Giorgio Canarutto : Riguardo all'intervento di Fassino sull'accordo tra Israele e Emirati arabi uniti.
" ill riconoscimento dello stato ebraico (nota: non dovrebbe essere lo stato di Israele e di tutti i suoi cittadini?) da parte dei paesi islamici diventa condizione perché Gerusalemme accetti di negoziare una soluzione che soddisfi le aspirazioni palestinesi ad avere un proprio stato indipendente ".
Netanyahu si è affrettato a dire che l'annessione è solo sospesa. Che non è pace in cambio di territori ma pace in cambio di pace.
Che sia stata soddisfatta una richiesta israeliana è un fatto, che Israele sia più pronto di prima a lasciar nascere uno stato palestinese è più dubbio
Fassino su Repubblica. "Caro direttore, all'annuncio dell'Accordo di Abramo - l'intesa tra Israele e Emirati Arabi Uniti - la leadership palestinese, dopo alcune ore di imbarazzato silenzio, ha scelto il rifiuto, denunciando il «tradimento» e invocando la reazione del mondo islamico. Una posizione nell'immediato scontata, ma che rischia di essere sterile: l'accordo c'è - e forse sarà seguito da altri analoghi - e l'appello al mondo islamico è già vanificato dal sostegno che all'accordo hanno dato l'Egitto e buona parte del mondo sunnita. Sopratutto anche i palestinesi non possono Ignorare il radicale mutamento di scenario che ribalta di 180 gradi gli approcci fin qui perseguiti, a partire dal paradigma intorno a cui, dagli accordi Oslo ad oggi, si è cercata una soluzione al contenzioso israelo-palestinese. La risoluzione della questione palestinese non è più la condizione prioritaria per il riconoscimento di Israele da parte del mondo islamico, ma il suo contrario: il riconoscimento dello Stato ebraico da parte delle Nazioni islamiche - che lo hanno sempre negato - diventa condizione perché Gerusalemme accetti di negoziare una soluzione che soddisfi l'aspirazione palestinese ad avere un proprio Stato indipendente e sovrano. Uno degli ostacoli alla soluzione Due popoli/Due Stati, infatti, è sempre stato il timore israeliano che un accordo fondato solo sul rapporto bilaterale tra israeliani e palestinesi non desse certezza che il mondo islamico riconoscesse come irreversibile l'esistenza dello Stato di Israele. L'accordo di oggi - come i precedenti con Egitto e Giordania - va nella direzione di dare quella garanzia. Ne è la riprova che al riconoscimento di Israele da parte degli Emirati corrisponda la sospensione dell'annessione israeliana di parti della Cisgiordania. L'intesa rappresenta un successo per i suoi autori: Trump raccoglie il primo vero successo in politica estera; Netanyahu può vantare di aver rotto l'isolamento di Israele nella regione; l'emiro Mohammed bin Zayed conquista una posizione di leadership nel mondo sunnita. Viceversa l'intesa Israele-Emirati suscita in altri attori della regione allarmata reazione: Teheran vede crescere una strategia di suo accerchiamento; Ankara capisce che il suo disegno di egemonia neo-ottomana nel Mediterraneo incontrerà crescenti difficoltà; il mondo sciita percepisce il rafforzamento dello schieramento sunnita avverso; il radicalismo islamico annuncia reazioni bellicose. E per ora Mosca tace. Non tutto dunque è scritto di quel che potrà succedere, a partire dall'incidenza dei nuovi avvenimenti sulle tante crisi che, dallo Stretto di Hormuz a Gibilterra, scuotono la grande regione mediterranea-mediorientale. Ma è indubbio che gli scenari sono in movimento e ogni attore è chiamato a ridefinire le sue scelte. E questo vale in primo luogo per i palestinesi chiamati a scegliere: arroccarsi nel rifiuto dell'intesa, invocando una "protezione" del mondo Islamico, che troppe volte si è dimostrata formale o strumentale; oppure mettersi in gioco, strada non priva di rischi, ma l'unica per non essere marginalizzati e riproporre invece la ineludibilità di una soluzione della questione palestinese. Certo una scelta coraggiosa richiede una leadership in grado di uscire dagli schemi fin qui perseguiti, spezzando l'assenza di iniziativa che ha caratterizzato la dirigenza palestinese. Sarà in grado di farlo Abu Mazen, a cui non mancano saggezza e moderazione, ma che appare prigioniero dell'immobilismo in cui è impigliata l'Autorità Nazionale Palestinese? Può il nuovo scenario determinare qualche mutamento nella strategia di Hamas? O forse è solo una leadership nuova, non prigioniera del passato, che potrà riconquistare uno spazio alla causa palestinese? Gli eventi dei prossimi mesi si incaricheranno di rispondere a questi interrogativi. In ogni caso adesso tocca ai palestinesi muovere. Incoraggiarli e accompagnarli in scelte difficili, ma ineludibili, è il ruolo che oggi possono e devono giocare l'Unione Europea e i suoi Paesi, a partire dall'Italia."
PS : tratto da FB
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