Moshé Machover SIONISMO MESSIANICO – L’ASINO E LA GIOVENCA ROSSA

SIONISMO MESSIANICO – L’ASINO E LA GIOVENCA ROSSA

La relazione tra sionismo e giudaismo (la religione giudaica) è paradossale e complessa. Nei suoi primi tempi il sionismo era apparentemente un movimento politico del tutto laico. Apparentemente. In realtà, anche se il suo Io era laico, il suo Es è sempre stato religioso. E in tempi recenti quest’ultimo è emerso dai suoi recessi nascosti e si sta esibendo in piena vista. Una forma di sionismo religioso ha conquistato influenza in Israele che condivide con l’evangelismo cristiano militante e il jihadismo islamico il carattere di movimento politico con un’ideologia religiosa fondamentalista.

Dal suo stesso inizio nel 1897 il sionismo politico si è considerato un movimento nazionale di autodeterminazione politica. La sua ideologia è basata su due principi centrali. Innanzitutto che la totalità degli ebrei di tutto il mondo è una singola collettività nazionale, un popolo (ethnos). Secondo, che tale entità nazionale ha una valida rivendicazione di proprietà sulla sua patria ancestrale, Eretz Yisrael (la Terra d’Israele) [1]. Entrambi questi principi sono radicati in miti religiosi [2].

Fatemi cominciare con il primo. E’, in un certo senso, una versione apparentemente laica del concetto biblico dei Figli d’Israele come “il popolo di Yahweh” [3]. Un popolo giudaico mondiale è fondamentalmente un concetto a base religiosa; come ha detto Sa’adia Ga’on, una delle maggiori autorità del giudaismo: “Il nostro popolo è un popolo solo in virtù della Torah (legge religiosa)” [4]. La totalità dei giudei chiaramente non costituisce una singola nazione nel senso laico moderno del termine, né è stata una nazione in un qualsiasi senso contemporaneo per oltre duemila anni (se mai lo è stata) [5]. L’ebraismo ha a lungo compreso molte comunità etniche distinte, il cui solo attributo comune è il giudaismo, la religione giudaica. Una condizione necessaria e sufficiente per un non giudeo – una persona la cui madre non è giudea – per diventare un giudeo è la conversione religiosa. Per contro, un giudeo che adotta un’altra religione non è più considerato un giudeo, se non da razzisti, per i quali l’ebraicità è una questione di razza [6]. Certamente ci sono persone che non praticano il giudaismo né credono nel suo dio, ma che si considerano e sono considerate giudei dagli altri. Ma fuori da Israele – tornerò più avanti su questa significativa eccezione – l’identità laica giudea tende a dissolversi dopo due o tre generazioni.

La Piattaforma di Pittsburgh, un documento fondante del movimento della Riforma Giudea negli Stati Uniti – a tutt’oggi la più vasta confessione del giudaismo statunitense – risale al 1885. Anche se il movimento sionista all’epoca non era ancora stato fondato ufficialmente, idee sioniste erano già discusse. L’atteggiamento della Piattaforma nei loro confronti è dichiarato apertamente: “Non ci consideriamo più una nazione, bensì una comunità religiosa, e perciò non ci attendiamo né un ritorno in Palestina, né un’adorazione sacrificale sotto i figli di Aronne, né il ripristino di una qualsiasi delle leggi riguardanti lo stato giudaico” [7].

Nell’Europa occidentale l’affermazione sionista che il giudaismo era una categoria nazionale piuttosto che religiosa era contestata vigorosamente da ebrei eminenti. Per loro, suonava pericolosamente simile alla visione degli antisemiti degli ebrei come elemento straniero.

Ad esempio il politico e scienziato francese Alfred Naquet, polemizzando nel 1903 contro il sionista Bernard Lazare segnalava che l’affermazione che gli ebrei erano una nazione separata non era diversa dalla predicazione di eminenti antisemiti, quali Edoudard Drumont, fondatore della Lega Antisemitica francese.

“Se piace a Bernard Lazare considerarsi un cittadino di una nazione separata, è affar suo; ma io dichiaro che, anche se sono nato ebreo… non riconosco la nazionalità giudaica… io non appartengo a nessun’altra nazione che la Francia… Gli ebrei sono una nazione? Anche se lo furono nel passato remoto, la mia risposta è un categorico no. Il concetto di nazione implica certe condizioni che non esistono in questo caso. Una nazione deve avere un territorio su cui svilupparsi e, almeno nel nostro tempo, fino a quando una confederazione mondiale non avrà ampliato tale base, una nazione deve avere una lingua comune. E gli ebrei non hanno più né un territorio né una lingua comune… Come me, Bernard Lazare probabilmente non conosce una parola di ebraico, e troverebbe per nulla facile, se il sionismo realizzasse il suo obiettivo, farsi capire dai suoi congeneri di altre parti del mondo…”

“Gli ebrei tedeschi e francesi sono molto diversi dagli ebrei polacchi e russi. Le caratteristiche distintive degli ebrei non includono nulla che abbia il timbro della nazionalità. Se fosse possibile riconoscere gli ebrei come una nazione, come fa Drumont, sarebbero una nazione artificiale. L’ebreo moderno è un prodotto della selezione innaturale cui sono stati sottoposti i suoi antenati per quasi diciotto secoli” [8].

Quando i sionisti, guidati da Chaim Weizmann, esercitarono pressioni lobbistiche per quella che doveva diventare nota come la Dichiarazione Balfour nel 1917, ebrei britanni di spicco – che rappresentavano l’unanimità del Consiglio dei Deputati degli Ebrei Britannici – respinsero l’affermazione di una nazionalità giudaica in termini simili, cioè segnalando la sua affinità con l’antisemitismo [9].

Questa visione rifletteva la situazione reale degli ebrei della maggior parte dei paesi occidentali, dove avevano ottenuto uguaglianza legale. Negli Stati Uniti avevano avuto diritti uguali dal 1789 e la Rivoluzione Francese emancipò gli ebrei nel 1791. Napoleone Bonaparte liberò gli ebrei nei paesi che conquistò. Ciò fu esteso ad altri paesi europei occidentali nel corso del diciannovesimo secolo. Nel Regno Unito il processo fu graduale e gli ebrei ottennero piena uguaglianza legale relativamente tardi, con la Legge sul Giuramento del 1858. In tutti questi paesi gli ebrei si stavano rapidamente assimilando culturalmente e linguisticamente alle relative nazioni ospiti ed erano preoccupati di superare l’opposizione antisemita al loro diritto di essere considerati appartenenti a tali nazioni.

La situazione nell’Europa orientale, la parte europea dell’impero russo e la sua periferia, era molto diversa; là il mito della nazionalità giudea aveva un certo credito. Alla fine del diciannovesimo secolo, gli ebrei di quella parte del mondo, in larga misura non assimilati e sottoposti a una discriminazione legalmente sancita, si erano evoluti in qualcosa di simile a una nazione o quasi nazione, con la propria cultura e letteratura laica nel suo linguaggio distinto: l’yiddish. Inoltre i parlanti yiddish costituivano un’elevata percentuale, in alcuni casi la maggioranza, della popolazione in parecchie enclave rurali, cittadine e città delle parti occidentali dell’impero russo [10]. Anche se questa semi-nazione non includeva le comunità ebree consolidate in Europa occidentale e negli Stati Uniti, per non parte di altri continenti (nemmeno quelli nella parte asiatica dell’impero russo!) costituiva in effetti una considerevole maggioranza del giudaismo mondiale. Perciò non sorprende che gli ebrei dell’Europa orientale in generale dessero per scontata l’idea di una nazionalità giudea, anche se solo una contenuta minoranza aderiva al sionismo.

Il Bund, la principale organizzazione operaia ebrea nell’impero russo e ferocemente antisionista, fu creato nel 1897. Un anno dopi, quando contribuì a fondare il Partito Socialdemocratico del Lavoro russo (RSDLP) chiese, e le inizialmente concesso, il diritto di essere una sezione nazionale autonoma del nuovo partito. Nel secondo congresso, nel 1903, del RSDLP la fazione di maggioranza (bolscevica) del partito, guidata da V. I. Lenin, fece revocare tale diritto e il Bund in seguito di scisse dal RSDLP. (Aderì nuovamente al partito nel Sesto Congresso del 1906 in cui la fazione bolscevica era in minoranza). Tra gli argomenti di Lenin c’era l’affermazione che gli ebrei non erano una nazione. A sostegno di questa affermazione egli invocò l’opinione di “uno dei più eminenti teorici marxisti”, Karl Kautsky, nonché la polemica di Naquet (citata più sopra) contro Lazare [11].

Tuttavia l’argomento di Lenin su questo punto particolare è piuttosto debole: Kautsky e Naquet mostrarono, in effetti, che non esiste una nazione pan-ebrea, che comprenda tutti gli ebrei del mondo. Ma il Bund non era interessato al giudaismo mondiale, solo ai lavoratori ebrei dell’impero russo, come rendeva chiaro il suo nome completo: Bund (Federazione) Generale del Lavoro Ebreo di Lituania, Polonia e Russia. Kautsky e Naquet basavano la loro negazione della nazione pan-giudea sull’osservazione che il giudaismo mondiale è privo di una lingua comune e non è localizzato territorialmente. Ma gli ebrei dei quali  il Bund era interessato avevano la loro lingua distinta: l’yiddish. E anche se non erano la maggioranza della popolazione in un singolo territorio contiguo non differivano, sotto questo aspetto, da alcuni altri gruppi nazionali nel mosaico dell’Europa orientale, dove la nazione tendeva a essere una categoria linguistico-culturale.

 

Un nuovo popolo ebreo

La comunità nazionale dell’Europa orientale parlante yiddish non esiste più. A partire dagli anni Ottanta del milleottocento, vaste ondate di suoi membri erano migrate in altre parti del mondo e milioni che avevano scelto di non andarsene o non avevano trovato un rifugio sicuro perirono nel giudeocidio nazista.

Nel frattempo coloni giudei in Palestina si stavano formando in una nuova nazione ebrea d’insediamento. Questo ci porta al secondo principio centrale dell’ideologia sionista: l’affermazione della proprietà sulla patria ancestrale ebrea.

Recenti affermazioni propagandiste di questo principio tendono a far passare sotto silenzio il fatto che attuare il diritto rivendicato ha comportato necessariamente la colonizzazione dai parte degli ebrei della terra in questione (consistente proprio al minimo nella Palestina pre 1948), popolata da arabi palestinesi.

In tempi precedenti il fatto indiscutibile che il progetto sionista era un progetto di colonizzazione non era avvertito come un imbarazzo.  E’ come il sionismo politico si descriveva sin dall’inizio. Così il Secondo Congresso Sionista (1898) adottò la seguente risoluzione (integrante il Programma di Basilea adottato dal Primo Congresso un anno prima):

Questo Congresso, approvando la colonizzazione già avviata in Palestina ed essendo desideroso di promuovere ulteriori sforzi in tale direzione, qui dichiara che

  1. Per la giusta colonizzazione della Palestina, questo Congresso considera sia necessario ottenere il permesso necessario dal governo turco e attuare tale colonizzazione in base al piano e sotto la direzione di un comitato selezionato da questo Congresso.
  2. Questo comitato dovrà essere nominato per sovrintendere e dirigere tutte le materie della colonizzazione; consisterà di dieci membri e avrà sede a Londra. [12]

Il Congresso decise anche di creare una banca, il Jewish Colonial Trust, per finanziare la attività del movimento sionista ed essa fu debitamente registrata a Londra nel 1899 [13]. Ben entro il ventesimo secolo i sionisti continuarono a descrivere il loro progetto in modo palese, come dato perfettamente di fatto, come un progetto di colonizzazione. Un esempio primario è il famoso articolo del 1923 del leader sionista di destra Vladimir Jabotinski “Il muro di ferro” [14]. In seguito in tale secolo questo uso divenne un problema di pubbliche relazioni e il termine fu discretamente sostituito da vari eufemismi.

Poiché il progetto sionista mirava a creare uno stato nazione giudeo con una maggioranza giudea, e poiché in ogni paese i produttori diretti sono la maggioranza della popolazione, fu del tutto evidente ai leader più accorti che l’economia politiche dei coloni giudei non doveva dipendere alla manodopera del popolo indigeno. Theodor Herzl, il fondatore del sionismo politico, delineò il progetto dello stato giudeo in una nota estesa del suo diario, datata 12 giugno 1895. Essa include il passaggio spesso citato: “La terra privata nei territori assegnataci dobbiamo gradualmente toglierla dalle mani dei proprietari. I più poveri della popolazione [indigena] cerchiamo di trasferirli in silenzio fuori dai nostri confini offrendo loro di lavorare in paesi di transito, ma nel nostro paese neghiamo loro ogni lavoro” [15].

Così fin dall’inizio la colonizzazione sionista seguì deliberatamente il modello di quelle che Karl Marx aveva definito “colonie propriamente dette” (distinte da “colonie di piantagione” e colonie “in paesi ricchi e ben popolati… lasciate al saccheggio”) [16]. Kautsky le chiamava “colonie di lavoro” (distinte da “colonie di sfruttamento, che dipendono dallo sfruttamento del lavoro indigeno) [17]. Questo modello, parlando approssimativamente, è ciò cui il discorso accademico postcoloniale si riferisce come a colonialismo d’insediamento. (Solo parlando approssimativamente perché la tipologia accademica non marxista si concentra sul numero relativo dei coloni e sulla cacciata della popolazione indigena, ma non sempre insiste, come criterio principale, sulla dipendenza dell’economia politica dal lavoro dei coloni).

Non ci sono molte leggi generali della storia, ma eccone una:

In tempi moderni, dovunque una colonizzazione consistente abbia seguito questo modello, in cui i produttori diretti dell’economia politica dei coloni sono stati principalmente i coloni stessi, è nata una nuova nazione d’insediamento, anziché una casta, strato o semi-classe di coloni.

Il rapporto causale alla base di ciò è parecchio evidente. La colonizzazione sionista è unica in molti modi [18]. Ma non è un’eccezione a questa legge: una nuova formazione nazionale, autodefinita ebrea cominciò a emergere in Palestina nei primi giorni dell’immigrazione sionista, circa 120 anni fa. Tuttavia il sionismo aveva un atteggiamento conflittuale nei confronti di questa nuova entità nazionale e alla fine è giunto a negarne la stessa esistenza.

Il dilemma affrontato dal sionismo è la relazione tra la nazione giudea mondiale ipotizzata dalla sua ideologia e la nazione reale che era il prodotto del suo progetto. Gli ideologi sionisti erano, naturalmente, consapevoli che il giudaismo mondiale non soddisfaceva i criteri consueti di nazione. Risolsero il problema affermano che era una nazione anomala [19]. Ciò fu spesso accoppiato al disprezzo per gli ebrei della diaspora, usando espressioni difficilmente distinguibili dagli stereotipi antisemiti [20]. Per contro, l’emergente nazione ebrea d’insediamento era considerata con un certo orgoglio come una nazione normale, moderna, territorialmente ancorata, con l’ebraico moderno come unicamente come propria lingua di discorso quotidiano laico. Era considerata dai sionisti come parte della nazione giudea mondiale, ma una parte molto speciale e distinta.

Prima della creazione dello Stato d’Israele, la comunità ebrea d’insediamento in Palestina era chiamata l’”ebreo yishuv” (insediamento), distinta dal “vecchio yishuv”, la piccola comunità ebrea religiosa pre-sionista. L’etichetta di ebreo fu orgogliosamente aggiunta a tutte le istituzioni create dalla comunità d’insediamento. Così: l’Unione delle Donne Ebree per i Pari Diritti in Eretz Yisrael (fondata nel 1919); l’Organizzazione Generale (Histadrut) dei Lavoratori Ebrei in Eretz Yisrael (1920); l’Università Ebrea di Gerusalemme (1925); e via dicendo (ci fu anche un partito di breve durata di Comunisti Ebrei). Nel 1937 Jabotinsky pubblicò un libro programmatico intitolato ‘Uno stato ebreo – Soluzione del problema ebraico’. E la richiesta ‘Stato ebreo!’ fu uno dei principali slogan agitati e scanditi in dimostrazioni sioniste di massa cui personalmente assistetti negli ultimi anni del Mandato Britannico, dopo la frattura tra il movimento sionista e la Gran Bretagna [21].

Questo uso di ebreo è inequivocabilmente deliberato nella Dichiarazione d’Indipendenza di Israele, promulgata il 14 maggio 1948. La persona principalmente responsabile del completamento del testo di tale documento fu Moshe Sharett – un linguista esperto e pignolo della precisione terminologica – che stava per essere il primo ministro degli esteri di Israele e in seguito il suo secondo primo ministro. La Dichiarazione fa una distinzione esplicita tra i termini giudeo ed ebreo. Il primo ricorre molte volte e si riferisce coerentemente al giudaismo mondiale; il secondo ricorre tre volte, riferendosi in ciascun caso alla comunità d’insediamento in Palestina/Israele. Ecco i due paragrafi finali:

Tendiamo la nostra mano a tutti i paesi vicini e ai loro popoli in un’offerta di pace e buon vicinato e ci appelliamo a loro per stabilire legami di cooperazione e mutuo aiuto con il popolo ebreo indipendente nella sua terra. Lo Stato d’Israele è pronto a fare la propria parte in uno sforzo comune per il progresso dell’interno Medio Oriente.

Ci appelliamo al popolo giudeo della Diaspora perché si schieri con il yishuv nei compiti dell’immigrazione e della costruzione e  per essere al suo fianco nella grande lotta per la realizzazione dell’antico sogno: il riscatto di Israele [22].   [Sottolineature aggiunte – n.d.t.]

 

La strana scomparsa del popolo ebreo

La distinzione nel documento di fondazione di Israele tra il popolo ebreo – chiamato anche l’yishuv (ebreo) – e il popolo giudeo disperso in tutto il mondo non poteva essere più chiara. E tuttavia, nel momento stesso in cui veniva celebrata formalmente l’esistenza di un popolo ebreo “indipendente nella sua terra”, cominciò a essere minimizzato. Pare che David Ben-Gurion, il primo ministro fondatore di Israele, si sentisse a disagio o ambiguo al riguardo . Secondo la registrazione vocale originale della proclamazione della Dichiarazione da parte di Ben-Gurion all’assemblea del Consiglio Provvisorio di Stato del 14 maggio 1948, egli si discostò dal testo ufficiale scritto (e pubblicato): invece di “popolo ebreo indipendente” egli lesse “popolo giudeo indipendente” [23].

Questa alterazione molto significativa può essere stata un lapsus freudiano. Ma la traduzione ufficiale inglese della Dichiarazione, pubblicata dal governo israeliano, è certamente colpevole di falsificazione deliberata. Sostituisce dovunque ebreo con giudeo. Nel primo dei paragrafi citati in precedenza sostituisce “popolo ebreo indipendente” con “popolo giudeo sovrano” e, nel secondo paragrafo, sostituisce “yishuv” (che in precedenza nella Dichiarazione originale è “yishuv ebreo”) con lo spurio “giudei di Eretz-Israel” [24]. La sottile intenzione dietro la falsificazione ufficiale è istruttiva: mentre il popolo ebreo locale può solo affermare il fatto mondano della sua indipendenza politica, è il “popolo giudeo” mondiale che si afferma avere la sovranità sulla “sua terra”, che deve essere l’intero Eretz Israel, cioè la Palestina.

Di fatto, nel giro di pochi anni dopo il 1948 ebrea con riferimento alla nuova nazione, in precedenza onnipresente, scomparve virtualmente dal discorso pubblico israeliano, che è fermamente guidato dall’ideologia sionista che permea i media e il sistema d’istruzione. Il nome è usato tuttora per riferirsi alla lingua quotidiana della nuova nazione, ma non più alla nazione stessa.

Cancellare la distintività della nazione ebrea fu motivato dalla necessità di legittimare il progetto coloniale espansionista sionista passato, presente e futuro. La nazione ebrea è una formazione nuova. Quali diritti nazionali poteva mai reclamare? Poteva appellarsi al diritto di autodeterminazione nazionale così come comunemente interpretato, ma ciò al massimo sarebbe stato applicabile al territorio in cui  era una maggioranza della popolazione. Nel maggio del 1948 – nel mezzo della pulizia etnica della popolazione araba palestinese – si trattava di una parte piuttosto modesta della Palestina del Mandato. O poteva appellarsi alla risoluzione 181 dell’Assemblea dell’ONU (29 novembre 1947) sulla partizione della Palestina, che legittimava il possesso del 56 per cento della Palestina del Mandato, comprese aree popolate esclusivamente o principalmente da arabi. Nell’un caso e nell’altro tale rivendicazione avrebbe dovuto scontrarsi con la rivendicazione più forte di diritti nazionali da parte degli arabi palestinesi indigeni.

Ma il sionismo prevalente, guidato da Ben-Gurion, il suo stratega più abile e deciso, non aveva intenzione di confinare la colonizzazione a una semplice parte della Palestina/Eretz Yisrael. (In effetti Israele ha studiatamente evitato di specificare i propri confini né nella sua Dichiarazione d’Indipendenza né mai in seguito) [25]. Né lasciava spazio per uno stato arabo palestinese: su questo non c’era mai stata alcuna differenza tra le correnti sioniste di Ben-Gurion e di Jabotisnky [26]. Ma questo significava che invocare l’esistenza della nuova nazione ebrea e chiedere diritti nazionali per essa sarebbe stato molto, molto inferiore alla legittimazione degli appetiti sionisti. Era necessario qualcosa di più grandioso. Come ha affermato lo storico del sionismo Yigal Elam:

Il sionismo non poteva appellarsi al principio dell’autodeterminazione e dipendere da esso in Palestina. Tale principio operava chiaramente contro di esso e a favore del movimento nazionale locale arabo…

Dal punto di vista della teoria nazionale, il sionismo aveva bisogno di una finzione che era incompatibile con i concetti accettati della teoria nazionale… aveva necessità di una concezione molto più vasta di quella semplicistica. In questa altra concezione… il referendum dei giudei del mondo sostituiva il referendum della popolazione della Palestina [27].

Questa “finzione” è l’affermazione che il giudaismo mondiale è un’entità nazionale che ha un diritto apparentemente storico (leggasi: divino) a possedere l’intera Palestina e a colonizzarla. Lo spurio “diritto all’autodeterminazione del popolo giudeo” è un ritornello pubblicitario per questa affermazione fittizia. Scandalosa per quanto sia secondo qualsiasi parametro razionale, è stata ciò nonostante molto potente. E’ certamente riuscita a convincere non solo un vasto numero di giudei, ma anche élite di paesi imperialisti occidentali che la ritenevano politicamente utile nonché coerente con la loro fede cristiana.

Ma perché questa autolegittimazione dello stato sionista operasse senza intralci, l’uso del termine ebrea per denotare una nuova nazione israeliana d’insediamento, o persino una parte semi-staccata del giudaismo mondiale, doveva essere abbandonato. E abbandonato fu. E’ caduto virtualmente in disuso, salvo che per sostenere qualche deliberato punto politico [28]. La nazione ebrea continua a esistere ma – per mutuare una famosa distinzione di Marx a proposito della classe – è in nazione in sé ma non più per sé.

Un modo efficace per oscurare l’esistenza di un’entità consiste nel privarla di un nome. Ciò che non ha un nome è solo vagamente pensabile. Avendo perso la memoria del suo nome corretto, la nazione ebrea è stata ridotta a riferirsi a sé stessa mediante appellativi poco adatti e confondenti.

Nel discorso informale la nazione ebrea è spesso chiamata dai suoi membri e da altri semplicemente come israeliana. Ma questo confonde, perché la legge israeliana riconosce questo termine come denotazione di cittadinanza, non di etnia o di identità nazionale. Inoltre ci sono chiaramente due gruppi nazionali israeliani: gli ebrei e gli arabi palestinesi [29].

Nel discorso ufficiale e nella maggior parte di quello pubblico in Israele, i membri della nazione ebrea sono chiamati giudei (mentre fuori da Israele sono solitamente chiamati giudei israeliani). Ma questa designazione è inadatta perché ci sono in Israele centinaia di migliaia di persone che non sono giudee ma sono ben assimilate nella società ebrea e non si considerano, né sono considerati dalla maggior parte dei membri (non religiosi) di tale società, come appartenenti a una nazione differente. Molti di loro sono parenti stretti di giudei cui è stato permesso di immigrare in Israele e di essere naturalizzati in  base alla Legge del Ritorno, come il coniuge non giudeo o il figlio di qualcuno che ha un nonno giudeo [30]. Ci sono anche figli di lavoratori stranieri nati in Israele la cui sola lingua è l’ebraico. Oltre a questi ebrei non giudei, ci sono in Israele persone che si considerano, e sono considerate dalla maggior parte delle persone, come giudei, ma il cui giudaismo in qualche modo non è molto kosher secondo standard legali israeliani. Tali sono i convertiti al giudaismo la cui conversione è stata officiata da un rabbino non ortodosso, che potrebbe ben essere – quale sacrilegio! – di genere femminile. Il loro giudaismo non è riconosciuto dal rabbinato ortodosso, che ha il monopolio in Israele.

Così il sionismo, avendo dapprima reinventato il giudaismo come nazione immaginaria, ha proseguito forzando la reale nazione ebrea in un letto di Procuste religioso.

Indotta in uno stato di amnesia collettiva e di smembramento del suo nome corretto, la nazione ebrea è divenuta incerta della sua identità – il che va benissimo per quanto riguarda la propaganda autolegittimante sionista – e può passare a dichiarare che “Israele è lo stato nazione del popolo giudeo” [31].  

Ma in rare occasioni la vecchia memoria riemerge e la confusione ufficialmente rafforzata è lamentata persino da alcuni sionisti dei vecchi tempi, come il poeta ebreo Haim Guri, il titolo e sottotitolo del cui articolo sull’argomento parla da sé: “Gli israeliani solevano essere ebrei. Ora che cosa sono? Più di sei decenni dopo la fondazione del loro stato, gli israeliani tuttora lottano con la loro identità” [32].

Sopprimendo deliberatamente la coscienza nazionale ebrea, che era essenzialmente laica, e promuovendo la falsa coscienza nazionale “israelo-giudea” il regime sionista ha garantito alla religione una posizione ideologica inattaccabile e potenzialmente decisiva. Come ho sostenuto il giudaismo è essenzialmente una determinazione religiosa, un circondario il cui confine è pattugliato e controllato da rabbini come guardie di confine e custodi del cancello.

 

Mediante altri mezzi…

Il colonialismo d’insediamento è come un gas: si espande a riempire tutto lo spazio disponibile. Ma, diversamente da un gas, ha bisogno di un’ideologia e preferibilmente di una strategia. Nel caso degli Stati Uniti l’ideologia è passata sotto il nome di Destino Manifesto e ha fatto appello alla divina provvidenza. Nel caso del sionismo, la rivendicazione di Eretz Yisrael è stata ovviamente sempre dipendente dalla promessa divina, ma in tempi precedenti ciò era mascherato da un autoinganno laico. Non più. In una scena imbarazzante divenuta virale l’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite è stato visto recentemente agitare la Bibbia come atto di proprietà dell’intera Terrasanta [33].

Quanto alla strategia il movimento ne aveva una chiara. Era stata formulata nel modo più sintetico dal suo stratega supremo, Ben-Gurion, in una lettera al figlio Amos, datata 5 ottobre 1937. In tale lettera egli spiega perché era pronto ad accettare il rapporto della Commissione Peel, che offriva ai coloni giudei uno stato su una parte della Palestina. (La parte era considerevolmente minore di quella offerta circa dieci anni dopo dal Piano di Partizione dell’ONU). La lettera nella sua interezza è una lettura obbligatoria per tutti gli interessati al tema della Palestina. Alcune delle parole del testo manoscritto sono contestate perché confusamente cancellate, ma ecco un passaggio chiave non contestato:

Il mio presupposto (che è il motivo per cui sono un fervido promotore di uno stato, anche se ora collegato alla partizione) è che uno stato giudeo su solo una parte della terra non è la fine, bensì l’inizio.

Quando acquisiamo mille o diecimila dunam, ci sentiamo euforici. Non ferisce i nostri sentimenti che mediante tale acquisizione non siamo in possesso dell’intero territorio. Questo perché questo aumento del possesso è importante non in sé, ma perché attraverso di esso aumentiamo la nostra forza e ogni aumento di forza contribuisce al possesso della terra nella sua interezza. La creazione di uno stato, anche se solo su una parte della terra, è il massimo rafforzamento della nostra forza nel momento presente e una spinta potente alla nostra impresa storica di liberare l’intero paese.

Ammetteremo nello stato tutti gli ebrei che potremo. Crediamo fermamente di poter ammettere più di due milioni di giudei. Costruiremo un’economia giudea sfaccettata: agricola, industriale e marittima. Organizzeremo una forza avanzata di difesa, un esercito superiore che non ho dubbi sarà uno degli eserciti migliori del mondo. A quel punto ho fiducia che non mancheremo di insediarci nelle parti restanti del paese, mediante accordi e intese con i nostri vicini arabi, oppure mediante altri mezzi [34].

Durante la guerra del 1947-49 Ben-Gurion applicò questa strategia con una vasta misura di successo: Israele annetté altre aree della Palestina in aggiunta alla parte assegnatagli dal Piano di Partizione dell’ONU. Alcune di tali annessioni ebbero luogo mediante “accordi e intese” segreti con una dei “vicini arabi”: Abdullah I di Giordania [35]. Il resto fu ottenuto “mediante altri mezzi”, cioè con la forza delle armi. Ma Ben-Gurion non era un avventuriero; esercitò una certa moderazione nel non cercare di spingere la conquista israeliana oltre i limiti politici permessi.

 

Questo lasciò ancora circa il 22 per cento della Palestina del Mandato non disponibile alla colonizzazione sionista. I leader più falchi di Israele sentirono che c’era ancora una certa attività da concludere [36].

Dopo il giugno 1963, quando Ben-Gurion alla fine lasciò la carica e la sua autorità di moderazione non fu più efficace, la fazione dei falchi divenne più risoluta e ci furono frequenti discussioni aperte su che cosa non era stato completato nella guerra del 1947-49. Così il 31 gennaio 1964 il giornale della sera Ma’ariv pubblicò una serie di interviste su questo argomento a figure politiche di spicco, condotte da Ge’ulah Cohen, un politico nazionalista di estrema destra ed ex terrorista [37]. Tutti gli intervistato condivisero l’idea che i confini esistenti di Israele (che in realtà non erano mai stati ufficializzati ed erano semplici linee di armistizio stabilite nel 1949) non erano sufficienti a comprendere “la patria intera”. Alcuni accettavano tali confini come un compromesso inevitabile, ma altri non si rassegnavano a tale realtà. Mentre Shimon Peres era dell’opinione che “Israele può esistere anche entro i confini attuali”, Moshe Dayan asseriva che “i confini attuali sono un risultato della guerra [del 1948], non una realizzazione del nostro obiettivo”. E Aryeh Ben-Eliezer, un leader di Herut (predecessore del Likud) era ancora più esplicito: “L’esistenza di Israele dipende dal non rinunciare all’intero paese”.

Alcuni mesi dopo Yigal Allon – come Dayan un generale prestigioso diventato politico e un falco eminente – dichiarò:

Il paese è rimasto diviso e i suoi confini distorti non a causa della mancanza di pianificazione strategica o di capacità militare, ma solo a causa di una moderazione politica di cui è stato responsabile il primo ministro e ministro della difesa D Ben-Gurion. In realtà quando ha ordinato al nostro esercito di fermarsi eravamo al picco delle nostre vittorie in tutti i fronti decisivi, dal fiume Litani nel nord al cuore del deserto del Sinai nel sud-ovest. Con solo pochi giorni di combattimenti sarebbe stato possibile ottenere la sconfitta finale degli eserciti arabi invasori e la liberazione del paese nella sua interezza [38].

Allon, come Dayan, era membro del gabinetto di guerra del giugno 1967 ed entrambi premettero per attuare la loro linea aggressiva all’epoca della guerra e nel periodo successivo.

 

L’asino del Messia

Da un punto di vista storico l’estensione della colonizzazione sionista ai territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 era una conclusione virtualmente scontata: una questione di adempiere un presunto destino manifesto. Ma i gruppi di militanti che passarono immediatamente all’azione e crearono avamposti giudei, circondati da una popolazione palestinese ostile e traumatizzata, furono attivati da un’ideologia esplicitamente religioso-messianica che era storicamente molto nuova [39].

Nella fase pre 1948 l’ideologia che motivava i pionieri della colonizzazione sionista, anche se alla fine di derivazione religiosa, era apertamente laica. Era tutta questione di costruzione della nazione, della nascita – o, come la consideravano, della rinascita della fenice – di una solida nazione ebrea dalle ceneri della deforme diaspora giudaica. Stavano gettando le fondamenta di un futuro stato ebreo. Che la maggior parte di loro fosse costituita da auto descritti di sinistra, che professavano un cosiddetto sionismo socialista, può sembrare strano oggi, dopo la decolonizzazione della seconda metà del ventesimo secolo. Ma in quei giorni una combinazione di socialismo professato e di colonialismo non era eccezionale. Un bozza di risoluzione presentata al Settimo Congresso dell’Internazionale Socialista (Stoccarda, 1907) affermava che “il Congresso non condanna in linea di principio ogni politica coloniale, poiché sotto il socialismo la politica coloniale potrebbe avere un ruolo civilizzatore”. Il suo autore era  il più eminente portavoce dell’Internazionale sui temi coloniali, il delegato olandese Hendrick van Kol, che era un razzista e possedeva una piantagione a Giava, Indonesia [40]. (Kautsky, contro la maggioranza della delegazione tedesca, sollecitò il Congresso a respingere la bozza di risoluzione di Kol. Il suo intervento – riferito con approvazione da Lenin – prevalse e la mozione revisionista fu sconfitta di stretta misura con 128 voti contro 108, con i dieci delegati svizzeri astenuti) [41].

Nel 1967 tale ideologia pionieristica ante 1948 era da tempo obsoleta: la nazione era stata costruita e Israele era una potenza nucleare, anche se non ufficiale. Il sionismo socialista non era più un’idea motivante.

Dal 1948 al  1967 il ruolo di qualsiasi ideologia pionieristica nel giustificare e motivare la colonizzazione sionista non era molto in evidenza; non c’era molta richiesta di essa. La massiccia pulizia etnica degli arabi palestinesi nel 1947-49 e la grande ondata di immigrazione giudea che presto seguì ridussero la popolazione palestinese di Israele nel 1949 a un mero 14 per cento: 159.100 su un totale di 1.173.000. Nel 1967 la popolazione era più che raddoppiata ma la proporzione dei palestinesi era cambiata di poco: 392.700 su 2.776.300, con la riproduzione naturale dei palestinesi che aveva compensato l’immigrazione giudea aggiuntiva [42]. All’esterno Israele poteva apparire superficialmente un normale stato nazione, con una minoranza etnica non molto vasta, la sua legittimità non apparentemente problematica. Vero, la colonizzazione sionista proseguiva incessantemente. Terre di proprietà araba, ad esempio, sia appartenenti a profughi sottoposti a pulizia etnica e a quelli che ne erano sfuggiti, erano espropriate dallo stato e assegnate a coloni giudei [43]. Ma tale colonizzazione era interna, nell’ambito del territorio israeliano internazionalmente riconosciuto, e non richiedeva giustificazione in quella che conta come opinione pubblica mondiale, che in larga misura ignorava o dimenticava tutto riguardo ai profughi palestinesi cacciati. I coloni erano per la maggior parte nuovi immigrati poveri dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa orientale, scaricati sulle terre sottratte dalla burocrazia statale. Non erano, e non era necessario fossero, militanti motivati ideologicamente.

Fino al 1977 tutti i governi di Israele erano coalizioni dominate dal Partito Laburista Israeliano (ILP) [44]. E durante tale intero periodo (con due brevi interruzioni) inclusero il leale alleato dell’ILP, il Partito Nazionale Religioso (NRP) [45]. Diversamente dai partiti religiosi ultraortodossi, i cui atteggiamenti nei confronti del sionismo erano al meglio tiepidi (e che trascorsero gran parte del periodo 1948-77 all’opposizione e come partner molto secondari di coalizione), l’ideologia del NRP combinava un giudaismo moderatamente ortodosso con il sionismo. Fino al 1968 il genere di sionismo del NRP fu della varietà moderata. Il suo leader, Haim-Moshe Shapira – un ministro di gabinetto in tutti i governi israeliani dal 1948 fino alla sua morte nel 1970 – era generalmente considerato come l’alto ministro più arrendevole e conciliante su questioni di guerra e pace e di atteggiamento nei confronti dei palestinesi.

Ma dietro le quinte a un generazione più giovane di membri e sostenitori del NRP veniva inculcato un genere di dottrina molto differente. Il suo primo pulpito fu in una yeshiva (università religiosa) di Gerusalemme, Mercaz HaRav Kook, fondata nel 1924. Il suo fondatore, il rabbino Abraham Isaac Kook (1865-1935) era un sionista di un genere molto raro ai suoi tempi. Mentre la maggior parte dei sionisti era laica e la maggior parte dei rabbini ortodossi era irremovibile nell’opporsi al sionismo, Kook era un sionista messianico. Secondo la sua teologia, la colonizzazione sionista della Palestina e la fondazione finale di uno stato giudeo erano parte di un piano divino, culminante nell’avvento del Messia. La sua sofisticata dottrina politica promuoveva l’alleanza con i sionisti laici, tollerando il loro ateismo. Potevano essere assecondati, persino accontentati; li paragonava all’asino del Messia: un bruto ottuso ma uno strumento divino, che portava sulla sua schiena il Salvatore [46]. Tale dottrina, in una forma più esplicita ed estrema fu predicata da suo figlio e discepolo Zvi Yehuda Kook, che diresse la yeshiva negli anni cruciali tra il 1951 e il 1982. In quel nido erano covate vipere come Moshe Levinger, Hanan Porat e altri principali leader dei coloni religiosi fanatici post 1967. Molti altri furono influenzati dalla sua teologia. Dopo la guerra del giugno 1967, il NRP fu rilevato dalla sua coorte di fanatici messianici. Nel 2008 si fuse nel partito religioso ultranazionalista HaBayit HaYehudi (La casa giudea).

I cannoni della guerra erano ancora fumanti quando questi militanti entrarono in azione. Israele aveva appena conquistato il cuore sacro del paese bramato – compresi i luoghi santi di Gerusalemme e Hebron – che si erano sottratti alla cattura nel 1947-49. Gli sciovinisti religiosi non persero tempo nel creare i loro avamposti nei nuovi territori palestinesi occupati. Da allora la colonizzazione israeliana, ispirata e guidata da loro, si è metastatizzata nella terra sottratta, accerchiando i centri della popolazione palestinese confinati in recinti isolati.

Le conquiste del 1967 offrirono ai sionisti messianici un’occasione storica per praticare quello che i loro rabbini erano andati predicando. Ugualmente la loro ideologia forniva una giustificazione su misura – la logica irrazionale – per quella che storicamente era la fase successiva del progetto sionista di colonizzazione, un obiettivo duraturo del suo programma di lungo termine. Era una partita giocata in cielo.

I marxisti non saranno sorpresi nello scoprire che un’ideologia che emerga e conquisti influenza in una società sia adatta alla sua realtà materiale. Nel caso presente, la realtà materiale è il possesso militare da parte di Israele dei territori colonizzabili adiacenti, un’attrattiva quasi irresistibile per uno stato di coloni che goda di uno schiacciante vantaggio nell’equilibrio locale e regionale di potere, nonché di un illimitato sostegno dall’impero egemone globale. In questa dialettica l’ideologia religiosa messianica mette a disposizione non solo una spinta e una motivazione alla colonizzazione ma – come ha osservato Amira Hass – anche un’apparenza di guerra di religione a quella che in realtà è una spinta incessante all’esproprio e alla pulizia etnica [47].

Dal 1967 il sionismo religioso messianico ha fornito il fanatismo necessario per fondare avamposti coloniali in territorio ostile sottratto al suo popolo indigeno. I sionisti moderati non hanno alcuna arma intellettuale o morale efficace contro questa ideologia. Così, nella controversia pubblica scoppiata in Israele dopo la guerra del 1967, i sionisti moderati “di sinistra” si sono trovati in svantaggio di fronte agli annessionisti aggressivi.

Ad esempio Amos Oz, preoccupato per il pericolo demografico posto allo stato giudeo da una vasta popolazione araba, si è espresso contro le orribili implicazioni accompagnatrici dell’orgia annessionista. Ha descritto l’argomento citando diritti giudei “storici” sull’”intera Terra d’Israele” come “allucinazioni di un mito”. Ha proseguito affermando che i diritti territoriali e i confini politici possono essere basati solo sul principio demografico: ogni popolo ha diritto al territorio che abita e in cui costituisce una maggioranza. Ogni altro principio è infondato [48].

Un polemista annessionista non ha avuto problemi a indicare la debolezza della posizione di Oz:

Questo criterio, “chi abita questo spazio di terra oggi”, non può essere in alcun modo il solo criterio. Perché se Amos Oz lo applicasse, e applicasse solo esso, il sionismo non avrebbe assolutamente nessuna giustificazione.

Se Amos Oz approva i confini entro i quali siamo esistiti sinora perché hanno una logica demografica, dovrebbe chiedersi se tale situazione demografica che ha determinato i confini sia sempre esistita o sia stata creata in un processo di colonizzazione. In effetti, in base a un criterio demografico, non avevamo, all’inizio della realizzazione del sionismo, alcun diritto su questo paese! L’Intero diritto è seguito ad allucinazioni di un mito. Questo è quanto gli antisionisti hanno sempre affermato. Ciò nonostante non eravamo disposti ad accettare una data situazione demografica come solo criterio. Abbiamo fatto di tutto per alterare la situazione demografica. E’ ammissibile fare questo? Se non lo è allora non c’è alcuna giustificazione alla nostra stessa esistenza qui. Se lo è, non c’è nulla di sacro riguardo ai confini determinati da uno specifico confronto militare (cioè la guerra del 1948) ed è ammissibile alterare la realtà demografica anche in altre zone [49].

Dal 1967 i sionisti messianici hanno guadagnato un’influenza politica sproporzionata al loro numero. Condividono potere come partner della destra nominalmente laica, mentre la demoralizzata “sinistra” sionista è diminuito fino al punto della scomparsa.

Nel corso degli ultimi pochi anni c’è stato un processo costante di coercizione religiosa e di ritirata del laicismo nella società israeliano-giudea mentre ministri religiosi  e dirigenti fanatici incoraggiati impongono le loro norme sulla maggioranza laica ideologicamente arrendevole. Articoli recenti di Haaretz rivelano frequenti casi di segregazione di genere nei trasporti pubblici, conferenze, esercito e istruzione superiore [50]. Un ministro dell’istruzione sionista religioso ha insinuato l’indottrinamento religioso in scuole laiche [51].

 

Il lato oscuro del mito

L’effetto funesto dei sionisti messianici sulla società israeliana è motivo di preoccupazione, ma un pericolo molto maggiore è posto dai loro piani e progetti grandiosi. Mentre questi zeloti sono andati conquistando influenza politica, i loro progetti stravaganti non andrebbero ignorati con leggerezza.  

Tutte le correnti dell’ideologia sionista sono alla fine radicate in un mito religioso ma la varietà messianica è esplicita al riguardo e lo considera una verità letterale. La parte migliore di quella narrazione è che la Terra d’Israele è la patria antica dei giudei, che sono discendenti degli antichi israeliti. Non è spesso notato, tuttavia, che secondo la stessa storia sacra, come narrata nei libri santi, gli israeliti non erano indigeni di quella terra, in origine chiamata Terra di Canaan, ma conquistatori invasori. Erano discendenti di un patriarca, Abramo, un nativo della Mesopotamia, al quale la Terra di Canaan era stata promessa da Yahweh. Passati alcune generazioni, dapprima da pastori seminomadi in Canaan, poi come schiavi di stato in Egitto, e poi come nomadi nel deserto del Sinai, alla fine presero concreto possesso di Canaan, sotto la guida di Giosuè, figlio di Nun, mediante conquista militare e pulizia etnica.

Conta poco che questa storia, come appena sintetizzata qui, abbia scarsa o nessuna base storica nei fatti. Quello che conta è che i fanatici religiosi sionisti prendono alla lettera il Libro di Giosuè e lo considerano come un precedente reale, virtualmente un modello.

Così una conferenza del settembre 2017 della fazione Unione Nazionale del Partito HaBayit HaYehudi, che faceva parte della coalizione di governo, ha adottato all’unanimità un Piano Decisionale promosso da Bezalel Smotrich (che era allora vicepresidente della Knesset e, nel momento in cui scrivo, è ministro del governo). Il piano di Smotrich presenta un ultimatum di resa o deportazione ai palestinesi in cui “agli arabi della Terra d’Israele saranno offerte due alternative”:

  1. Chiunque sia disposto e capace di rinunciare alla realizzazione delle sue aspirazioni nazionali sarà in grado di restare qui e di vivere da individuo nello stato giudeo.
  2. Chiunque non sia disposto o sia incapace di rinunciare alla realizzazione delle sue aspirazioni nazionali riceverà assistenza da noi per emigrare in uno dei paesi arabi.

C’è anche una terza opzione:

Chiunque insista nello scegliere la terza “opzione” – continuare a ricorrere alla violenza contro le Forze di Difesa Israeliane, lo Stato d’Israele o la popolazione giudea – sarà trattato con decisione dalle forze di sicurezza con una forza maggiore di quella attuale e in condizioni più comode per noi [52].

Nel presentare il piano, Smotrich ha fatto esplicito riferimento al Libro di Giosuè come precedente e ispirazione [53].

Lascerò commentare questo piano a Daniel Blatman, uno storico dell’Olocausto e del genocidio presso l’Università Ebrea di Gerusalemme. Ecco alcuni estratti:

Smotrich si affida al libro biblico di Giosuè come suo modello. Ricercatori sul genocidio nel mondo antico hanno già stabilito che il Libro di Giosuè è un documento importante per esaminare le caratteristiche del genocidio nel mondo antico… Descrive azioni che sono state esplicitamente definite genocidio nella Convenzione dell’ONU del 1948 sulla Prevenzione e la Punizione del Reato di Genocidio…

L’ammirazione di Smotrich per il biblico genocida Giosuè… lo induce a adottare valori che assomigliano a quelli delle SS tedesche. Naturalmente non si è preso il disturbo di fare tali paragoni, poiché chiunque appoggi il genocidio non cerca di comprendere la visione del mondo dei genocidi che lo hanno preceduto…

Smotrich ritiene che l’etica del Libro di Giosuè potrebbe servire da esempio su come i palestinesi andrebbero trattati oggi?…

Naturalmente non ci si può aspettare che il primo ministro Benjamin Netanyahu faccia qualcosa al riguardo. Ma il pericolo reale per Israele deriva dalla centinaia di membri della Knesset e di figure pubbliche di altri partiti – compresi Likud, Yesh Atid e persino l’Unione Sionista – che capiscono benissimo dove Smotrich e i suoi colleghi del Partito HaBayit HaYehudi stanno trascinando lo stato, ma temono di schierarsi, di formare un fronte unito con la sinistra israeliana e di dire la pubblico la verità: lo smotrichismo, come l’hitlerismo, lo stalinismo e il maoismo prima di esso è un’ideologia che conduce all’attuazione del genocidio [54].

 

Allevare una giovenca rossa

E nell’ala ultrà del sionismo messianico ci sono veri credenti che sono oggi rappresentati nella Knesset e sono considerati possibili partner della coalizione di governo.

Questi attivisti si differenziano in un aspetto cruciale dagli altri seguaci del giudaismo ortodosso: sono decisi a compiere passi concreti per realizzare la creazione di un rinnovato regno biblico giudeo. Una parte chiave di questo piano consiste nella costruzione di un terzo tempio giudeo nella vecchia collina consacrata. (I primi due furono distrutti, rispettivamente, dai babilonesi nel 586 avanti Cristo  e dai romani nel 70 dopo Cristo). Un evidente ostacolo al Terzo Tempio è che Monte del Tempio dei giudei capita sia lo Haram al-Sharif dei mussulmani, il terzo luogo più sacri dell’Islam, sede della moschea al-Aqsa e della Cupola della RocciaEsse dovranno essere  demolite per far spazio al Terzo Tempio [55].

Piani per realizzare questo non sono assolutamente una novità. Dal 1979 al 1984 una setta segreta di coloni, nota come la Clandestinità Giudea, si era impegnata in attacchi terroristici contro leader civici palestinesi. Aveva anche ordito un piano per far saltare la Cupola della Roccia, ma appena in tempo membri del gruppo erano stati arrestati e portati a processo su accuse di terrorismo. La maggior parte ha scontato brevi condanne e i capibanda sono stati graziati nel 1990.

Impenitenti, il leader fanatico Yehuda Etzion e i suoi compagni hanno continuato a fare piani per il Terzo Tempio. Ma ora i loro numeri si sono moltiplicati e sono passati dai margini al centro del potere politico [56]. Una recente serie documentaria televisiva ha attirato l’attenzione su un’estesa rete di attivisti che compiono preparativi pratici per la costruzione del Terzo Tempio e il compimento di riti in esso [57]. Includono disegni e modelli architettonici dettagliati per lo stesso tempio, tessitura e ricami di  vesti per i sacerdoti che officeranno in esso e pratica di sacrifici di animali nelle vicinanze del luogo santo. Affinché ai sacerdoti sia consentito di accedere al tempio e di compiere i loro rituali, devono prima essere purificati con le ceneri di una giovenca rossa incontaminata. Rossa significa totalmente rossa, anche due orecchie nere la squalificano. A un allevatore di nome Menahem Urbach, che vive nel Golan occupato da Israele, è stata commissionata la produzione di una giovenca rossa mediante un allevamento selettivo. Intervistato in televisione, ha affermato che si aspetta che l’animale desiderato sia partorito molto presto.

 

Sarà trasmesso in televisione

Esplosivi sono facilmente accessibili agli attivisti, che risiedono in insediamenti armati e alcuni sono indubbiamente accumulati per l’uso come e quando richiesto. Naturalmente il mondo mussulmano probabilmente reagirà con violenza alla distruzione delle moschee sacre. Ciò può facilmente finire in una grande conflagrazione nell’intera regione e forse oltre. I fanatici messianici non sono particolarmente preoccupati per questa prospettiva: la considerano con lo stesso genere di speranzosa aspettativa che gli evangelici estremisti cristiani nutrono per il Giorno del Giudizio. In realtà entrambi i gruppi di pericolosi svitati, giudei e cristiani, condividono molte convinzioni (salvo che i primi stanno attendendo il Primo Avvento del Messia, mentre per i secondi si tratterà del Secondo, dopo di che i giudei dovranno convertirsi o morire). Come ha recentemente scritto il Daily Express:

I teorici cospirazionisti biblici credono che la costruzione di un Terzo Sacro Tempio a Gerusalemme precederà l’imminente ritorno di Gesù Cristo. L’escatologia giudea riguardante la fine dei tempi afferma che il Sacro Tempio sorgerà per la terza volta dal terreno con l’approssimarsi dell’apocalisse. Discorsi della costruzione di un Terzo Tempio sono emersi questa settimana in risposta a una lettera scritta dalla potente assemblea di rabbini giudei nota come Sinedrio.

Gerusalemme è diretta a elezioni amministrative la prossima settimana e il Sinedrio ha sollecitato entrambi i candidati in corsa, Ofer Berkovich e Moshe Lion, a ricostruire il tempio…

Il Sacro Tempio ha un ruolo cruciale nella tradizione giudea ed è un protagonista centrale delle profezie e dei racconti riguardanti l’apocalisse.

Il pastore cristiano e predicatore del giorno del giudizio Paul Begley ha ora affermato che i segni della fine dei tempi stanno ora arrivando a compimento.

Il predicatore dell’Indiana ha affermato: “I rabbini del tribunale del Sinedrio stanno sollecitando entrambi i candidati a sindaco a includere nei loro piani per questa città la ricostruzione del terzo tempio” …

Secondo Irvin Baxter degli EndTime Ministries, il terzo Sacro Tempio sarà ricostruito negli ultimi sette anni dell’esistenza del mondo.

Il predicatore del giorno del giudizio ha detto che ciò succederà nei primi tre anni della fine dei tempi e sarà il “segno più visibile” dell’arrivo finale della fine dei tempi.

Baxter ha detto: “Quando sarà posata la pietra d’angolo sul Monte del Tempio, ogni rete della terra trasmetterà in televisione questo evento incredibile” [58].

Le forze di sicurezza di Israele agiranno in tempo per prevenire un’esplosione nel luogo sacro, come hanno fatto nel 1984? Non voglio apparire troppo allarmista, ma osservando la deriva di Israele agli estremi del populismo e dell’annessionismo razzisti, dovremmo tener d’occhio il movimento del fanatismo messianico.

 

NOTE

  1. Per un’affermazione autorevole vedere “Zionism Defined”, Sionismo in rete. Per formulazioni simili ma più breve vedere, ad esempio, Jonathan Freedland, “Labour and the Left Have an Antisemitism Problem,” Guardian, 18 marzo 2016; Eylon Aslan-Levy, “Why Anti-Zionism Is Inherently Anti-Semitic,” Times of Israel, 8 dicembre 2013.
  2. Utilizzo il termine mito per una narrazione che può contenere o no qualche verità oggettiva, condivisa da una comunità.
  3. Numeri 11:29, I Samuele 2:24, II Re 11:17, II Cronache 23:16.
  4. Citato da Israel Shahak, “The Jewish Religion and Its Attitude to Non-Jews,” Khamsin 8 (1981).
  5. Per una confutazione leggibile del mito dello stato giudeo, vedere Shlomo Sand, The Invention of the Jewish People (Londra: Verso, 2009).
  6. Secondo una famosa sentenza della Corte Suprema di Israele – Rufeisen contro Ministero dell’Interno, 16 PD 2428 (1962) – una tale persona non è un giudeo per quanto riguardarda la legge israeliana.
  7. Encyclopedia Judaica, v. The Pittsburg Platform”, 2008, disponibile presso la Libreria Virtuale Giudaica.
  8. Alfred Naquet, “Drumont et Bernard Lazare”, La Petite République, 24 settembre 1903. Naquet parla di Lazare al passato, perchè quest’ultimo era moto pochi giorni prima della pubblicazione dell’articolo.
  9. Per citazioni estese, vedere Moshé Machover, “The Immoral Dilemma: The Trap of Zionist Propaganda,” Journal of Palestine Studies XLVII, no. 4 (2018); Moshé Machover, “Zionist Myths: Hebrew versus Jewish Identity,” Weekly Worker, 15 maggio 2013.
  10. Per alcuni dati derivati dal censimento imperiale russo del 1897 vedere Machover, “Zionist Myths”.
  11. Vedere V.I. Lenin “The Position of the Bund in the Party”, ottobre 1903, disponibile presso http://marxists.org .
  12. Jewish Encyclopedia, s.v. “Basel Program,” 1906, disponibile presso http://jewishencyclopedia.com.
  13. Jewish Virtual Library, v. “Zionism: Jewish Colonial Trust”.
  14. Vladimir Jabotinsky, “Il muro di ferro” (“O Zheleznoi stene”), Rassyvet, 4 novembre 1923. Per una traduzione in inglese vedere Jewish Virtual Library, s.v. “Texts Concerning Zionism: ‘The Iron Wall’”. Jabotinski fu il fondatore del sionismo di destra (“revisionista”) che inizialmente ha conquistato potere in Israele nel 1977 ed ha finito col dominare la politica israeliana. A oggi cinque primi ministri – Menachem Begin, Yitzhak Shamir, Ariel Sharon, Ehud Olmert e Benjamin Netanyahu – sono stati autoproclomati discepoli di Jabotinski.
  15. Theodor Herzl, Selected Works, 7, libro I (Tel Aviv: Newman, 1928-29), 86. Una traduzione in inglese leggermente diversa dello stesso testo è disponibile presso http://archive.org.
  16. Karl Marx, Capital, 1, cap. 31 (Londra: Penguin Classics, 1990).
  17. Karl Kautsky, Socialism and Colonial Policy1907, disponibile presso http://marxist.org. Per un’ulteriore trattazione della posizione di Kautsky e delle tipologia marxista del colonialismo, vedere Moshé Machover, “Colonialism and the Natives”, Weekly Worker, 12 dicembre 2015.
  18. Vedere Moshé Machover, “The Decolonisation of Palestine”, Weekly Worker, 23 giugno 2016.
  19. Come esempio di questo sofismo, vedere Michael Walzer, “The Anomalies of Jewish Identity”, The Jerusalem Philosophical Quarterly 59 (2010): 24-38.
  20. Vedere esempi di questo in Alan Wolfe, At Home in Exile: Why Diaspora is Good for the Jews (Boston, Beacon, 2014).
  21. Per ulteriori dettagli vedere Ehud Ein-Gil, “The Nation That Was Erased and Forgotten”, Haaretz, 13 dicembre 2014. Per la rottura con la Gran Bretagna, vedere Moshé Machover, “The Decolonisation of Palestine”.
  22. Mia traduzione ed evidenziazione del testo originale ebraico.
  23. Yoram Shachar, “Israel as a Two-Parent State: The Hebrew Yishuv and the Zionist Movement in the Declaration of Independence”, Zmanim 98 (2007), citato in Ein-Gil, “The Nation That War Erased and Forgotten”.
  24. Declaration of Establishment of State of Israel”, 14 maggio 1948, disponibile presso http://mfa.gov.il.
  25. La duratura dottrina di Ben-Gurion è citata nel capitolo 13 del mio libro Israelis and Palestinians: Conflict and Resolution (Chicago: Haymarket, 2016).
  26. Per una discussione di questa fondamentale posizione sionista vedere Moshé Machover e Emmanuel Farjoun, “The National Movement in the Arab East at the End of the Road”, 1976, in Machover, Israelis and Palestinians.
  27. Yigal Elam, “Hanahot Hadashot Leota Tzionut” (Nuovi presupposti dello stesso sionismo), Ot, 2 (1967); mia traduzione (evidenziazione nell’originale). Corrisponde all’ammissione di Arthur Balfour in una lettera molto citata a David Lloyd George, datata 19 febbraio 1919: “La debolezza della nostra posizione è che nel caso della Palestina noi rifiutiamo deliberatamente e giustamente di accettare il principio dell’autodeterminazione. Se fossero consultati gli abitanti attuali, pronuncerebbero indiscutibilmente un verdetto anti-giudeo”.
  28. Un uso pubblico molto eccezionale di questo termine è stato fatto, nientemeno, dal presidente di Israele, Reuven Rivlin, che in un’intervista televisiva del 12 aprile 2016 ha esposto la sua visione di una futura confederazione tra due “entità”: una palestinese e l’altra
  29. Questa confusione è ulteriormente aumentata dal fatto che un passaporto israeliano cita “israeliano” come nazionalità. Ma questo perchè, secondo la convenzione internazionale, questa voce in qualsiasi passaporto denota lo status di cittadinanza del portatore, non la sua identità nazionale. Ad esempio, un passaporto britannico dichiara la cittadinanza del portatore come la nazionalità (ad esempio “cittadino britannico”) non se la persona sia inglese, scozzese, fallese o irlandese. In effetti in un passaporto israeliano nazionalità è tradotto in ebraico con ezrahut che significa cittadinanza.
  30. Secondo una recente stima autorevole più di 420.000 israeliani appartengono a questa categoria di ebrei non giudei. Vedere Judy Maltz, “Immigration to Israel Is on the Rise Thanks to These ‘Non-Jews’”, Haaretz, 26 ottobre 2019.
  31. Per una discussione di questa affermazione e della trappola morale che crea, vedere Machover “The Immoral Dilemma”.
  32. Haim Gurl, “Israelis Used to be Hebrews, Now What Are We?”, Haaretz, 25 febbraio 2014.
  33. Tovah Lazaroff, “Bible is Jewish Deed to Land of Israel, Settement Envoy tells UNSC”, Jerusalem Post, 30 aprile 2019. Godetevi il video: “Ambassador Danon Teaches the UN a History Lesson on the Jewish Connection to the Land of Israel”, video YouTube pubblicato da “Israel in UN”, 30 aprile 2019.
  34. La lettera è disponibile in molti siti in rete, quali il sito di Jewish Voice for Peace. Ben-Gurion ripetè lo stesso piano strategico a una riunione del giugno 1938 del Jewish Agency Executive (l’organo politico alla guida del Hebrew Yishuv): “[sono] soddisfatto per parte del paese ma in base al presupposto che dopo che avremo costruito un grande forza dopo la creazione dello stato aboliremo la partizione del paese e ci espanderemo nell’intera Terra d’Israele”. Citato in Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948 (Washington DC: Institute of Palestine Studies, 1992).
  35. Avi Shlaim, Collusion Across the Jordan: King Abdullah, the Zionist Movement and the Partition of Palestine (New York: Columbia University Press, 1988).
  36. Ilan Pappe, Ten Myths About Israel, cap. 6 (Londra: Verso, 2017).
  37. La sua autobiografia, Women of Violence: Memoirs of a Young Terrorist, 1943-1948, è stata pubblicata da Holt, Rinehart e Winston nel 1966.
  38. LaMerhav (quotidiano sionista laburista) 8 marzo 1964.
  39. Anche la colonizzazione israeliana delle Alture del Golan, territorio siriano occupato da Israele nella guerra del 1967, fu avviata subito dopo quella guerra. Ma nell’area i coloni furono mossi da motivi apertamente materiali. Vedere Moshé Machover, “The War Israel Planned”, Weekly Worker, 6 luglio 2017.
  40. Vedere John Riddell, “How Socialists of Lenin’s Time Responded to Colonialism,” John Riddell (blog), 14 dicembre 2014.
  41. Lenin, “The International Socialist Congress in Stuttgart,” disponibile presso http://marxists.org.
  42. Per i dati sulla popolazione vedere “Israeli-Palestinian Conflict: Population Statistics”, ProCon, ultimo aggiornamento 17 settembre 2010.
  43. Un classico resoconto di questa colonizzazione interna si può trovare in Sabri Jirvis, The Arabs in Israel, 1948-1966 (Washington DC: Institute for Palestine Studies, 1969).
  44. Per semplicità mi riferisco a questo partito con il nome da esso adottato formalmente nel 1968, dopo una fusione del suo partito madre, Mapai, con due partiti molto minori.
  45. Di nuovo, per semplicità uso il nome adottato da questo partito nel 1956, quando nacque da una fusione di due partiti stretti alleati.
  46. Annie Robbins, “The Messiah’s Donkey: Settlers Fire on Palestinian Villagers as the Israeli Military Watches”, Mondoweiss, 21 maggio 2012. Nella versione di Re Giacomo (Zaccaria, 9:9) l’animale è chiamato “somaro”, gli statunitensi preferiscoon “asino” perchè pensano che “somaro” [“ass”, anche ‘culo’] sia una parte dell’anatomia umana che può essere presa a pedate.
  47. Amira Hass, “The Danger of Hebronization”, Haaretz, 13 agosto 2019.
  48. Amos Oz, “The Minister of Defence and the Lebensraum”, Davar (quotidiano in ebraico del Partito Laburista Israeliano), 22 agosto 1967; traduzione mia.
  49. Arien Renan, Davar, 14 settembre 1967; traduzione mia, evidenziazione nell’originale.
  50. Ad esempio Or Kashti, “‘Only Room for Men’: Driver Denied Israeli Woman Entry on Bus to Ultra-Orthodox Town,” Haaretz, 10 luglio 2019; Or Kashti, “Sex Separation at Jerusalem Conference Attended by Government Officials,” Haaretz, 16 luglio 2019; Or Kashti, “No White Shirts, Separate Smoking Areas for Female Soldiers: Israeli Army Beefs Up ‘Modesty’ Rules,” Haaretz, 14 luglio 2018; Or Kashti, “Gender Segregation at Israel’s Universities Spreading to Whole Campus, High Court Warns,” Haaretz, 18 gennaio 2019.
  51. Ad esempio, Or Kashti e Shira Kadari-Ovadia, “Education According to Bennett: More Judaism, Less Democracy,” Haaretz, 18 gennaio 2019; Or Kashti, “Israeli Education Ministry Secretly Eased Religious Groups’ Access Inside Secular Schools,” Haaretz, 11 agosto 2019; Noga Brenner Samia, “Israeli Schools Teach Pro-Settler Religious Nationalism Is the Only Way to be Jewish,” Haaretz, 31 ottobre 2019.
  52. Yotam Berger, “Israeli Party Approves Annexation Plan to Coerce Palestinian Departure,” Haaretz, 13 settembre 2017.
  53. La formulazione delle tre opzioni è tratta da un commento talmudico, Vaykra Rabba 17:6.
  54. Daniel Blatman, “The Israeli Lawmaker Heralding Genocide Against Palestinians,” Haaretz, 23 maggio 2017. Vedere anche Zeev Sternhell, “In Israel, Growing Fascism and a Racism Akin to Early Nazism,” Haaretz, 19 gennaio 2018.
  55. Per un resoconto dettagliato in tre parti del movimento del Terzo Tempio e dei suoi piani vedere Whitney Webb, “In Israel Push to Destroy Jerusalem’s Iconic Al-Aqsa Mosque Goes Mainstream,” MintPress News, 24 geiugno 2019; Whitney Webb, “How Israel’s Third Temple Movement Rebranded Theocracy as ‘Civil Rights,’” MintPress News, 3 luglio 2019; Whitney Webb, “The Untold Story of Christian Zionism’s Rise to Power in the United States,” MintPress News, 12 luglio 2019.
  56. Allison Kaplan Sommer, “How a Group of Jewish Terrorists Ended Up in Israel’s Halls of Power,” Haaretz, 5 luglio 2018.
  57. La prima parte molto rivelatrice di questa serie può essere vista – purtroppo senza sottotitoli in inglese – su YouTube.
  58. Sebastian Kettley, “End of the World: Jerusalem Third Temple ‘Fulfils Biblical Prophecy’ of the End Times,” Express, 18 marzo 2019.

Moshé Machover è un attivista politico israeliano e membro fondatore dell’Organizzazione Socialista in Israele (Matzpen) che ora vive a Londra. E’ un matematico e professore (emerito) del Kings College di Londra. E’ grato all’editore di Weekly Worker per avergli consentito di usare versioni riviste di brani da molti dei suoi articoli comparsi su tale settimanale. Questo articolo è stato presentato alla Conferenza sul Materialismo Storico, Londra, 7 novembre 2019.

 

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: monthlyreview.org

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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