Zvi Schuldiner La crisi, le primarie, le elezioni di Israele. E i palestinesi?

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Il sistema politico israeliano (la cosiddetta «unica democrazia della regione») è in preda a una crisi acuta, che rivela problemi di fondo. Le primarie del partito Likud sono servite a decidere il candidato premier alle elezioni del marzo 2020. Dopo molti anni di leadership indiscussa, il premier Benjamin Netanyahu ha avuto un rivale: Gideon Saar, il quale tempo fa era uno dei suoi più forti alleati. Secondo Saar, Netanyahu, sconfitto nelle ultime due elezioni, non avrebbe potuto formare un governo e questa situazione avrebbe messo in pericolo il governo della destra: «Io potrei assicurare – ha dichiarato – il trionfo elettorale della nostra coalizione. I risultati delle primarie non hanno sorpreso: Netanyahu ha ottenuto oltre il 72% dei voti, Saar si è detto contento di essere arrivato al 27% e logicamente si è messo a disposizione del partito per assicurarne la prossima vittoria elettorale.
Per Netanyahu, le elezioni, il paese, la destra, tutto riveste scarsa importanza di fronte alla questione centrale: se non riesce a tirare per le lunghe il processo che lo riguarda, potrebbe finire in carcere. Il procuratore generale dello Stato ha informato che lo porterà in tribunale sulla base di gravi accuse di corruzione e malversazione. La corruzione sembra chiara e patente, e porterebbe in carcere il grande, geniale governante coronato da tanti successi.
I risultati delle elezioni di aprile e settembre 2019 hanno impedito a Netanyahu di formare un esecutivo perché il centro destra e l’indebolita sinistra si erano impegnati a non entrare in una coalizione guidata da un politico sospettato di corruzione. Saar, «un traditore» secondo le accuse dei fedelissimi del premier, non ha detto nulla della corruzione e delle questioni che attendono Netanyahu, pur assicurando di poter salvare la destra.
Ignoranti e stupidi del centro e della sinistra hanno visto in Saar – come nel razzista Lieberman alle ultime elezioni – una «speranza». Da tempo questi lamentano la mancanza di governo in Israele da un anno intero, la crisi, l’economia… Ancora peggio: Fatou Bensouda, la procuratrice della Corte penale internazionale dell’Aia, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta contro Israele – e anche contro Hamas – per crimini di guerra; il coro nazionale risponde con vigore cacofonico: «Il nostro esercito è il più etico del mondo!». Ma la procuratrice, vista come l’incarnazione attuale dell’antisemitismo, si riferisce anche alle dichiarazioni di possibili annessioni rese da Netanyahu e questo, a giudizio del premier e di altri, equivale a negare il nostro «diritto storico alla terra che Dio ci ha promesso». Non analizzare la posizione della procuratrice o della Corte. L’enorme importanza della questione e le risposte – israeliane, Usa ed europee – vanno oltre gli aspetti legali. Ma non esisteva anche una questione palestinese? Grazie a una situazione internazionale problematica, e alla guerra intestina palestinese, sembra oggi dimenticata quasi quanto lo era la questione curda.
La legge della nazione, votata quasi due anni fa, pone i due milioni di cittadini arabi di Israele in una condizione di disuguaglianza legale. Ma soprattutto, quattro milioni di palestinesi nei Territori occupati nel 1967 sono esseri umani privi dei diritti fondamentali e sottoposti a un’occupazione militare che consente pratiche coloniali, con la spoliazione delle terre e l’insediamento della popolazione israeliana – occupante, ai termini della legge internazionale.
Naturalmente, Netanyahu promette più annessioni «legali». Naturalmente, Donald Trump promette appoggi condizionati ai propri interessi. E anche nell’opposizione si ascoltano voci sulle annessioni «necessarie per la nostra sicurezza». Infine, lo stesso Saar assicurerà i «valori» della destra razzista e annessionista.
Va bene, c’è il pericolo Hamas, ma si può mettere a posto la cosa. Peggio è l’Iran. Il comandante dell’esercito già ci avverte che occorre prendere misure per frenare Teheran. L’escalation delle ultime settimane non sembra importare, dentro e fuori Israele, e pochissimi avvertono il pericolo di una possibile e terribile guerra – lo stesso comandante avverte che questa volta il prezzo da pagare in termini di popolazione civile sarebbe altissimo.
Subito dopo le primarie si è già scatenata la grande campagna elettorale, da qui al 2 marzo. Su cosa verterà? Bibi o non Bibi, i palestinesi, l’occupazione, la crescente disuguaglianza tipica di un sistema neoliberista galoppante?
Il pacifismo israeliano, molto indebolito, riflette anche la crisi del pacifismo e della sinistra fuori di Israele. La pace non è una questione astratta. È ora di tornare a immaginare un futuro migliore che non sia il prodotto delle discussioni fra questo e quel candidato. È necessario che le sinistre tornino a un pensiero che non riguardi solo gli aspetti congiunturali, non discutano solo di alleanze o del populismo in questo o quel paese, ma con dedizione, onestà, analisi e coraggio elaborino e diffondano la visione di un altro futuro possibile, più giusto, non razzista, non bellicista. Come sarà il 2020 che arriva fra pochi giorni?

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