Umberto De Giovannangeli Gaza, la farsa di una tregua in una immensa prigione a cielo aperto .Israele e la guerra di Gaza: cinque ragioni di un fallimento

  

  • Gaza Operazione 'Guardiano delle Mura'

  • Hanno bombardato. Hanno sparato razzi. Hanno reso ancora più disumana la vita in quella Striscia insanguinata. Si sono combattuti e ora stanno per raggiungere l’ennesimo cessate il fuoco. Come è avvenuto nelle altre guerre di Gaza. Perché i falchi si combattono ma si riconosco e si uniscono nella reciproca legittimazione. E con l’obiettivo comune: far fuori le ultime “colombe”. 

    Un possibile cessate il fuoco con Gaza potrebbe essere raggiunto nelle prossime 24 ore. Lo riporta il sito Walla che cita alte fonti israeliane non precisate. La mediazione indiretta tra le parti - ha proseguito - avviene tramite i servizi di intelligence egiziani e l'inviato dell'Onu. Secondo le stesse fonti, i mediatori egiziani stanno conducendo contatti diretti con Hamas nella Striscia. Tom Wennesland ,l'inviato Onu per il Medio Oriente, invece è andato a Doha in Qatar dove vivono importanti dirigenti di Hamas in esilio, tra cui Ismail Haniyeh. Il negoziato per l'accordo di tregua con Hamas punta non solo al cessate-il-fuoco ma pure alla restituzione dei corpi di due soldati dell'esercito israeliano, uccisi a Gaza nel conflitto del 2014, Hadar Goldin e Oron Shaul, e anche di due cittadini israeliani che sono da tempo tenuti prigionieri nella Striscia di Gaza. Lo ha detto una "qualificata fonte" israeliana al New York Times, la stessa secondo cui Israele e Hamas dovrebbero raggiungere un accordo nelle prossime ore. 

     Ovviamente l'accordo prevede anche lo stop agli attacchi israeliani alle infrastrutture di Hamas e la fine degli attacchi mirati di Israele contro i "terroristi", i capi delle milizie palestinesi. Secondo il Times, lo Stato ebraico chiede anche ad Hamas di fermare lo scavo dei tunnel e le proteste lungo il confine con Gaza.   

    Anche i dipendenti della Israel Electric Corporation hanno fatto sapere che non ripareranno le linee elettriche danneggiate dagli attacchi israeliani a Gaza fino a quando Hamas non avrà restituito i corpi dei due militari.

     

    I bombardamenti israeliani sulla Striscia hanno provocato danni enormi al sistema sanitario locale e alle infrastrutture più importanti, già vulnerabili e danneggiate dal rigidissimo embargo  imposto da Israele sul territorio governato da Hamas e dalle conseguenze dei precedenti conflitti. Tra le altre cose, negli ultimi bombardamenti è stato ucciso uno dei medici più importanti della task force di Gaza per la gestione dell’emergenza provocata dalla pandemia, ed è stato danneggiato l’unico laboratorio della Striscia attrezzato per analizzare i tamponi per il coronavirus. Sono stati danneggiati o distrutti anche diversi ospedali e cliniche mediche, che anche dopo la fine della guerra sarà difficile ricostruire in tempi brevi a causa dell’embargo israeliano.

     

    Ma “Bibi” non cede 

    “Sono determinato ad andare avanti con l’operazione“. Queste le parole pronunciate dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, dopo il colloquio con il presidente americano, Joe Biden, che gli ha chiesto di lavorare con l’obiettivo di arrivare a un cessate il fuoco con Hamas. Il premier ha deciso invece di andare avanti, nonostante dalla Striscia di Gaza continuino a piovere razzi su Israele e l’offensiva dello Stato ebraico abbia già provocato almeno 227 vittime palestinesi, tra cui 64 bambini, 38 donne e 17 anziani. Per ultima, una famiglia di tre persone rimasta vittima dell’ultimo raid aereo che ha colpito la loro casa nella città di Deir al-Balah, nella regione centrale della Striscia di Gaza. Anche il movimento islamista che controlla l’enclave palestinese, attraverso il suo portavoce Hazem Qassem, ha confermato che da Tel Aviv hanno fatto trovare la strada sbarrata: “Non ci sono date specifiche per l’avvio di un cessate il fuoco perché tutti gli sforzi internazionali che vengono fatti, anche quello egiziano, si scontrano con la posizione israeliana che rifiuta ogni iniziativa sul cessate il fuoco”. Fonti di Tel Aviv rivelano che Israele non ha alcuna intenzione di mettere fine alle operazioni militari prima di venerdì.

    Non è servito a niente, quindi, il colloquio tra Biden e Netanyahu, o l’incontro del capo del governo israeliano con 70 tra capi missione e altri diplomatici presenti nel Paese, compresi Usa, Cina, Ue, Russia e anche Italia, per studiare un piano di de-escalation. Rivolgendosi a loro, il primo ministro ha ribadito che “criticare Israele per le sue attività è assurdo. È un danno alle altre democrazie che combattono in circostanze analoghe. È il record dell’ipocrisia e dell’idiozia. Tutto ciò non fa che incoraggiare i terroristi“. E ha poi aggiunto di “essere determinato ad andare avanti con l’operazione” fino a che “la calma e la sicurezza siano ristorate per i cittadini israeliani”.

     

    La Germania è convinta che israeliani e palestinesi possano convivere pacificamente gli uni accanto agli altri "soltanto nella soluzione a due Stati". Lo ha detto il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas a Tel Aviv. "La sicurezza di Israele come quella degli ebrei in Germania per noi non è trattabile. E su questo Israele può contare, per sempre", ha detto Heiko Maas. "Naturalmente devono esserci dei contatti indiretti con Hamas", ha rimarcato la cancelliera Angela Merkel, all'Europa forum di WDR, rispondendo a una domanda. Senza contatti con Hamas "non può esserci un cessate il fuoco". Con Hamas sta trattando l'Egitto, e Merkel ha sottolineato che il Cairo è "un player molto importante, quando si tratta di decidere se ci sarà una tregua". 

    Sulla questione è intervenuto anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ieri durante un’informativa alla Camera ha ribadito la necessità di una de-escalation rapida, un ritorno al dialogo politico, invitando entrambe le parti a cessare le ostilità. Ricordando che per l’Italia quella dei “due Stati” è l’unica via da seguire, ha poi chiesto all’Unione europea di mandare nel Paese il proprio inviato speciale: “Siamo convinti che l’Unione europea debba prendere una posizione chiara e unitaria e lavorare per riportare la calma e favorire la prospettiva di un ritorno al tavolo negoziale – ha detto – Ho sostenuto, a questo fine, l’opportunità che l’Unione sviluppi un’iniziativa diplomatica proattiva, auspicando che il rappresentante speciale dell’Unione europea per il processo di pace in Medio Oriente, Sven Koopmans, possa recarsi quanto prima nella regione per contatti diretti con le parti”. Il capo della Farnesina ha poi sottolineato l’importanza di far svolgere il prima possibile le elezioni palestinesi, in programma per il 22 maggio e rimandate dall’Autorità Nazionale Palestinese: il rinvio dell’Anp “ha spinto la popolazione palestinese a mobilitarsi nelle piazze e nelle strade – ha aggiunto – Il nostro auspicio è che, non appena le circostanze lo consentano, si definisca un nuovo calendario elettorale e continueremo a sostenere questo processo affinché si creino tutte le condizioni per lo svolgimento delle consultazioni elettorali, anche a Gerusalemme Est“.

     

    Intanto prosegue l’operazione “Guardiano dei muri” che ancora la notte scorsa – riferisce il portavoce militare israeliano Hidai Zilberman – ha colpito 40 obiettivi di Hamas e della Jihad islamica, con la distruzione di altri 12 chilometri tra cui depositi di armi e centri di comando. Almeno 10 miliziani sono stati uccisi. Gli attacchi si sono concentrati a Khan Yunis e Rafah, nel sud della Striscia da dove parte la maggior parte dei razzi su IsraeleZilberman ha poi riferito che Hamas ha cercato di colpire basi dell’aviazione “ma non ci è riuscita”. Nella notte l’organizzazione palestinese ha lanciato razzi contro le regioni centrali e meridionali di Israele e le sirene sono risuonate in alcune basi dell’aeronautica, come nelle città costiere di Ashdod e Ashkelon a sud, in quelle centrali e a nord fino a Rehovot e Palmachim. Zilberman ha comunque specificato che i razzi non hanno provocato danni.

    Gaza si prepara a una nuova notte di paura. E di morte. In attesa di una “tregua” che non aprirà comunque quell’immensa prigione a cielo aperto. Per due milioni di palestinesi è una condanna senza appello. 


    Israele e la guerra di Gaza: cinque ragioni di un fallimento



    Una guerra inutile. Una guerra fallimentare. La guerra di Gaza. Voluta dall’”imputato criminale Netanyahu”. A darne conto, su Haaretz, è uno dei più autorevoli analisti israeliani, Aluf Benn

    “A partire dal suo nono giorno, l'Operazione Guardian of the Walls a Gaza si è trasformata nella guerra di confine più fallimentare e inutile di Israele di sempre, anche se misurata contro la dura concorrenza dei campioni della Seconda Guerra del Libano, e delle operazioni Pillar of Defense, Cast Lead e Protective Edge a Gaza. Siamo stati testimoni di un grave fallimento militare e diplomatico che ha messo in luce grandi carenze nei preparativi e nelle prestazioni dell'esercito e nella leadership di un governo confuso e impotente. – scrive Benn - Invece di perdere tempo in un inutile sforzo per creare un'"immagine di vittoria" mentre causa morte e distruzione a Gaza e sconvolge vite in Israele, il primo ministro Benjamin Netanyahu deve fermarsi ora e concordare un cessate il fuoco - e sperare che il fallimento venga dimenticato dall'opinione pubblica tanto rapidamente quanto il disastro del Monte Meron. In un mondo più perfetto, sarebbe opportuno aggiungere qui "e ordinare una pulizia completa delle Forze di Difesa Israeliane". Ma l'imputato criminale Netanyahu, che sta lottando per mantenere la sua residenza ufficiale in Balfour Street, non ha né l'autorità né il potere politico per guidare un tale necessario cambiamento.

    Cinque ragioni di un fallimento

    Questi sono i maggiori problemi rivelati finora nei preparativi e nella condotta della guerra:

    1. Israele aveva concentrato la sua attenzione militare nell'ultimo decennio sulla "campagna tra le guerre" nel nord e sulla lotta con l'Iran. Gaza era considerata un fronte secondario che poteva essere affrontato con misure economiche - con il finanziamento di Hamas da parte del Qatar con l'appoggio israeliano; con un certo allentamento del blocco di Gaza, come permettere l'ingresso di materiali da costruzione; e con l'investimento (giustificabile) in misure difensive, prima fra tutte Iron Dome e la barriera di tunnel sotterranei al confine con Gaza, che ha dato prova di sé frustrando i tentativi di Hamas di penetrare in Israele via terra e minimizzando i danni alle comunità di confine. Hamas era visto come un cattivo vicino, ma debole e isolato. L'unica questione che interessava l'opinione pubblica israeliana era il periodico dibattito sulla restituzione dei prigionieri israeliani e dei corpi dei soldati. Per quanto ne sappiamo, nessun funzionario dell'intelligence ha avvertito che Hamas potrebbe con un piccolo sforzo uscire dalla gabbia in cui Israele l'ha messo ed emergere alla testa della lotta palestinese per al-Aqsa, oltre ad allargare la frattura tra Israele e la nuova amministrazione del presidente Joe Biden.

     

    2. A causa del fallimento dell'intelligence nello stimare le intenzioni e le capacità di Hamas, si è verificato un fallimento tattico dell'intelligence: L'esercito non aveva accumulato abbastanza obiettivi di qualità a Gaza la cui distruzione avrebbe potuto causare il crollo della volontà e della capacità di Hamas di attaccare il fronte interno di Israele. L'aviazione ha colpito molti obiettivi che Hamas dovrà ricostruire, ma non è stato sufficiente. Le ore di volo e le munizioni spese dall'esercito hanno un costo economico, proprio come i tunnel e i razzi di Hamas. Come scrisse una volta il gen. Israel Tal: ‘Quando la strategia deriva dalla tattica, si vincono le battaglie e si perdono le guerre’.

    Si può nutrire il pubblico con telegiornali che parlano con arroganza enfatica dei ‘dolorosi colpi che abbiamo inferto ad Hamas’  e mostrare il pilota che ha ucciso un comandante della Jihad Islamica - dimenticando che si trattava di un caccia avanzato con armamenti di precisione che attaccava un condominio - come una versione moderna di Giuda il Maccabeo o Meir Har-Zion. Ma tutti questi strati di trucco non possono coprire la verità: l'esercito non ha idea di come paralizzare le forze di Hamas e metterlo fuori gioco. Distruggere i suoi tunnel con bombe potenti ha rivelato le capacità strategiche di Israele senza causare alcun danno sostanziale alle capacità di combattimento del nemico.

    Supponendo che 100, 200 o anche 300 combattenti siano stati uccisi, questo farebbe cadere il dominio di Hamas? O i suoi sistemi di comando e controllo? O la sua capacità di lanciare razzi contro Israele? La riduzione del numero di obiettivi di qualità è evidente nel crescente numero di vittime civili man mano che la campagna è andata avanti.

     3. Un anno di coronavirus ha abituato il pubblico israeliano a scuole chiuse, strade vuote e un aeroporto chiuso. Ha dimostrato resilienza di fronte ai razzi da Gaza, come ha fatto di fronte a una pandemia dalla Cina. Invece, il trauma pubblico si è concentrato sul crollo della coesistenza tra ebrei e arabi all'interno di Israele più che sul conflitto esterno. Ciononostante, Hamas ha gravemente danneggiato il tessuto di vita di Tel Aviv e del sud, e i militari non sembrano in grado di fermarlo dopo una settimana e mezzo di spari.

    4. Le forze di terra di Israele sono state consegnate al ruolo marginale di ingannare e confondere il nemico a scendere nei tunnel nella speranza di intrappolarlo attraverso gli attacchi aerei. Anche questo non sembra aver avuto successo - un gran numero di combattenti di Hamas non erano all'interno dei tunnel che sono stati bombardati.

    È un bene che nessuno abbia contemplato una vera operazione di terra a Gaza, che porterebbe a pesanti perdite. Israele non ha obiettivi che giustifichino un'operazione del genere, e questa volta non ci sono appelli per "entrare" e invadere Gaza, nemmeno dall'estrema destra della mappa politica. In ogni caso, il timore è che le forze di terra non siano in grado di entrare nella mischia e siano impreparate al combattimento.

    5. Vale la pena ricordare le parole del profeta arrabbiato, il Magg. Gen. (della riserva) Yitzhak Brik, il più acuto critico dei vertici dell'esercito negli ultimi anni, che avvertiva che la prossima guerra sarebbe stata combattuta sul fronte interno, che Israele non aveva risposte agli attacchi con migliaia di missili, e che le sue forze di terra non sono in grado di combattere. Brik parlava di una futura guerra con Hezbollah, la cui potenza di combattimento è molto maggiore di quella di Hamas. Ma l'attuale conflitto dovrebbe essere visto come un assaggio di ciò che verrà, e non sembra buono. Iron Dome ha abbattuto la maggior parte dei razzi e ha salvato molte vite, ma ha faticato a far fronte agli sbarramenti concentrati. Il fronte interno israeliano non è mai stato colpito da una tale quantità di armi. Ashkelon si è trasformata in una città fantasma e le case senza riparo sono state abbandonate. Ma tutto questo è minuscolo rispetto a ciò che Hezbollah è capace di fare.

    Di fronte a risultati così limitati, Netanyahu farebbe bene a fermarsi ora e a consegnare a Biden un piccolo risultato chiamando il cessate il fuoco immediato che il presidente ha cercato. Non c'è motivo di continuare a martellare la sacca di sabbia di Gaza mentre si ferma la vita nel sud e nel centro di Israele. Sistemare l'esercito, a quanto pare, dovrà aspettare che Israele abbia una nuova leadership”, conclude Benn.

    Le armi senza politica

    Annota su Internazionale Pierre Haski, direttore di France Inter: “Esistono due modi per mettere fine a una guerra: la vittoria totale di uno schieramento o un cessate il fuoco quando se ne presentano le condizioni. Tra il movimento palestinese Hamas, nella Striscia di Gaza, e Israele, è chiaro che si lavora per il secondo scenario. I razzi di Hamas non possono sconfiggere Israele, e lo stato ebraico non ha alcun desiderio di riprendere il controllo della Striscia di Gaza e dei suoi due milioni di abitanti, un incubo per il suo esercito.  Resta da capire quando arriverà il cessate il fuoco, e a quali condizioni. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è riunito il 16 maggio in videoconferenza. È un passaggio obbligato per dare legittimità a un accordo, ma non è in quella sede che si troverà l’intesa. Le discussioni serie si svolgono fra i tre o quattro attori che possono influenzare le parti belligeranti: gli Stati Uniti, indispensabili per negoziare con Israele; alcuni paesi chiave come l’Egitto, che condivide un confine con Gaza; il Qatar, che mantiene un legame privilegiato con Hamas; e la Giordania, che ha la responsabilità della gestione della spianata delle moschee a Gerusalemme Est, punto di origine in corso. 

    Per il cessate il fuoco è senza dubbio questione di giorni – prosegue Haski - Tutto lascia pensare che questa guerra non durerà quasi due mesi come quella del 2014. Hamas ha già raggiunto il suo obiettivo, ovvero mostrare di essere l’unica forza a difendere Gerusalemme Est per poter rivendicare la leadership palestinese. 

    Israele sostiene che gli serve ancora tempo per raggiungere il suo scopo, ovvero distruggere il maggior numero possibile di infrastrutture di Hamas prima di fermare la sua offensiva. Da ciò deriva il ritmo incessante dei bombardamenti, lanciati a costo di fare più vittime tra i civili (compresi i bambini) o di colpire un obiettivo molto contestabile come il palazzo che ospitava i mezzi d’informazione distrutto il 15 maggio a Gaza. Ogni giorno che passa il bilancio si aggrava, e questo lo rende sempre più indifendibile da chi, come gli Stati Uniti e l’Europa, insiste sul diritto di Israele a difendersi.  Se il cessate il fuoco arriverà in settimana, sia Hamas sia Israele potranno rivendicare una vittoria. Ma niente sarà risolto, perché il silenzio delle armi non è la pace”, conclude il direttore di France Inter. 

    Come dargli torto...



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