Alberto Negri- Tre incognite per gli Stati uniti . Negli Usa un'arida stagione bianca .
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Alberto Negri- Tre incognite per gli Stati uniti
C’è un’incognita Trump, appena colpito con la First Lady dal Covid, un’incognita elettorale e un’incognita America. E' il tramonto il modello americano che sprofonda insieme ai suoi miti sulla democrazia: il destino degli Usa coincide con quello di un autocrate disposto a tutto per salvarsi.
C’è un’incognita Trump, appena colpito con la First Lady dal Covid, un’incognita elettorale e un’incognita America. In realtà è al tramonto il modello americano che sta sprofondando insieme ai suoi miti sulla democrazia: il destino degli Usa coincide oramai con quello di una sorta di autocrate disposto a tutto per salvarsi.
Il primo sospetto è che Trump possa usare il Covid a suo vantaggio per mettere in forse le stesse elezioni e il loro risultato. Il dibattito con il rivale democratico Biden ha dimostrato ancora una volta che gli Stati Uniti sono finiti in mano a un pericoloso demagogo che fa leva sui peggiori istinti del Paese e sui suprematisti bianchi per imporre uno stato d’urgenza e di paura. Ma la cosa peggiore è che Trump ha sferrato un attacco allo stesso sistema elettorale americano: il suo obiettivo sembra quello di sabotare le elezioni. “Se perdo sarà un imbroglio”, ha detto, incitando i suoi ad andare alle urne per “impedire la frode”.
Il suo scopo è delegittimare in maniera “preventiva” il voto per restare alla Casa Bianca, l’unico mezzo a sua disposizione per evitare, da semplice cittadino, una marea di guai giudiziari. Salito al potere con lo slogan “America First”, il suo vero motto, sin dal primo momento, è stato “Trump First”. E ora anche il Covid potrebbe diventare un mezzo per rendere ancora più inquinata questa campagna elettorale.
Basta dare un’occhiata agli eventi recenti per capire che il presidente degli Usa è un uomo con le spalle al muro. Il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sulla situazione fiscale e finanziaria di Trump rivelando che il presidente degli Stai Uniti è una sorta di imbroglione che non ha pagato neppure un dollaro di tasse federali in dieci dei quindici anni precedenti la sua candidatura. Neppure il peggiore dei capitalisti d’assalto era in grado di fare una cosa simile e soprattutto di avere l’arroganza di presentarsi a competere per la Casa Bianca. Uomini politici ben più accreditati di lui hanno lasciato le penne e la loro carriera nelle maglie del fisco Usa. Non solo: nel disperato tentativo di salvare le sue finanze ha sfruttato il potere derivante dalla sua carica. La realtà è che Trump ha accumulato centinaia di milioni di dollari di debiti che non sa come ripagare e se esce dalla Casa Bianca ha buone prospettive di entrare al gabbio.
Come può incidere tutto questo sulla campagna elettorale è ancora difficile dirlo. Quattro anni fa Trump aveva detto che avrebbe potuto sparare a qualcuno nel centro di New York senza perdere neppure une elettore. I suoi elettori non contestano la sua disonestà e la sua incompetenza, esplosa in maniera eclatante con una gestione demenziale della pandemia. Loro non leggono i giornali e probabilmente ignorano anche la tv: per i suoi seguaci Trump, sottolinea “The New Yorker”, ha mantenuto la promessa ai abbattere il “sistema” e combattere le élite.
Ma a essere in bilico non è soltanto Trump. Lo è tutto il sistema americano. Il patrimonio di Trump è stimato 2,5 miliardi di dollari: l’anno in cui ha vinto le elezioni ha pagato 750 dollari di tasse e nel suo primo anno alla Casa Bianca ha versato al fisco la stessa cifra. Una situazione resa possibile da un decennio e oltre di scappatoie fiscali, complicati accordi finanziari, subdole trattative con partner stranieri, scatole cinesi che rimandano da una società a un’altra. La deputata democratica Ocasio-Cortez, che prima di essere eletta lavorava come cameriera in un bar, ha scritto: “Nel 2016-17 ho pagato migliaia di dollari di tasse facendo la barista, Trump 750 dollari. Ha contribuito a finanziare le nostre comunità meno delle cameriere e degli immigrati senza documenti”. Eppure l’inquilino della Casa Bianca ha una fenomenale presa sull’americano medio: per milioni di loro la notizia non sono le prove contro Trump ma la sua reazione sprezzante alle accuse che gli vengono rivolte. Ecco perché il destino di questo Paese malato, dove il sistema sociale è al collasso come hanno dimostrato anche le manifestazioni nelle strade, è quanto mai incerto. Una traiettoria preoccupante che nessuno al mondo può permettersi di ignorare
2 Negli Usa un'arida stagione bianca
Trump manda messaggi estremisti e inquietanti nel dibattito con Biden, il segnale di un Paese diviso, spaccato sui fondamenti e i pilastri che hanno retto storicamente gli Stati Uniti.
Negli Usa domina un’arida stagione bianca. Il confronto tra Trump e lo sfidante alla Casa Bianca Biden non soltanto è stato il peggio che si era mai visto, una sorta di rissa nel fango ma soprattutto il segnale di un Paese pericolosamente diviso, spaccato sui fondamenti e i pilastri che hanno retto storicamente gli Stati Uniti.
Trump, di fronte a un Biden un po’ più combattivo del solito, ha lanciato l’America come un treno in corsa verso l’ignoto. Anche se per sei elettori su dieci è stato il leader dei democratici il vincitore del primo duello in tv. Almeno così afferma una rilevazione di Cnn subito dopo il dibattito di Cleveland. Il sondaggio di Cnn segnala come solo il 28% degli spettatori ha attribuito a Donald Trump la migliore performance. Prima del confronto la stessa rilevazione sulle aspettative dava l’ex vice presidente in testa per il 56% e il tycoon vincente per il 43%. E’ interessante comunque sottolineare che il risultato di questo sondaggio è praticamente lo stesso emerso dopo il primo dibattito del 2016 tra Trump e l’allora sfidante democratica Hillary Clinton, 62 a 27 a favore dell’ex first lady poi sconfitta alle elezioni.
Il dramma che sta vivendo l’America si sintetizza in questa domanda: “Signor presidente, si impegna a condannare i suprematisti bianchi e le milizie?”, chiede il moderatore Chris Wallace dopo un’ora di dibattito, facendo riferimento agli scontri seguiti per mesi alla morte di George Floyd e a quelli di Charlottsville del 2017, quando il presidente addossò le responsabilità a “entrambe le parti”. La riposta di Trump è stata sconcertante, invece di esprimere una condanna si è lanciato in un attacco agli Antifa e ai gruppi di sinistra, che ritiene gli unici responsabili delle violenze scoppiate durante l’estate in molte città americane. “Quasi tutto quello che vedo è causato dai radicali di sinistra, non è un problema dei conservatori”, ha afferma, portando all’estremo la sua strategia del “law and order”: “Le rivolte sono provocate dalla sinistra, questa sarebbe l’America di Biden se venisse eletto, solo io posso mantenere sicuro questo Paese”.
E’ il rifiuto di ogni condanna dei suprematisti bianchi e una difesa a oltranza di un sistema che emargina la gente di colore. Del resto Trump parla al suo elettorato, quello su cui fa leva fomentando la paura di ogni cambiamento e la possibile anarchia che deriverebbe dalla sua uscita di scena. Ma Trump fa ancora di più: vuole spaccare il Paese. Lo dimostra citando i “Proud Boys” con la frase “stand back and stand by”, che letteralmente significa “state indietro e state allerta”. Trump ha incitato i Proud Boys, ovvero i suprematisti, a stare in campana perché sono loro, possibilmente armati, che dovranno affrontare nelle piazze gli Antifa e i radicali.
Questo, sia pure pronunciato con una certa ambiguità, è il terribile messaggio inviato da Trump agli afroamericani in un momento di profonda divisione del Paese, travolto dalle proteste per la giustizia sociale. Pur di rivincere le elezioni è pronto a tutto, anche a far sprofondare gli Stati Uniti nel caos. Intuisce perfettamente _ ma ormai lo abbiamo capito tutti _ che una volta abbandonata la Casa Bianca per lui non c’è scampo: deve rispondere di troppe cose alla giustizia e al fisco.
E’ stato un dibattito costellato da insulti, parolacce e pochissime idee ma soprattutto una triste sceneggiata in cui è stata seppellita l’idea di democrazia americana. Trump ha ribadito i suoi dubbi sulla regolarità delle elezioni e sulle “frodi” legate al voto per corrispondenza e non si è impegnato a garantire un “pacifico passaggio” di consegne nel caso dovesse perdere il 3 novembre. “Anche perché non ci sarà bisogno di transizioni”, ha aggiunto. Tutta questa arroganza fa seriamente meditare sul futuro prossimo degli Stati Uniti, la più grande potenza mondiale, da cui dipende anche la nostra prosperità soprattutto in tempi di pandemia. E infatti il dibattito più caotico e di basso livello della storia americana ha indebolito i mercati asiatici ed europei. Questa non è più soltanto una corsa per la Casa Bianca ma per la sopravvivenza
Alberto Negri _ ll Vangelo secondo Pompeo
Usa/Italia. Pompeo impartisce lezioni di morale al
papa. È lui, insieme a Trump, il messia del nuovo Vangelo. Il papa si oppone, l'Italia no.
Lo schiaffo del papa al Vangelo secondo Pompeo è arrivato, sonoro e puntuale. Bergoglio non riceve il segretario di stato Usa, ufficialmente perché non dà udienza ai politici impegnati in scadenze elettorali. In realtà non ha per niente gradito le critiche agli accordi tra Cina e Santa Sede, firmati due anni fa con il lavorìo diplomatico del segretario di Stato Parolin e del suo vice, quel cardinale Becciu nella bufera per investimenti a Londra e mance ai parenti. Il Vaticano è sotto attacco non soltanto per gli investimenti di un porporato.
Una settimana fa, alla vigilia della scadenza dell’accordo Cina-Vaticano sulla nomina condivisa dei vescovi, Pompeo ammoniva il papa sul periodico conservatore First Things: «La Santa Sede ha raggiunto un accordo con il partito comunista cinese nella speranza di aiutare i cattolici in Cina ma l’abuso sui fedeli è peggiorato. Il Vaticano metterebbe in pericolo la sua autorità morale se lo rinnovasse».
Insomma Pompeo impartisce lezioni di morale al papa. È lui, insieme a Trump, il messia del nuovo Vangelo. La sua stretta di mano ai Talebani per fare la pace in Afghanistan, dopo 19 anni di guerra Usa, deve avergli dato un’iniezione di ardore fondamentalista. Come se già non gli bastasse il fondamentalismo militante degli evangelisti americani, grandi elettori di Trump e quello dei partiti e dei coloni israeliani alleati di Netanyahu. C’è una sorta di grande alleanza geopolitica che ha portato gli Usa a mediare una pace tra Israele e monarchie assolute come gli Emirati e il Bahrain ma che rende i suoi componenti intolleranti verso il papa.
Deve sentirsi un paladino della morale questo signore, di origini abruzzesi come Madonna, che con Trump ha cominciato l’anno, il 3 gennaio, vantandosi di avere fatto assassinare il generale iraniano Qassem Soleimani all’aereoporto di Baghdad. Ma il papa ai suoi occhi è un birichino: si è opposto nel 2015, ai tempi di Obama, ai bombardamenti sulla Siria – come Wojtyla si era opposto all’attacco all’Iraq nel 2003 – accusando i commercianti di armi e le potenze che fomentano le guerre. Le guerre americane, dice uno studio della Brown University, hanno fatto in 20 anni 37 milioni di profughi: ma per Pompeo è irrilevante.
E soprattutto, in tempi assai più recenti, il pontefice è rimasto silenzioso, come la diplomazia vaticana, sugli «accordi Abramo» tra Tel Aviv, Abu Dhabi e Manama. Ma come? Gli Stati uniti di Trump forgiano una nuova «Nato araba» a trazione israeliana in Medio Oriente e la Santa Sede nulla dice? Se è vero che la notizia è stata trattata dai media vaticani, questo silenzio ufficiale è straordinario: nei casi precedenti, sia per gli accordi di Oslo del 1993 che per il trattato di Camp David del 1978, il Vaticano aveva subito espresso il suo consenso e ricevuto i capi di Stato coinvolti. Due possono essere le ragioni del silenzio papale, una politica, l’altra diplomatica. Il papa non si è espresso per evitare di dare un appoggio esplicito a Trump in campagna elettorale e per non sostenere la leadership di Netanyahu in Israele. In realtà sappiamo da Biden che anche se Trump va via gli accordi di Abramo restano.
La seconda ragione è probabilmente la principale: l’Autorità Palestinese lo considera un «tradimento» dei Paesi arabi che lo hanno accettato, perciò ha abbandonato la presidenza della Lega Araba. Un tradimento di Emirati e Bahrain ma anche dell’Egitto di al Sisi e dell’Arabia Saudita. Considerando che la Palestina, terra di Betlemme (e Gerusalemme), è ancora il principale interlocutore del Vaticano in Medio Oriente, si capisce la posizione della Santa Sede. Ma forse il papa per Washington ha una colpa ancora maggiore: quella di considerare Israele una potenza occupante e di essere ancora favorevole alla soluzione «due popoli, due Stati». Papa Francesco non può piacere a Washington e in generale alla grande alleanza transatlantico-arabo-israeliana. Inoltre insiste – come ha fatto nel discorso all’Onu e nella prossima enciclica «Fratelli tutti» – a criticare il capitalismo esasperato. Nella Gran Bretagna di Boris Johnson, che ha bandito i riferimenti all’anticapitalismo dai programmi scolastici, il pontefice rischia la censura.
Se il Vangelo secondo Pompeo non sfonda in Vaticano, fa breccia da noi. I 5S di Di Maio, incoraggiati dal Pd e dal premier «Giuseppi» Conte, sono ormai più atlantisti dei vecchi democristiani. Con Pompeo faranno i pesci in barile su Huawei e il 5G con i cinesi, rimandando alle decisioni europee. Ma sul resto fanno buon viso. Su suggerimento di Washington tra un po’ torniamo amici di Erdogan che si oppone alla Russia di Putin in Libia, in Siria e nel Nagorno Karabakh. È la democrazia illiberale che avanza, spiegava ieri sul manifesto Tommaso Di Francesco. Ma chi lo dice agli italiani che siamo stretti alleati del Sultano, massacratore dei curdi e dell’opposizione? Forse ci penserà il papa.
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