Giorgio C. : "Noi non abbiamo obbligo di parlare, va bene, ma perché stiamo zitti se ci sono ingiustizie? Non avremmo un obbligo morale?"
Non le comunità ebraiche, ma almeno noi singoli sì che dovremmo parlare.
Dopo l’invasione del Libano nel 1982, e ancora prima di Sabra e Chatila, molti ebrei, tra cui Primo Levi e Natalia Ginzburg, si erano espressi pubblicamente con una lettera su Repubblica per il ritiro. Era sbagliato? Secondo me sbagliamo noi ora a stare zitti.
Forse un punto di svolta è stato un articolo di Rosellina Balbi, “Davide discolpati”; è sbagliato che altri ci richiedano di prendere posizione su Israele in quanto ebrei ma quasi altrettanto che noi ci sentiamo esonerati dal discuterne.
Noi non abbiamo obbligo di parlare, va bene, ma perché stiamo zitti se ci sono ingiustizie? Non avremmo un obbligo morale?
Frotte di commentatori e testate giustificano le peggiori ingiustizie di Israele: Ugo Volli, Deborah Fait, Maurizio Molinari, Magdi Allam, Informazione Corretta, Progetto Dreyfus e tanti altri che sentono la necessità di correggere l’informazione; ma chi dice di volere i due Stati sente la necessità di stare zitto. Così parlano solo gli altri allora. La neutralità aiuta il più forte mi sembra che dicesse qualcuno di importante.
Non è vero che non c’entriamo niente in quanto ebrei ma non israeliani. La legge del ritorno è fatta per noi. Noi abbiamo più diritti di cittadinanza in Israele che non un palestinese di Gerusalemme, della Valle del Giordano, per non parlare del profugo. L’IHRA, International Holocausr Remembrance Association ha stilato il vademecum di cosa sia l’antisemitismo. Uno dei punti è dire che Israele sia un’impresa razzista. Un po’ razzista Israele lo è, anche grazie alla Legge del Ritorno e alla nuova Nation State Law e l’essere ebrei nelle due leggi c’entra, noi c’entriamo. Israele è razzista ma non puoi dirlo se non vuoi essere dichiarato antisemita. Una bella contraddizione in termini.
Visto che noi c’entriamo dovremmo essere in prima fila a dire Not in my name
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