Alberto Negri - Il fragoroso silenzio del coprifuoco

 L'Italia delle due sponde


Alberto Negri - Il fragoroso silenzio del coprifuoco
Alle quattro del promeriggio Roma ieri era già deserta. Come fossimo ad Algeri, Baghdad, Mogadiscio, Kabul durante la guerra. Fuori non si combatte e si muore solo negli ospedali ma riaffiora la solitudine e forse anche quella paura che come una sorta di inquietudine non ti lascia mai.
Il coprifuoco è anticipato. C’è ancora tanta luce ma le strade della capitale alle quattro del pomeriggio sono già deserte. Davanti a un computer, solo in una stanza, mandi un pezzo al giornale. Come se fossi tornato ad Algeri, Baghdad, Mogadiscio, Kabul, Damasco. Niente è cambiato, neppure la solitudine che ti ha fatto compagnia per decenni come inviato di guerra. Ma forse quella non cambierà mai.
Il mondo invece è mutato e cambierà ancora. Persino il telefono non suona, i messaggi si sono rarefatti, come se la città _ e l’intera nazione _ si fosse ripiegata su se stessa e improvvisamente si fosse afflosciata persino Roma, caput mundi. Il cinema Adriano di piazza Cavour è chiuso, come tutti quelli del Paese, eppure grandi cartelloni annunciano “Ritorno al crimine”, sequel di un’esilarante commedia all’italiana, di quelle con attori superbi, caratteristi straordinari, che ci hanno tenuto di buonumore. Ma qui c’è poco da stare allegri. Quattro i tavoli occupati in una nota trattoria toscana di una famiglia di Collodi: in fondo anche il padre di Pinocchio, Carlo Lorenzini, originario del borgo medioevale, era un cuoco. La storia italiana spesso si intreccia a tavola e adesso, con il coprifuoco, si interrompe bruscamente.
Su Lungotevere Flaminio le poche auto scappano via, nervose, a tutta velocità, come se tra pochi minuti iniziassero dei posti di blocco o ci fossero milizie in agguato a Ponte Milvio. E in cortile, tra le belle aiuole e le siepi tosate a regola d’arte, non si sente neppure la voce di un bambino quando a quest’ora, di solito, le voci dei ragazzini che si inseguono sono mille. E’ un silenzio irreale, quello di una città sospesa, di un intero Paese che trattiene il fiato _ e ne ha poco _ davanti a un futuro incerto. Persino le luci sono rade e fioche, come in attesa di un raid aereo e della guerra.
E’ muto anche il sax di Luca Velotti, strumentista storico di Paolo Conte, uno dei più autorevoli interpreti del jazz italiano, che da anni accompagna i miei pomeriggi alla tastiera del Pc. Lui, in una sorta di seminterrato diventato studio di registrazione, crea atmosfere che adesso nessuno può ascoltare dal vivo: anche questo manca e ora più che mai gli artisti del canto, della musica, dell’immagine, sono più soli e ci fanno sentire soli. Siamo un pubblico virtuale, privato anche dell’applauso.
Il coprifuoco evoca le guerre. Ricordo che a Baghdad cominciava alla sei, prima e dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. Gli americani entrarono a Baghdad il 9 aprile. L’incerto futuro dell’Iraq forse lo si poteva intuire anche quel giorno, quando i marines entrarono in Piazza Firdous e chiesero della birra al bar del Palestine. Fuori il robusto Khaddoum al Jabouri tentava con un maglio di sbriciolare la statua del dittatore. Eravamo non più di duecento ad assistere all’evento. Ma nell’obiettivo delle telecamere questa piccola folla apparve una moltitudine traboccante sugli schermi del pianeta. Al tramonto il simbolo del regime fu abbattuto dai genieri americani con funi d’acciaio: era questa l’immagine che si voleva diffondere sui media, da incorniciare negli eventi del millennio. Non era però la fine della storia ma solo l’inizio. Dopo sarebbe venuta una guerra civile terrificante, Al Qaida, l’Isis: centinaia di migliaia di morti, un’intera generazione perduta.
Ci sono silenzi e silenzi, anche nei coprifuoco. Nel 1991 in Algeria il Fis, il Fonte islamico di Salvezza, aveva vinto il primo turno delle elezioni ma era stato quasi subito esautorato e privato della vittoria da un colpo di stato dei generali.
La notte algerina cominciò così: una tragedia a porte chiuse dove i giornalisti e gli osservatori esterni raramente erano ammessi. Algeri si svegliava all’alba già in preda alla paura e per un lungo e buio decennio si rifugiava nelle case ancora prima del coprifuoco: alle cinque del pomeriggio, estate o inverno, non circolava già più nessuno nelle strade. Non si sapeva neppure chi uccideva chi: era in corso una lunga “guerra sporca” dove i gruppi estremisti terrorizzavano la popolazione con le decapitazioni e a loro volta i corpi speciali del regime militare, i ninja, terrorizzavano, prima ancora degli islamisti, gli stessi algerini. Negli obitori visitavo cadaveri fatti a pezzi, tranciati, tenuti insieme dal fil di ferro per permettere i funerali e restituirli alla famiglie, se mai le avessero trovate.
Ricordo ancora per settimane il brivido gelido della solitudine, di giornate passate a contare i morti, i colleghi algerini uccisi, i cantanti, gli attori, gli scrittori, mitragliati, accoltellati sgozzati. In poco tempo l’Algeria fu svuotata dai suoi intellettuali per diventare una sorta di immenso recinto a cielo aperto dove, quando calava la notte, si uccideva, si sparava e saltavano le autobombe.
Con l’oscurità non giungeva mai un sonno profondo ma una sorta di veglia continua, interrotta da spari o rumori sospetti. Non c’era un fronte di guerra ma un senso di pericolo continuo, costante, pervasivo e angosciante. Ne ho viste tante in oltre 30 anni da inviato di guerra: ma quell’Algeria non riesco mai a dimenticarla. Quella paura ogni tanto riaffiora come una sorta di inquietudine che non ti lascia mai. Ma passerà, un giorno passerà anche la pandemia. Non la solitudine, quella resta.

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