da Israele.
Palestinesi con le bandiere di Hamas dopo
l’ultima preghiera del venerdì del Ramadan, per protestare contro il possibile
sfratto di famiglie palestinesi dalle case del quartiere Sheikh Jarrah, a
Gerusalemme Est. 7 maggio 2021. (Jamal Awad/Flash90)
Ci sono state molte divisioni all’interno
del movimento. C’erano coloro che sostenevano che l’attenzione del mondo è
concentrata sulla profanazione dei luoghi santi islamici da parte di Israele, e
che si doveva puntare su questo, e non appropriarsi della protesta popolare.
D’altro canto, soprattutto [per membri di Hamas] a Gaza, l’impressione era di
avere già visto questo film in precedenza, ed era necessario sostenere le
proteste che altrimenti si sarebbero trasformate in un bagno di sangue. In
definitiva, ai loro occhi, doveva esserci una difesa dei Palestinesi contro la
letale oppressione israeliana.
Il calcolo più specifico, strategico per
il movimento stesso, è che negli ultimi mesi Hamas ha sperato in elezioni per affermarsi fuori da
Gaza. Dato che questa non è più un’opzione, Hamas si trovava in una situazione
in cui o tornava allo status quo o procedeva ad un rinnovamento radicale.
Molti report suggeriscono che gli analisti
governativi e militari di Israele sono stati colti di sorpresa dalla decisione
di Hamas di intervenire. Era davvero così sorprendente? Che cosa ci dice circa
la comprensione o l’incomprensione di Hamas da parte di Israele?
Per me non è affatto sorprendente che gli
analisti israeliani siano stati colti di sorpresa. Essi sanno molto bene che
non esiste in realtà una strategia specifica per trattare con Hamas, ma anche
nessuna strategia per trattare con i Palestinesi in generale, quindi si
concentrano solo su come gestire il conflitto.
Con questo approccio sono arrivati ad un
equilibrio decisamente sostenibile con Hamas. Lo dico con gran dispiacere
perché si tratta di un equilibrio che, sostanzialmente, è basato sulla punizione collettiva e su un blocco molto violento nei confronti dei
Palestinesi.
Questo equilibrio, che entrambe le parti
implicitamente mantenevano, era basato sul fatto che il blocco sarebbe rimasto
in vigore. Quando Gaza è spinta al limite della sopportabilità, Hamas usa il
lancio di razzi per protestare contro il blocco e contro la violenza che questo
infligge sui Palestinesi, e attraverso questo lancio di razzi Hamas è in grado
di ottenere concessioni dal governo israeliano. È in questo avanti e indietro
che si verificano i negoziati. Tuttavia, fuori da quei tira-e-molla, per gli
analisti israeliani, Gaza è lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Si
aspettano “calma” da Gaza. Per loro il blocco non è un atto di guerra, sono i
razzi ad essere un atto di guerra.
Razzi sparati da militanti di Hamas su
Israele, visti sulla città di Kiryat Gat, nel centro di Israele. 18 maggio
2021. (Nati
Shohat/Flash90)
In quanto parte di questo equilibrio,
Israele vedeva Hamas come un movimento che parla solo per conto dei Palestinesi
di Gaza, credendo che fosse effettivamente limitato alla Striscia. C’era molta
fiducia nell’idea che Hamas fosse stato neutralizzato fuori da Gaza, e che
Hamas facesse salire la tensione solo quando voleva specifiche concessioni per
Gaza.
Con questa recente escalation, Hamas ha
distrutto tutte queste supposizioni. Innanzi tutto ha aumentato la tensione
impegnandosi per Gerusalemme e non per Gaza. Storicamente non si tratta di una
novità, ma è una novità dall’inizio del blocco. In secondo luogo, ha demolito
il presupposto che Gaza sia gestibile da parte di Israele, e che il
contenimento di Hamas possa andare avanti all’infinito. Così questa improvvisa
“eruzione” è davvero una sorpresa per gli Israeliani. È anche una testimonianza
dell’arroganza di Israele nel credere di poter continuare a spingersi sempre
più avanti senza nessuna reazione da parte dei Palestinesi.
Sembra che ci sia differenza di vedute fra
i Palestinesi relativamente all’intervento militare di Hamas. Che reazioni vedi
fra il pubblico? In che modo questo sta condizionando il rapporto e l’immagine
del partito con la gente, specialmente a Gaza?
Ci sono Palestinesi che sono fedeli all’idea
delle manifestazioni popolari, che credono che i sit-in durante l’iftar [la
cena serale che interrompe il digiuno nei giorni del Ramadan] e le preghiere di
protesta porteranno da tutto il mondo maggiore attenzione ai Palestinesi, e che
questo forzerà la mano di Israele. Essi sono fortemente convinti che una lotta
militare di qualunque tipo sia problematica perché, da un punto di vista
strategico, i Palestinesi non possono vincere militarmente contro Israele.
Credono anche che una cooptazione delle proteste popolari da parte di una
fazione o dell’altra sia negativa perché prende una cosa che potrebbe essere
nazionale e la mette sotto una lente di parte.
L’altro lato del dibattito dice che ci
deve essere un bilanciamento dei poteri per riuscire a cambiare l’equilibrio, e
ciò non si ottiene esclusivamente con le proteste popolari. Pensare che questo
sia il modo in cui sono avvenute le lotte per i diritti civili o contro
l’apartheid significa idealizzare quelle lotte; in particolare, il movimento in
Sud Africa aveva una frangia armata. Perciò c’è l’idea che la forza delle armi,
anche se non libererà la Palestina, deve essere usata per infliggere dolore,
provocare un costo, dissuadere Israele da ulteriori violenze contro i
Palestinesi. Questa parte considera gli attacchi di Hamas come una sorta di
vittoria; anche se Gaza ne ha pagato il prezzo, psicologicamente hanno avuto un
effetto incredibile.
Manifestanti palestinesi si scontrano con
le forze di sicurezza israeliane vicino al checkpoint di Hawara a Nablus, nel
sud della Cisgiordania. 18 maggio 2021. (Nasser Ishtayeh/Flash90)
Come sono viste le mosse di Hamas al di là
di questo? Durante alcune manifestazioni in Cisgiordania, questa settimana,
c’era gente che inneggiava al nome di Mohammed Deif [il comandante in capo
delle Brigate al-Qassam di Hamas] o cantava contro Mahmoud Abbas e a favore di
Ismail Haniyeh [attuale capo politico di Hamas]. Nella coscienza nazionale
Hamas viene visto come difensore e protettore dei diritti dei Palestinesi.
Ci sono ovviamente delle complessità
intorno all’ideologia di Hamas; molti Palestinesi possono sostenere la vittoria
che Hamas ha portato avanti la scorsa settimana, ma essere contro l’ideologia
islamista. Ma queste sono alcune delle cose che vanno sbrogliate per capire
come possa esserci una strategia sfaccettata della liberazione palestinese, che
potrebbe strategicamente costruirsi su diverse tattiche di resistenza.
Hai accennato a come Hamas sperava che le
elezioni si svolgessero, e come alcune persone ora lo percepiscono in modo
diverso rispetto all’Autorità Palestinese. Come vedi i recenti eventi che hanno
influenzato le relazioni Hamas-AP, o qualsiasi tentativo di ripristinare le
elezioni?
C’è stato un cambiamento interessante nel
corso della settimana. Quando le proteste hanno cominciato ad espandersi oltre
Sheikh Jarrah, l’Autorità Palestinese è stata molto attiva nel reprimere le proteste in Cisgiordania e
nell’eliminare qualsiasi minaccia che Hamas vi si espandesse; la scusa che
adducevano era che avrebbero perso il controllo del territorio.
Dopo che le azioni militari a Gaza sono
aumentate, i funzionari dell’OLP e dell’Autorità Palestinese hanno capito che
non potevano essere visti come critici nei confronti di Hamas in questa
escalation. Questa è una lezione che hanno imparato durante e dopo la Seconda
Intifada: ogni volta che Hamas otteneva vittorie simboliche e l’Autorità
Palestinese le rifiutava (come durante l’accordo di scambio di prigionieri di
Gilad Shalit), Hamas assumeva il ruolo del difensore e l’AP figurava come il
partito incompetente.
Così, durante la scorsa settimana, i
funzionari dell’AP e dell’OLP hanno iniziato a parlare della necessità di
sfruttare a favore della lotta palestinese lo spazio che Hamas aveva ottenuto
con questo episodio. C’è stato il riconoscimento che Hamas è una forza che non
può essere ignorata e che posizionarsi contro di essa poteva ritorcersi contro
Fatah [il partito di Mahmoud Abbas, il più grande nell’AP e nell’OLP]. Quindi,
in un certo senso, c’è stata una narrazione più unitaria a cui entrambe le
fazioni sono state costrette da questi eventi più ampi, a cui infiniti round di
colloqui di riconciliazione non erano riusciti a farli arrivare.
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas
durante un tour nella città di Ramallah in Cisgiordania, 15 maggio 2020. (Flash90)
Penso che raggiungeranno l’unità o che
dovrebbero tornare alle elezioni ? No: entrambe le parti vivono ancora in
un gioco a somma zero e la crisi è più grande di ciascuna delle fazioni. Ma
dobbiamo ancora parlare delle elezioni come un modo per rianimare l’OLP, piuttosto che per realizzare un
governo di unità sotto l’Autorità Palestinese. I Palestinesi devono ancora
ripensare al modo in cui Hamas e Fatah possono sedere insieme ad altri partiti
in un progetto di liberazione nazionale.
Se le elezioni miravano solo a sanare
istituzionalmente la divisione tra Gaza e la Cisgiordania, in qualche modo
abbiamo superato quella retorica, perché ora c’è un senso di lotta condivisa. A
Ramallah sentono che stanno protestando per Gaza –cosa che l’AP non ha permesso
nel 2014– e la sensazione a Gaza è che questa è una lotta palestinese unita,
anche se con un certo risentimento per il fatto che sono loro a pagarne il prezzo.
Gli attori internazionali, dall’UE agli
Stati Uniti, sono sembrati ricadere immediatamente nei loro vecchi schemi e
abitudini di dare priorità “all’autodifesa” di Israele appena vengono lanciati
i razzi. Questo sembra suggerire che non ci siano stati molti cambiamenti tra i
governi stranieri nella loro percezione di Hamas o nella loro volontà di
provare un approccio diverso quando si verificano questi scontri. Vedi qualche
cambiamento dietro le quinte, nonostante le posizioni pubbliche?
No, non c’è spostamento. L’UE e gli Stati membri europei hanno
da tempo affermato che bisogna rendersi conto di cosa accadrebbe se Hamas
vincesse le elezioni e che ci deve essere un modo per rivedere le condizioni
del Quartetto per assicurarsi che, se Hamas davvero vincesse, non si
ripeterebbe la débacle del 2006 [quando gli attori internazionali sanzionarono
il governo palestinese e appoggiarono Fatah nel tentativo di cacciare Hamas].
Tuttavia, nonostante molti diplomatici ben
intenzionati spingano per la necessità di rivedere la politica dell’UE nei
confronti di Hamas, non c’è stato assolutamente alcun progresso al riguardo. A
mio parere, è abbastanza irresponsabile che abbiano spinto per queste elezioni
sapendo che, se Hamas avesse vinto, non avrebbero saputo come affrontare il
possibile risultato.
Il linguaggio pro forma che si appella al “diritto
all’autodifesa” di Israele e alla “de-escalation da entrambe le parti” è un
sintomo di quell’incapacità di afferrare Hamas, mostrando che la comunità
internazionale è molto congelata nei confronti del movimento. Non riescono a
capire che Hamas è una fazione politica impegnata nella liberazione della
Palestina e sono ancora concentrati su una narrativa molto particolare.
Il corpo di artiglieria dell’IDF fa fuoco
su Gaza, vicino al confine israeliano con Gaza, il 12 maggio 2021, a seguito di
una forte raffica di razzi lanciati da militanti di Gaza, 12 maggio 2021. (Yonatan Sindel / Flash90)
Ma non si tratta solo di Hamas. Ciò che mi
fa sbalordire è che nel momento in cui la comunità internazionale ha iniziato a
parlare di “autodifesa”, c’erano già 500 Palestinesi feriti dalle forze
israeliane a Gerusalemme. La retorica del “diritto all’autodifesa”, infatti, è
emersa solo quando il primo razzo è atterrato in Israele; vale solo per Israele ed è causata solo da Hamas. A parte ciò, la comunità diplomatica non
riesce proprio a comprendere la violenza dell’occupazione o il diritto dei
Palestinesi a difendersi.
Fino a quando non viene accolta questa
premessa, nessuna forma di coinvolgimento con Hamas sarà produttiva, perché
sarà visto solo come un partito che sta attaccando irrazionalmente Israele per
qualche ragione fuori contesto e sconosciuta.
Il movimento popolare palestinese ha
continuato a crescere nelle ultime settimane, con il coinvolgimento dei
Palestinesi in Israele e la ri-mobilitazione dei Palestinesi a Gerusalemme. Al
suo interno, sembra esserci una tensione tra i manifestanti di base
decentralizzati e le leadership tradizionali, che vanno da Fatah ad Hamas e fino
all’ High Follow-Up Committee. Come giudica queste dinamiche interne?
È una buona domanda che si estende oltre
il momento attuale. Ciò che mi dà conforto –e che mi spaventa– è il fatto che
siamo già passati diverse volte da tutto questo, a partire dalla Grande Rivolta
Araba del 1936-39.
Ogni volta che pensiamo alle sommosse che
sono avvenute nelle strade palestinesi, vediamo che sono avvenute quasi
sempre nonostante la leadership delle élites, e a causa
del fallimento delle élites nel combattere per i Palestinesi nel modo in cui i
Palestinesi chiedono che sia combattuta la loro battaglia. Possiamo tracciare
questa linea dalla Grande Rivolta fino a Oslo e alla Prima e Seconda Intifada.
Ciò che mi dà conforto è che c’è una bussola morale nelle strade palestinesi
che obbliga costantemente la leadership a rispondere delle sue azioni e che
rifiuta di essere trascinata nell’acquiescenza.
Ma allo stesso tempo, ciò che mi fa paura
è che in passato il movimento sia stato semplicemente cooptato e che sia stata
sempre la leadership a decidere la strada da seguire. Questa è la dinamica che
stiamo vedendo ora sul campo. Abbiamo parlato di come quello che sta facendo
Hamas potrebbe essere visto come una cooptazione; anche Fatah sta cercando di
cooptare le proteste in Cisgiordania. La leadership si sta aggrappando a chi
protesta per provare a rendersi di nuovo rilevante. Cercherà di incanalare
nelle sue strutture questa rivolta dal basso e di accreditarsi come il partito
responsabile che troverà la soluzione.
Tuttavia, se la storia ci ha insegnato
qualcosa, è che non dovremmo fidarci di questo. I Palestinesi devono trovare un
modo per mantenere questa rivolta popolare al di là delle strutture di
leadership che esistono oggi.
Palestinesi partecipano a una
manifestazione di Hamas in occasione del 32° anniversario della sua fondazione,
nel campo di Nusseirat nel centro di Gaza City, 15 dicembre 2019. (Hassan Jedi/Flash90)
Questo non vuol dire che non dovrebbe
esserci una leadership per il movimento. Quello che abbiamo imparato dalle
rivolte arabe del 2011 è che, se non c’è una leadership in grado di prendere
decisioni politiche e strategiche, vincono i poteri occulti e lo status quo.
Questa leadership non può essere attribuita alle stesse istituzioni corrotte
che ci hanno portato dove siamo oggi. Occorre una leadership più inclusiva che
emerga da questa mobilitazione di base. Quale forma prenda non è ancora chiaro,
ma siamo ancora agli inizi.
Cos’altro vorresti mettere in evidenza in
questo momento?
Una cosa a cui penso sempre è come, nella
mente della comunità internazionale – e in qualche modo, sempre più nella mente
degli stessi Palestinesi – Gaza sia diventata un’eccezione.
Questo episodio lo ha sia messo in dubbio
e sia rafforzato. Per i Palestinesi, c’è stato un incoraggiante abbraccio a
Gaza per riportarla all’ovile, anche se la maggior parte dei Palestinesi non è
mai stata a Gaza e non capisce facilmente cosa vuol dire essere lì. Allo stesso
tempo, c’è la sensazione che anche in questa escalation, la lotta armata e Gaza
siano diventate la stessa cosa, cioè che, siccome Hamas sta lanciando i suoi
attacchi da Gaza, Gaza fa sempre la lotta armata, mentre le proteste popolari avvengono
altrove.
È quindi molto importante far capire che
Gaza non è un’eccezione. Dobbiamo iniziare a pensare non solo al fatto che un
Palestinese a Gaza e un Palestinese in Cisgiordania stanno combattendo lo stesso regime, ma che ci sono anche
diverse tattiche per combattere quel regime. Questo potrebbe essere divisivo,
ma ciò non significa che le diversità di opinione portino a trovarsi da parti
opposte in quella battaglia.
I Palestinesi hanno bisogno di una
narrativa più olistica, che sia in grado di contenere tutte queste complessità
e sfumature, e che sia in grado di contrastare l’idea che da una parte ci sia
l’escalation Gaza-Israele, e poi tutto il resto stia da un’altra parte. La
narrativa che si sta formando ora è molto potente perché sta combattendo contro
questo, ed è quella che dobbiamo continuare a ripetere.
Amjad Iraqi è editore e scrittore di +972 Magazine. È
anche analista politico presso il think tank Al- Shabaka e in precedenza è
stato coordinatore di patrocinio presso il centro legale Adalah. È un cittadino
palestinese di Israele, residente ad Haifa.
https://www.972mag.com/hamas-gaza-jerusalem-protests/
Traduzione di Rossella Rossetto e Maurizio
Bellotto – AssopacePalesti

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