Omar Suleiman ed il Ristorante Amir : cucina araba , ceci ,Palestina e palcoscenico

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Omar Suleiman ed il Ristorante Amir : cucina araba , ceci ,Palestina e palcoscenico - Camminando per i vicoli - Napoli

Stavolta ho voluto raccontare una storia napoletana che ha per protagonista non un napoletano d’origine ma bensì un uomo palestinese che da oltre 40 anni vive in Italia, di cui gran parte nella nostra città, un napoletano d’adozione.

Ho voluto raccontare di lui, Omar Suleiman, per due motivi : il primo è per poter aprire una finestra sul mondo dei migranti , dando voce anche a loro sulla nostra città , per provare a capire i pensieri di qualcuno che è costretto a star lontano dal proprio  Paese provando a costruirsi una seconda vita lontano dagli affetti e dalle sicurezze  natali ; il secondo motivo è legato al fascino e alla passione sensoriale che un personaggio come quello di Omar riesce a trasmettere, essendo egli un creativo che riuscito, al contempo, ad unire e scindere due passioni che scuotono i sensi, cucina e scrittura, infatti è sia un ristoratore che uno scrittore, autore e attore teatrale. Due attività che colpiscono i sensi umani, che tiran fuori emozioni nascoste e che soprattutto (abbiate pazienza) intrigano la mia persona. Come dico spesso: amo la letteratura perché’ mi permette di vivere più vite (frase rubata ad Umberto eco), la cucina da più colori e sapori alla mia.

Andiamo a conoscere Omar attraverso la consueta intervista.

selfie con Omar Suleiman

 

INTERVISTA

-Da quanto tempo sei in Italia?

Grosso modo da 40 anni, per lo più trascorsi a Napoli.

-Invece da quanto ti occupi di ristorazione?

Dal ’92 portando avanti l’attività del Caffè arabo dove preparavo anche stuzzicherie orientali e palestinesi, mentre come ristorazione vera e propria dal ’96 proponendo sempre cucina araba.

-Qual è la sostanziale differenza tra cucina araba e quella italiana?

In realtà sono entrambe tipologie di cucine mediterranee ed hanno in comune la maggior parte degli ingredienti come le verdure, riso, legumi, ciò che cambia è il trattamento di tali ingredienti. Non bisogna confondere la cucina araba con quella asiatica, molti credono che nella prima si   faccia largo uso di spezie e che i cibi siano spesso molto piccanti, come accade nelle cucine asiatiche. Non è così, le spezie nella cucina araba spesso si notano appena.

-Allora quale differenza di trattamenti c’è tra cucina italiana ed araba?

Ti faccio un esempio: nella cucina locale i ceci li si usano per lo più per preparare pasta e ceci o talvolta una zuppa e non ne si fa neanche un largo consumo mentre nella cucina araba sono i legumi più utilizzati, sono alla base di molti piatti, come ad esempio nella preparazione dei falafel dove i ceci vengono messi a bagno, tritati con coriandolo, prezzemolo e cipolla e poi fritti. C’è una grande varietà per l’utilizzo dei ceci nella cucina araba.
La cucina araba attraverso l’Impero ottomano si è diffusa in tutto il mediterraneo e nei Balcani, per cui è un tipo di cucina non molto distante da quella europea ed italiana.

-Quali sono i piatti che più ami preparare?

Io cerco sempre di capire le esigenze ed i gusti delle persone e quindi di creare sfruttando queste informazioni ma in ogni piatto che preparo c’è la passione e lo stesso impegno.

-Quali, invece, quelli più richiesti?

Beh sicuramente i falafel e l’hommos, che come prima ti dicevo, sono appunto a base di ceci.
Ogni tanto proponiamo altri tipi di cucini etniche come quella nordafricana, facendo fare così il giro del mondo attraverso i sapori.

-Spesso c’è poca conoscenza riguardo la cultura gastronomica di un paese straniero e ciò comporta una richiesta e quindi una produzione di piatti che nascono da una concezione errata. Pensiamo ad esempio agli americani che magari mangiano gli spaghetti col sugo alla bolognese, oppure noi italiani che mangiano sushi nei ristoranti qui presenti credendo di assaporare la cultura nipponica. Questo tipo di cucina da che parte conduce?

Io credo che questa tipologia di ristorazione sia solo un investimento che abbia come unico scopo il ritorno economico nel brevissimo tempo. Oggigiorno ci vuol poco a preparare dei “pseudo” piatti etnici, siamo nell’epoca dell‘informazione mediatica, del web, basta andare in rete e cercare la ricetta. Senza, però, la conoscenza della cultura e del contesto che ha generato quel tipo di cucina non si dà modo al pubblico di vivere un’esperienza completa e si offre anche una cucina povera e spicciola, per cui credo che non vada molto lontano questa tipologia di ristorazione. È un servizio creato per quelle persone che poco sono inclini alla conoscenza ma sono solo interessate al riempimento del proprio stomaco.

-La creatività che usi in cucina ha trovato poi anche un altro sbocco sul palco o è stato il contrario?

Sono due attività creative che nascono in parallelo per un’esigenza di comunicare le mie origini, la mia terra e dato che non posso rientrare nella mia terra, dato l’occupazione israeliana, sin dai primi momenti qui in Italia ho sentito forte il bisogno di esprimere questi sentimenti per la mia Palestina. Dapprima con un cerchio ristretto di amici poi man mano il pubblico che voleva ascoltarmi e voleva conoscere le origini della mia terra è cresciuto sempre di più. Io ho sempre espresso i valori delle mie origini sia attraverso il teatro che con la cucina.

-Che ricordi hai del tuo Paese?

Dei ricordi vividissimi e il fatto di essere costretto nel non poter ritornarci non ha fatto altro che accrescere i miei sentimenti per esso. Per questa situazione ho provato e provo tanta rabbia che però riesco a trasformare in energie positive che poi riesco a trasmettere attraverso le mie opere, attraverso la mia comunicatività creativa.

-Qual è la tua ultima opera teatrale?

Si intitola “Terra delle arance tristi” che è un adattamento di un autore palestinese, un racconto autobiografico di un uomo cacciato dal suo paese con la sua famiglia. Mentre il lavoro più importante è “Mi chiamo Omar” dove rappresento la storia della mia famiglia non solo attraverso le parole ma anche con il supporto di odori e sapori allestendo sul palco una postazione cucina dove si preparano piatti della mia infanzia condivisi poi con gli spettatori. In questa opera sono riuscito a coniugare, non solo concettualmente, le mie due passioni, cucina e teatro, anche a livello pratico.

-Sei a Napoli praticamente da una vita, che rapporto hai con questa città?

Ultimamente di odio e di amore. Beh sull’amore non credo bisognerebbe aggiungere altro, Napoli è una delle città più belle ed è un laboratorio a cielo aperto, a livello culturale, sociale, politico ed è un qualcosa di unico qui in Italia. Mentre l’odio è scatenato ogni qualvolta metto il anso fuori Napoli perché vengo a contatto con delle realtà che pur avendo meno potenzialità di Napoli hanno più organizzazione e qualità della vita e ciò mi fa tornare qui con tanta frustrazione.
Oggi ci troviamo in una situazione favorevole a livello turistico e questo flusso di gente che visita la nostra città è una manna dal cielo ma si tratta di un turismo mal governato perché è ancora forte l’assenza o il mal funzionamento di servizi quali, fra tutti, quello del trasporto pubblico.

-Qual è invece, genericamente, il rapporto di uno straniero con questa città?

Napoli è fra le città italiane culturalmente più ricca e per questo anche quella mentalmente più aperta. Posso dire che la poca tolleranza che vi è in Italia è dovuta soprattutto al terrorismo mediatico che si fa in rete e soprattutto alla tipologia di comunicazione portata avanti da certi movimenti neofascisti ma fortunatamente, soprattutto qui a Napoli, c’è chi porta avanti una politica comunicativa differente.

-Cosa di Napoli mostreresti ad un tuo conterraneo?

Sicuramente Spaccanapoli per mostrargli l’essenza ed il concentrato di questa città.

FINE INTERVISTA

 

 

 

Come dice Omar la cucina araba è molto differente da quella dell’estremo oriente anche se io nel Ristorante Amir in Via Santa Chiara ho  trovato  delle similitudini con la cultura asiatica , i colori.
I colori sono un elemento basico nella culture orientali poiché essi non rappresentano solo un conforto per la vista ma riescono a portar fuori le emozioni assopite e ad amplificare quelle gia presenti. tanti colori insieme  come un miscuglio turbolento di emozioni.
Nei locali moderni troviamo spesso colori freddi, luci al neon e vari elementi che danno un taglio elegante e minimalista all’ambiente,tutto molto bello, ma forse in questi casi le emozioni,anche quelle gastronomiche ,vengono soffocate o quantomeno mascherate. Togliamo le maschere e  rilassiamoci, anche con i colori.

RISTORANTE ARABO AMIR
Via Santa Chiara 25
081 552 7380
 

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