ALICE PASSAMONTI GAZA, QUANDO MUORE UNA LIBRERIA
Mgliaia di libri persi per sempre, schiacciati sotto
il peso dell’edificio Kahil, in Al-Thalathini Street, a Gaza City.
Lo scorso 18 maggio, durante i bombardamenti israeliani, nell’ambito
dell’operazione militare denominata Guardians of the walls, anche
una delle più grandi librerie di Gaza, Samir Mansour, è stata
ridotta in macerie.
Di fronte alla perdita di vite umane tra i civili
palestinesi, la distruzione materiale di libri è senz’altro un fatto
secondario. Eppure, per i suoi assidui frequentatori, che vedevano nella
libreria un punto di riferimento culturale e un luogo di aggregazione, si
tratta di una perdita enorme.
Un
libro è libertà
“Lasciatemi spiegare cosa rappresenta per me”, ha raccontato in un lungo post sul suo profilo
Instagram la giovane lettrice e attivista palestinese, Yara Eid, che oggi vive
a Edimburgo dove studia Relazioni internazionali. “Quando ero una
bambina, come ogni altro bambino, sognavo di girare il mondo – scrive
–ma essendo nata a Gaza questo sogno sembrava impossibile. Così, ho iniziato
a leggere romanzi, racconti e mi sono immaginata in viaggio attraverso quei
libri” (…) “Andavo in libreria ogni mese con mia madre e compravo alcuni
volumi, poi aspettavo con impazienza il mese successivo in cui sapevo che mia
madre me ne avrebbe comprati altri. E quello per me era come un nuovo biglietto
per un altro Paese”.
La libreria aveva visto la luce 21 anni fa. Tra le sue
mura, avevano trovato spazio testi di diversi generi e in diverse lingue,
insieme ai libri di giovani autori palestinesi, pubblicati dall’omonima casa
editrice Samir Mansour.
Con la più grande raccolta di letteratura inglese e
uno spazio dedicato ai testi per bambini, questo luogo era molto più di un
semplice negozio. “Quei libri – prosegue Yara – hanno
cambiato la mia vita e le vite di tanti palestinesi di Gaza. Questa libreria e
questi libri erano l’unica via di fuga dalla nostra realtà”. “Ho letto romanzi
stranieri, libri di storia, poesie di Mahmoud Darwish, storie d’amore e ho
incontrato così alcuni dei miei migliori amici, discutendo di letteratura e
scambiando quei libri. Questa libreria mi ha dato speranze, sogni, ricordi
meravigliosi, una vita nuova”.
fonte Twitter
Sul profilo della libreria, le immagini di scaffali
intatti e pile ordinate si alternano a quelle più recenti dei cumuli di
macerie, che hanno inghiottito in pochi secondi libri di ogni età e momenti di
vita quotidiana.
“Di solito venivo qui dopo la scuola (…). Ho saputo
che gli israeliani hanno distrutto tutto. Potete restituirci la
libreria?” chiede la piccola
Leena, ritratta in una vecchia foto insieme al fratello Omar e al loro amico
Jihad. Tra i volti più conosciuti, quello del proprietario Samir Mansour,
fotografato mentre tiene tra le mani le poche pagine sopravvissute. “Abbiamo
perso l’odore invecchiato della carta, le vecchie copertine spesse che molti
lettori cercano. L’odore del caffè che veniva preparato quotidianamente e
dell’incenso ad accogliervi – si legge – Abbiamo perso
centinaia di migliaia di libri preziosi e insostituibili, che non è stato
facile far arrivare nella Gaza assediata. Abbiamo perso le orme dei passanti
avanti e indietro, studenti, adulti e bambini. Abbiamo perso molto, amici”.
E ancora: “Perché combattere una generazione che legge un libro?”
La notizia del crollo è stata diffusa sui social
network, sempre più utilizzati dalla società civile palestinese e dai
giornalisti locali, per informare il mondo in tempo reale su quanto accade
nella Striscia di Gaza, inaccessibile perfino ai media stranieri e al personale
umanitario.
E adesso, per aiutare Samir Mansour e il figlio
Mohammed ad affittare un nuovo spazio da trasformare in libreria, è proprio il
web a mobilitarsi con una raccolta fondi online.
La libreria di Samir Mansour, prima e dopo i
bombardamenti, foto tratta dal suo profilo Twitter
“Effetti
collaterali” o target?
Non solo Samir Mansour Bookshop. Nello stesso giorno,
è andata distrutta anche la libreria New Iqra, che per il
proprietario Shaaban Aslem rappresentava un piccolo grande
sogno realizzato, dopo anni di sacrifici. Come lui stesso ha spiegato ai
microfoni di Middle East Eye, cercando di trattenere le
lacrime. “Era il mio sogno. Onestamente, mi è costato tanto aprire
questa libreria – spiega – Sono rimasto sveglio per lunghe
notti, per tanti anni. Ho risparmiato anche nel mangiare per potermi permettere
di aprire questa attività”.
Tra gli altri edifici colpiti direttamente o
indirettamente dall’aviazione israeliana in pochi giorni: la torre Al-Jalaa che
ospitava gli uffici dell’agenzia di stampa Associated Press e di altri media,
come Al Jazeera English (episodio che ha spinto
l’organizzazione Reporters Without Borders a rivolgersi alla
Corte Penale Internazionale); una clinica di Medici Senza Frontiere, ora
parzialmente inagibile; gli uffici del Ministero della Salute palestinese e
del Palestinian Children Relief Fund; la Rosary Sisters
School e la clinica Al-Rimal con l’unico laboratorio per i test Covid
presente nella Striscia. Sono state danneggiate alcune linee elettriche,
completamente distrutte diverse strade di accesso alle strutture sanitarie e
edifici residenziali.
Ufficialmente, Israele dichiara di colpire in maniera
mirata solo gli obiettivi militari, le basi e i tunnel di Hamas, in risposta al
lancio di razzi. In realtà, come già accaduto in passato, i bombardamenti non
risparmiano civili, giornalisti, medici, scuole, ospedali, associazioni,
infrastrutture, moschee e luoghi di cultura. A dimostrazione del fatto che
nessun posto è sicuro.
Clinica MSF danneggiata dai bombardamenti a Gaza -
foto Medici Senza Frontiere
Quale
normalità
Al termine dell’ultima operazione militare, nella
Striscia di Gaza si contano 242 vittime, tra cui 66 bambini, oltre 1900 feriti,
più di 100.000 sfollati interni, 71.000 dei quali ospitati nelle scuole
dell’UNRWA. Il bilancio in Israele è invece di 700 feriti e 12 vittime, tra cui
2 bambini (dati forniti da OCHA – Occupied Palestinian Territories,
aggiornati al 21 maggio).
Se Israele e Hamas
hanno raggiunto un accordo per il cessate il fuoco, mediato dall’Egitto e
iniziato nella notte tra il 20 e il 21 maggio, viene da chiedersi cosa possa
significare per Gaza un ritorno alla normalità.
Da 14 anni, infatti, la Striscia è sottoposta ad un
blocco aereo, terrestre e navale che di fatto non permette la libera
circolazione di merci e persone. Con una superficie di soli 365 km2, nella
Striscia vivono circa 2 milioni di palestinesi, di cui il 70% rifugiati. Già
dopo l’ultima devastante offensiva militare israeliana del 2014, “Margine
Protettivo”, le Nazioni Unite avevano descritto Gaza come un luogo che
rischiava di diventare “inabitabile” nel 2020, per via delle drammatiche
condizioni di vita imposte ai suoi abitanti e di una situazione socio-economica
in continuo peggioramento.
Una prigione a cielo aperto, è stata definita più
volte. Un luogo in cui perfino l’accesso all’acqua potabile, all’elettricità,
alle medicine diventa una sfida quotidiana, in cui l’occupazione prima e
l’embargo poi hanno creato un’emergenza umanitaria permanente, che sembra
condannare i palestinesi di Gaza all’eterna resilienza.
Resistere. Ma questo fazzoletto di terra è anche
il luogo in cui i palestinesi continuano con dignità a rivendicare il proprio
diritto di vivere una vita dignitosa e libera. In cui giovani generazioni
leggono libri, studiano, scrivono poesie, resistono ogni giorno attraverso
l’arte e la cultura, identità di un popolo e da sempre il più grande ne

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