Ugo Tramballi : articoli su Trump e l'Iran
LA CRISI IN MEDIO ORIENTE NON SCALFISCE LA POPOLARITA' DI TRUMP
lI Sole 24 Ore, 10/1/2020
Ugo Tramballi
La vendetta “telefonata” affinché i missili iraniani colpissero le basi americane in Iraq senza uccidere soldati nemici, offre qualche ragione di ottimismo. La risposta all’omicidio di Qasem Soleimaini non finisce qui: gli iraniani compiranno altre azioni in una regione dove gli obiettivi non mancano. Ma l’insieme di parole e opere fa legittimamente credere che per ottenere giustizia Teheran si affidi soprattutto al tempo e al sistema elettorale americano.
Sono molti nel mondo a sperare come gli iraniani che il primo martedì di quel mese - il 3 - gli americani scelgano un altro presidente. Il Pew Research Center di Washington ha quantificato l’attesa con un sondaggio in 33 paesi. La sintesi della sfiducia in Donald Trump è 64% a 26. Punta massima il Messico (89%), minime in Israele, Filippine, India e in tre europei: Polonia, Lituania e Ungheria. Più di ogni altro leader o presunto tale, il presidente americano è l’esempio e la sintesi della battaglia fra modello liberale e sovranismo in Occidente e in molte altre parti del mondo. Come l’instabilità mediorientale, questo scontro continuerà a dominare il quadro internazionale per molti anni ancora.
Sarà una lotta difficile se, come ancora ricorda il Pew Center, negli Stati Uniti il consenso per Trump rimane invariato attorno al 45%: nonostante l’impeachment e la palese incapacità di governare i suoi istinti nell’amministrare la potenza globale americana. In un editoriale sul New York Times l’economista premio Nobel Paul Krugman si chiede “Come avrebbero reagito gli americani se una potenza straniera avesse assassinato Dick Cheney, affermando che aveva le mani sporche del sangue di centinaia di migliaia di iracheni?”. Vicepresidente di George W. Bush, Cheney è uno dei principali responsabili della disastrosa invasione dell’Iraq, nel 2003. Non è irragionevole paragonare Cheney a Soleimaini.
In realtà gli americani avevano già risposto alla provocazione di Krugman, rieleggendo Bush nel 2004. In un’intervista poco prima di quel voto, il democratico John Kerry, lo sconfitto, sosteneva che gli Stati Uniti dovessero uscire dallo stato di emergenza permanente decretato dopo l’11 Settembre. Il terrorismo, diceva, è come la droga e la prostituzione: è una mnaccia permanente ma non esistenziale, che va combattuta con le leggi della democrazia e non solo con le armi. Sedici anni dopo, la “War on terror” continua a stravolgere la Costituzione, il primato del Congresso, le leggi degli Stati Uniti e l’idea che gli americani hanno del mondo.
E’ all’ombra di quell’emergenza che i satrapi del Medio Oriente (molti dei quali alleati di Washington) etichettano come terroristi e imprigionano i loro dissidenti; che il Bjp al governo in India decide che tutti i musulmani, il 20% della popolazione, sono potenziali terroristi; che per Bibi Netanyahu lo siano tutti i palestinesi. E che Donald Trump ordini la morte della personalità più importante dell’Iran dopo la guida suprema Khamenei. Salvo proporre un paio di giorni più tardi il dialogo e magari fra qualche mese minacciare ancora la guerra.
Fra un tweet e l’altro, come possono essere prese sul serio le dichiarazioni e le iniziative del presidente degli Stati Uniti, che parlino di pace o di armi, di stabilità dell’economia globale o di guerre commerciali? Il tono della presidenza di Donald Trump è stato capace di rendere più tollerabile persino il disastroso doppio mandato di George Bush. Il Csis, il Centro di studi strategici di Washington, ha definito l’attuale stato della politica estera americana “Era of Frenemy”: una stagione nella quale è difficile stabilire chi sia l’alleato e chi l’avversario, non più friend e nemmeno enemy. O entrambi.
Ugo Tramballi
La vendetta “telefonata” affinché i missili iraniani colpissero le basi americane in Iraq senza uccidere soldati nemici, offre qualche ragione di ottimismo. La risposta all’omicidio di Qasem Soleimaini non finisce qui: gli iraniani compiranno altre azioni in una regione dove gli obiettivi non mancano. Ma l’insieme di parole e opere fa legittimamente credere che per ottenere giustizia Teheran si affidi soprattutto al tempo e al sistema elettorale americano.
Sono molti nel mondo a sperare come gli iraniani che il primo martedì di quel mese - il 3 - gli americani scelgano un altro presidente. Il Pew Research Center di Washington ha quantificato l’attesa con un sondaggio in 33 paesi. La sintesi della sfiducia in Donald Trump è 64% a 26. Punta massima il Messico (89%), minime in Israele, Filippine, India e in tre europei: Polonia, Lituania e Ungheria. Più di ogni altro leader o presunto tale, il presidente americano è l’esempio e la sintesi della battaglia fra modello liberale e sovranismo in Occidente e in molte altre parti del mondo. Come l’instabilità mediorientale, questo scontro continuerà a dominare il quadro internazionale per molti anni ancora.
Sarà una lotta difficile se, come ancora ricorda il Pew Center, negli Stati Uniti il consenso per Trump rimane invariato attorno al 45%: nonostante l’impeachment e la palese incapacità di governare i suoi istinti nell’amministrare la potenza globale americana. In un editoriale sul New York Times l’economista premio Nobel Paul Krugman si chiede “Come avrebbero reagito gli americani se una potenza straniera avesse assassinato Dick Cheney, affermando che aveva le mani sporche del sangue di centinaia di migliaia di iracheni?”. Vicepresidente di George W. Bush, Cheney è uno dei principali responsabili della disastrosa invasione dell’Iraq, nel 2003. Non è irragionevole paragonare Cheney a Soleimaini.
In realtà gli americani avevano già risposto alla provocazione di Krugman, rieleggendo Bush nel 2004. In un’intervista poco prima di quel voto, il democratico John Kerry, lo sconfitto, sosteneva che gli Stati Uniti dovessero uscire dallo stato di emergenza permanente decretato dopo l’11 Settembre. Il terrorismo, diceva, è come la droga e la prostituzione: è una mnaccia permanente ma non esistenziale, che va combattuta con le leggi della democrazia e non solo con le armi. Sedici anni dopo, la “War on terror” continua a stravolgere la Costituzione, il primato del Congresso, le leggi degli Stati Uniti e l’idea che gli americani hanno del mondo.
E’ all’ombra di quell’emergenza che i satrapi del Medio Oriente (molti dei quali alleati di Washington) etichettano come terroristi e imprigionano i loro dissidenti; che il Bjp al governo in India decide che tutti i musulmani, il 20% della popolazione, sono potenziali terroristi; che per Bibi Netanyahu lo siano tutti i palestinesi. E che Donald Trump ordini la morte della personalità più importante dell’Iran dopo la guida suprema Khamenei. Salvo proporre un paio di giorni più tardi il dialogo e magari fra qualche mese minacciare ancora la guerra.
Fra un tweet e l’altro, come possono essere prese sul serio le dichiarazioni e le iniziative del presidente degli Stati Uniti, che parlino di pace o di armi, di stabilità dell’economia globale o di guerre commerciali? Il tono della presidenza di Donald Trump è stato capace di rendere più tollerabile persino il disastroso doppio mandato di George Bush. Il Csis, il Centro di studi strategici di Washington, ha definito l’attuale stato della politica estera americana “Era of Frenemy”: una stagione nella quale è difficile stabilire chi sia l’alleato e chi l’avversario, non più friend e nemmeno enemy. O entrambi.
Se l’Iran si vendicherà, come risposta della risposta gli Stati Uniti hanno già individuato 52 obiettivi da distruggere, scrive Donald Trump su Twitter: molti di questi, aggiunge, “importanti per la cultura iraniana”. Come in una faida tribale. Peggio: come i talebani che hanno distrutto i due Buddha millenari di Bamiyan e l’Isis a Palmyra. Non è necessario aver superato l’esame di diritto internazionale per capire che la minaccia del presidente degli Stati Uniti si configura come crimine di guerra.
E’ solo l’ultima bizzarria del Califfo di Washington. Poche cose quanto le sue decisioni sul Medio Oriente caratterizzano i suoi tre anni di potere. Dichiaratamente prese per districare l’America da una regione instabile – soprattutto dopo il ritorno all’autosufficienza petrolifera grazie al fracking – l’hanno invece impantanata più di prima nelle paludi della regione. Nel maggio 2017 Trump visita Riyadh convinto di avere la sintesi fra le priorità domestiche implicite allo slogan elettorale “America First” e gli obblighi di una superpotenza.
Se non fosse già convinto di essere il miglior presidente dopo Lincoln, in Arabia Saudita Trump coglierebbe le difficoltà del suo disegno. In quel vertice il presidente consegna le chiavi del Medio Oriente al principe ereditario Mohammed bin Salman, detto MbS, pericolosamente più impreparato di Trump. Con le armi americane che i sauditi avrebbero comprato per miliardi di dollari (Trump mostra la gigantografia del super-assegno di un accordo solo ipotizzato), gli Stati Uniti potranno liberarsi di ogni responsabilità. MbS avrebbe presto dato agli americani più problemi che sollievo.
Nell’aprile 2018 gli Usa annunciano il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ad eccezione di qualche isola del Pacifico, tutti i paesi non hanno la loro sede a Gerusalemme: riconoscono lo Stato d’Israele ma non quella città come capitale, per gli accordi internazionali che regolano il problema dal 1948. In attesa della pace fra palestinesi e israeliani. La decisione americana allontana ancora di più il compromesso fra i due popoli. Da qualche parte della Casa Bianca giace “l’accordo del secolo”, cioè il piano di pace fra israeliani e palestinesi che Trump e suo genero Jared Kushner hanno preparato. Mancando un governo in Israele, i termini dell’accordo sono ancora sconosciuti. Ma pochi, nemmeno l’amico Bibi Netanyahu, vi fanno affidamento.
Arabia Saudita e Israele sono i principali alleati di Trump in Medio Oriente. Lo erano anche degli altri presidenti. Ma rifiutandosi di bombardare l’Iran e, al contrario, promuovendo l’accordo sul congelamento del programma nucleare di Teheran, nel 2015 Barak Obama aveva scontentato i due amici. Dopo aver offerto armi ai sauditi e l’ambasciata agli israeliani, nel maggio 2017 Trump fa loro il grande e atteso regalo: l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano firmato con Russia, Cina Ue e Onu. La motivazione reale del presidente non è la qualità dell’accordo: il JCPA, l’acronimo del Joint Comprehensive Plan of Action, è l’unico significativo successo della politica estera di Obama. L’ex presidente afro-americano è la nemesi dell’attuale.
Comunque anche Trump deluderà Bibi Netanyahu e Mohammed bin Salman, non rispondendo alle provocazioni iraniane e rifiutandosi di usare la forza. Almeno fino a sabato scorso, quando è stato ucciso Qasem Soleimaini, l’iraniano più importante dopo l’ayatollah Khamenei.
A lasciare disorientati gli amici degli Stati Uniti – e anche i nemici – lo scorso ottobre era stato l’improvviso ritiro dei militari americani dal Nord della Siria. Quella presenza era la dimostrazione plastica della potenza americana: poche centinaia di soldati la cui sola presenza bastava per proteggere i curdi, impedire il ritorno dell’Isis, fermare le mire turche e il ritorno del regime di Damasco. Come risultato, l’America ha perso la faccia, i curdi la loro terra, c’è stato un ulteriore massacro siriano, il turco Erdogan si sente invincibile e Bashar Assad è ancor più nelle mani di Vladimir Putin. Dell’America si sono persele tracce, quando non spara.
Allego i due commenti pubblicati sul Sole 24 Ore in questi giorni di tensione
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