Keren Greenblatt :Nemmeno il grande editorialista israeliano di sinistra, Gideon Levy; dovrebbe valutare la lotta femminista
Nella sua rubrica del giovedì, Gideon Levy si scaglia contro "le organizzazioni femminili" che non mostrano solidarietà verso le donne palestinesi. perché queste donne sono viste come "terroriste", non come donne.
In verità sua grande rabbia mostra la visione secolare degli uomini per i quali la fragilità e la delicatezza femminile costituiscono uno standard diverso: gli uomini vanno in guerra, le donne rimangono a casa.
È vero che Levy è coerente nelle sue critiche all'occupazione e all'oppressione del popolo palestinese , ma per lui, quando le donne vengono arrestate e torturate, è anche peggio. Questa è la stessa concezione che ha tenuto le donne escluse dalle forze di polizia e militari in molti paesi (per timore che Dio lo vietasse, fossero fatte prigioniere e chissà cosa si sarebbe potuto fare di oro). È la stessa concezione per la quale è quasi ok prendere uomini prigionieri e torturarli, mandarli al fronte come carne da macello.
E la stessa concezione che accetta con comprensione il comportamento maschile violento sul fronte interno, anche perché “i ragazzi sono ragazzi.” Un ragazzo che picchia una donna è disprezzato, ma se batte un altro uomo? E' un vero uomo.
In verità sua grande rabbia mostra la visione secolare degli uomini per i quali la fragilità e la delicatezza femminile costituiscono uno standard diverso: gli uomini vanno in guerra, le donne rimangono a casa.
È vero che Levy è coerente nelle sue critiche all'occupazione e all'oppressione del popolo palestinese , ma per lui, quando le donne vengono arrestate e torturate, è anche peggio. Questa è la stessa concezione che ha tenuto le donne escluse dalle forze di polizia e militari in molti paesi (per timore che Dio lo vietasse, fossero fatte prigioniere e chissà cosa si sarebbe potuto fare di oro). È la stessa concezione per la quale è quasi ok prendere uomini prigionieri e torturarli, mandarli al fronte come carne da macello.
E la stessa concezione che accetta con comprensione il comportamento maschile violento sul fronte interno, anche perché “i ragazzi sono ragazzi.” Un ragazzo che picchia una donna è disprezzato, ma se batte un altro uomo? E' un vero uomo.
Ecco la verità: la sofferenza di tutti i detenuti e detenute palestinesi dovrebbe spaventarci allo stesso modo, indipendentemente dal loro genere. E un'altra verità: l'occupazione, l'oppressione, la tortura e la detenzione senza processo contro uomini e donne palestinesi suscita solo apatia nella maggior parte degli uomini e delle donne israeliane.
Levy ci chiama le "leonesse di #MeToo", un simpatico soprannome ,sicuramente preferibile ai lupi assetati di sangue, alla jihad femminista , come siamo chiamati continuamente,ma questo soprannome sottolinea anche la superficialità degli argomenti. #MeToo è una campagna contro la violenza sessuale, che non ha nulla a che fare con i casi descritti da Levy nella sua rubrica.
Ma che differenza fa? Una femminista è una femminista, se hai conosciuto un'organizzazione femminile le hai viste tutte. Non c'è bisogno di preoccuparsi delle sfumature quando sei impegnato a creare un nemico. Così la lotta per l'uguaglianza di genere è la più disprezzata e malconcia di tutte le cause per la giustizia sociale, quindi incolpiamo l'occupazione e ci consoliamo nell'assolverci .
Sia chiaro, anche l'argomento centrale dell'articolo di Levy è sbagliato. Per molte di noi il femminismo è interamente intrecciato con la lotta contro ogni tipo di oppressione. La violenza sessuale è collegata alla violenza di stato e l'occupazione è uno dei peccati più gravi del patriarcato israeliano. Viviamo alla luce dell'idea espressa così perfettamente da Audre Lorde: "Non sono libero se nessuna donna è libera, anche quando le sue catene sono diverse dalla mia."
Guardando alla lotta contro l'oppressione dei poveri, delle comunità di colore, della comunità LGBTQ , per la difesa degli animali e dell'ambiente , il nostro femminismo ha come fine la rimozione di tutte le strutture di potere. Di conseguenza la solidarietà femminista con il popolo palestinese è viva e vegeta, ci sono sforzi femministi israelo-palestinesi congiunti e non sentiamo il bisogno di fare notizia per il nostro attivismo.
L'idea che le attiviste dovrebbero riempire il tribunale militare quando una donna palestinese è sotto processo ,è stupida. Il nostro femminismo lotta per la fine dell'occupazione, per la difesa dei diritti umani dei detenuti e, Dio ci aiuti, per raggiungere pari opportunità in diversi campi.
Levy ci chiama le "leonesse di #MeToo", un simpatico soprannome ,sicuramente preferibile ai lupi assetati di sangue, alla jihad femminista , come siamo chiamati continuamente,ma questo soprannome sottolinea anche la superficialità degli argomenti. #MeToo è una campagna contro la violenza sessuale, che non ha nulla a che fare con i casi descritti da Levy nella sua rubrica.
Ma che differenza fa? Una femminista è una femminista, se hai conosciuto un'organizzazione femminile le hai viste tutte. Non c'è bisogno di preoccuparsi delle sfumature quando sei impegnato a creare un nemico. Così la lotta per l'uguaglianza di genere è la più disprezzata e malconcia di tutte le cause per la giustizia sociale, quindi incolpiamo l'occupazione e ci consoliamo nell'assolverci .
Sia chiaro, anche l'argomento centrale dell'articolo di Levy è sbagliato. Per molte di noi il femminismo è interamente intrecciato con la lotta contro ogni tipo di oppressione. La violenza sessuale è collegata alla violenza di stato e l'occupazione è uno dei peccati più gravi del patriarcato israeliano. Viviamo alla luce dell'idea espressa così perfettamente da Audre Lorde: "Non sono libero se nessuna donna è libera, anche quando le sue catene sono diverse dalla mia."
Guardando alla lotta contro l'oppressione dei poveri, delle comunità di colore, della comunità LGBTQ , per la difesa degli animali e dell'ambiente , il nostro femminismo ha come fine la rimozione di tutte le strutture di potere. Di conseguenza la solidarietà femminista con il popolo palestinese è viva e vegeta, ci sono sforzi femministi israelo-palestinesi congiunti e non sentiamo il bisogno di fare notizia per il nostro attivismo.
L'idea che le attiviste dovrebbero riempire il tribunale militare quando una donna palestinese è sotto processo ,è stupida. Il nostro femminismo lotta per la fine dell'occupazione, per la difesa dei diritti umani dei detenuti e, Dio ci aiuti, per raggiungere pari opportunità in diversi campi.
La lotta femminista non ha bisogno di uomini che la scrutino dall'esterno, ci criticano per ciò che è sempre più importante nella loro gerarchia immaginaria. Le gerarchie sono un'idea del patriarcato; seminano divisione e debolezza. Tutte le organizzazioni decidono autonomamente su cosa concentrare le proprie risorse limitate . La maggior parte di noi vorrebbe essere sempre ovunque, gridando senza logorare le corde vocali. Se pensi che sia una causa degna, sii un alleato.
Keren Greenblatt è avvocato e imprenditrice femminista.
n his column Thursday, "No #MeToo for These Palestinian Women Imprisoned in Israel," Gideon Levy’s frustration is justified, but he directs it at scapegoats rather than presenting the reality: Israelis aren’t interested in Palestinian prisoners. Levy sits alone in the courtroom and seethes because “the women’s organizations” aren’t there with him in a show of solidarity with Palestinian women. He says it’s because these women are thought of as “terrorists,” not as women.
The truth is, in his way of seeing things, these women really are women above all else – his great anger shows how aghast he is that the sins of the occupation also hurt women. This derives from the age-old outlook held by men who feel that feminine fragility and delicacy mean a different standard: Men go to war, women stay home.It’s true that Levy is consistent in his criticism of the occupation and the oppression of the Palestinian people, but to him, when women are arrested and tortured, it’s even worse. This is the same conception that has kept women excluded from the police force and military in many countries (lest they, God forbid, fall prisoner and who knows what might be done to them). It’s the same conception that makes it almost okay to take men prisoner and torture them, to send them to the front as cannon fodder in a fight over a piece of land or God.
It’s also the conception that accepts with understanding violent male behavior on the home front, too, because “boys will be boys.” A guy who beats up a woman is scorned, but if he beats up another man? Then he has shown himself to be a real man.
Here’s the real truth: The suffering of all Palestinian detainees and prisoners should appall us equally, regardless of their gender. And another truth: The occupation, oppression, torture and detention without trial of Palestinian men and women stirs only apathy among most Israeli men and women.Levy calls us the “lionesses of #MeToo,” a cute nickname that’s certainly preferable to bloodthirsty wolves, feminist jihad or feminazis, as we’re called all the time. But this nickname also points out the shallowness of the arguments. #MeToo is a campaign about sexual violence, which has nothing to do with the cases Levy describes in his column.
But what difference does it make? A feminist is a feminist, if you’ve seen one women’s organization you’ve seen them all. It’s all the same and there’s no need to bother with nuances when you’re busy creating an enemy. As it is, the struggle for gender equality is the most despised and battered of all the social justice causes, so let’s go ahead and blame it for the occupation too and take comfort in absolving ourselves of responsibility.

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