La denuncia di al Malki: "Impediscono al popolo palestinese di avere una pace giusta"

Il ministro degli Esteri della Anp denuncia l’apartheid nei Territori occupati palestinesi, la colonizzazione della Cisgiordania e la pulizia etnica a Gerusalemme Est
di Umberto De Giovannangeli

Il suo è un possente j’accuse rivolto alla comunità internazionale e, in particolare, all’Europa. “Israele, con il sostegno esplicito dell’Amministrazione Trump, sta istituzionalizzando l’apartheid nei Territori occupati palestinesi. Non c’è un atto, uno solo, compiuto dai governanti israeliani che non mirasse alla colonizzazione della Cisgiordania, alla pulizia etnica a Gerusalemme Est e alla distruzione delle residue speranze di poter raggiungere una pace giusta, duratura, fondata sulla soluzione a due Stati”.
A sostenerlo è Ryad al Malki, ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese. E su Israele che per la terza volta in meno di un anno andrà ad elezioni anticipate, afferma: “Sul diritto del popolo palestinese ad uno Stato indipendente, con Gerusalemme Est sua capitale, non vedo sostanziali differenze tra coloro che si contendono la guida d’Israele. Hanno rimosso la questione palestinese: sta a noi e a chi nel mondo non ha sotterrato i diritti dei popoli all’autodeterminazione, farla vivere in ogni sede”.

“Stanno intenzionalmente minando le possibilità di avere un Paese palestinese contiguo. Questa è una lotta esistenziale per noi e non dobbiamo condurla da soli”, afferma al Malki. È qui che deve entrare in gioco l’Europa, “un’Europa forte e unita, pronta ad assumersi le sue responsabilità” e a “stare dalla parte degli arabi”. Perché Israele ha trovato nell’amministrazione Trump un alleato più forte che mai, con gli Stati Uniti che hanno imboccato la via sbagliata della storia, quella opposta alla “giustizia”.

Signor ministro, siamo alla fine del 2019. Ed è tempo di bilanci. Che anno è stato il 2019 per il popolo palestinese?

”Un anno di lotta, l’ennesimo. Un anno nel quale abbiamo continuato a resistere ad un occupante che sembra conoscere solo il linguaggio della forza. Un anno, l’undicesimo, in cui la popolazione della Striscia di Gaza ha dovuto subire l’assedio israeliano, in condizioni di vita sempre più deteriorate, come ampiamente documentato da rapporti dell’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ndr) e dalle più importanti organizzazioni umanitarie internazionali. Israele continua a ritenersi superiore alla legalità internazionale, fa carta straccia delle risoluzioni delle Nazioni Unite, del diritto umanitario e della stessa Convenzione di Ginevra. A Gaza, oltre il 56% della popolazione è sotto i 18 anni. Quale futuro possono avere bambini a cui è stata rubata l’infanzia, che conoscono solo guerra e distruzione? Le punizioni collettive non sono un esercizio di difesa, ma un crimine contro l’umanità.  Questo discorso non riguarda solo Gaza. Proprio oggi (venerdì 20 dicembre,ndr) ila procuratrice della Corte penale internazionale Fatou Bensouda ha annunciato di voler aprire un'indagine completa su possibili crimini di guerra nei territori palestinesi. Cito testualmente: ‘Sono convinto che ci sia una base ragionevole per avviare un'indagine sulla situazione in Palestina" e "che i crimini di guerra siano stati commessi o stiano per esserlo commessi in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme- Est e nella Striscia di Gaza’. Israele pace è sinonimo di resa, e noi non rinunceremo mai a batterci per il nostro diritto all’autodeterminazione. E sappiamo di poter contare sul sostegno dei tanti che continuano a solidarizzare con il popolo palestinese.  Il 2019 è stato anche l’anno nel quale è cresciuto il numero dei Paesi che hanno riconosciuto unilateralmente lo Stato di Palestina: la grande maggioranza di quelli che fanno parte del più importante consesso internazionale, le Nazioni Unite. E’ stato l’anno nel quale l’Autorità nazionale palestinese è entrata a far parte di importanti organismi internazionali, nei quali abbiamo fatto valere le ragioni del nostro popoli, il diritto a vivere in uno Stato indipendente, entro i confini del ’67, con Gerusalemme Est come capitale...”.

Il 2019, quanto alla Palestina, andrà ricordato anche come l’anno del trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme...

”Una scelta gravissima, in contrasto con i deliberati delle Nazioni Unite, una sfida lanciata non solo ai palestinesi ma all’intero mondo musulmano per il quale Al-Quds (Gerusalemme in arabo, ndr) con la Spianata delle moschee è il terzo luogo santo dopo Mecca e Medina. Gerusalemme è patrimonio dell’umanità, e nessuno può rivendicarne il possesso assoluto. Gerusalemme può essere come Roma, capitale di due Stati, con i luoghi santi alle tre grandi religioni monoteiste sotto egida internazionale. Lo status di Gerusalemme è uno dei punti fondamentali di un accordo di pace. Mi creda, nessun leader palestinese, neanche quello più disponibile al compromesso, potrebbe mai avallare una pace senza Gerusalemme. Mi lasci aggiungere che la campagna orchestrata dagli Stati Uniti e da Israele per spingere altri Paesi a trasferire la propria sede diplomatica a Gerusalemme si è rivelata un totale fallimento: i Paesi che hanno seguito quella strada non superano le dita di una mano. Ciò conforta la nostra iniziativa diplomatica che sarà ancor più pressante nel 2020”.

Il 2019 doveva anche essere l’anno di avvio del “Piano del secolo”, quello elaborato dall’amministrazione Trump per portare a soluzione il conflitto israelo-palestinese, entrando così nella Storia. Cosa ne è stato di quel “Piano”?

”Praticamente niente. Non è entrato nella Storia ed è anche uscito dalla cronaca...E non poteva essere altrimenti, visto che si fondava su un principio che cancellava decenni di trattative, di prese di posizione internazionali: mi riferisco al principio ‘pace in cambio dei Territori’. Trump e gli ideatori di quel ‘Piano’ hanno pensato di poterlo sostituire con il principio ‘soldi in cambio della resa’, della rinuncia ai nostri diritti. Ma la causa palestinese non è in vendita. Non ha prezzo. E’ vero, la nostra economia è in grande difficoltà, ma la ragione fondamentale è l’occupazione israeliana. Come si può sviluppare l’agricoltura quando le nostre terre vengono requisite dagli israeliani, quando i coloni distruggono i nostri alberi, quando ci negano le risorse idriche! Ci tenete alle nostre condizioni di vita? Bene, lascateci liberi di realizzare i nostri progetti in uno Stato indipendente”.

D)Lei insiste nell’indicare la soluzione fondata sul principio “due popoli, due Stati” come l’unica praticabile. Perché?
R)”Perché è l’unica che può ripristinare la  legalità internazionale in Palestina. Un principio contemplato nelle risoluzioni Onu che Israele non ha mai rispettato, un principio che guida anche la mai realizzata Road Map del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Ue e Onu, ndr). Noi non ci siamo mai discostati da questo tracciato. È Israele ad aver lavorato sul campo per rendere impossibile questa soluzione.”

A cosa si riferisce, signor ministro?
Alla colonizzazione dei Territori. Una politica unilaterale imposta con la forza, spacciata come una necessità per la sicurezza d’Israele. Ma con l’espropriazione delle terre palestinesi in Cisgiordania, con la pulizia etnica perpetrata a Gerusalemme Est, la sicurezza non c’entra niente. C’entra la determinazione dei governanti israeliani a praticare la politica dei fatti compiuti. Qui sta la responsabilità della Comunità internazionale: continuare a parlare di una soluzione a due Stati e poi non aver fatto nulla per impedire che Israele minasse questa soluzione. Tuttavia, noi non ci arrendiamo. Sappiamo di essere nel giusto quando rivendichiamo il nostro diritto all’autodeterminazione; un diritto che non nega quello d’Israele alla sicurezza o, addirittura, all’esistenza. Il popolo palestinese non si batte per uno stato in meno, quello d’Israele, ma per uno stato in più, quello di Palestina”.

All’Italia e all’Europa, l’Anp della quale lei è ministro degli esteri, torna a chiedere un atto dalla forte valenza politica: il riconoscimento dello Stato di Palestina. Ritiene che questo possa rappresentare un messaggio di speranza per il rilancio del negoziato?”Più che di un messaggio di speranza, parlerei di un atto di giustizia. Riconoscere lo Stato di Palestina da parte dell’Europa è un investimento sulla pace e sulla stabilità e non un atto ostile verso Israele. Conosco bene le perplessità di alcuni governi europei, tra cui quello italiano, che hanno mostrato sentimenti di amicizia e di cooperazione con il popolo palestinese e la sua dirigenza: siamo d’accordo, ci dicono, alla nascita di uno Stato di Palestina ma essa deve scaturire da un negoziato tra le parti… Intanto, però, quel negoziato è fermo da tempo e i governanti israeliani hanno utilizzato quel tempo per implementare gli insediamenti, per annettersi di fatto parti della West Bank e ora anche Gerusalemme Est. Con la sua politica dei fatti compiuti, Israele sta svuotando di ogni significato concreto l’idea di Stato palestinese. Gli insediamenti sono diventate vere e proprie città, la West Bank è ridotta a tante enclave spezzate l’una dall’altra. A Gerusalemme Est è in atto da tempo una pulizia etnica verso la popolazione palestinese. Il tempo non lavora per la pace. E la decisione assunta dal presidente Trump rende ancora più amara e pericolosa questa verità. Ecco perché sarebbe importante un atto politico da parte dell’Europa: ribaltiamo la tempistica, partendo dal riconoscimento dello Stato di Palestina come viatico per poi discutere al tavolo negoziale i confini, il controllo delle risorse idriche, il diritto al ritorno dei profughi del’48. E lo status di Gerusalemme. Un atto di questo genere rafforzerebbe il dialogo e sarebbe molto più di un atto riequilibratore”.

Nelle scorse settimane si è tornato a combattere a Gaza. Le lancette del tempo in quest’area del mondo tornano sempre all’indietro?”No, l’orologio della storia non può essere riportato indietro. Oggi, il Medio Oriente vive una situazione drammatica, in Siria, nello Yemen, in Palestina, e, per altri versi, in Iraq e in Libano. A una crisi globale occorre una risposta globale, che parta dall’iniziativa per una pace globale approvata nel vertice di Beirut del 2002 della Lega Araba e riapprovata in quello di Riyadh del 2007. E Gerusalemme, per quel che significa per tutto il mondo arabo, quello sunnita come quello sciita, può essere il banco di prova per avviare un processo che porterebbe non solo alla pace tra Israeliani e Palestinesi ma tra Israele e i paesi arabi. L’alternativa non sarebbe lo status quo, ma una nuova guerra dagli esiti catastrofici. Per tutti.”

Una parte, sia pur minoritaria, in Israele sostiene che la prospettiva su cui agire è quella di uno Stato binazionale. Come valuta questa idea?

”Velleitaria, impraticabile e al di là delle buone intenzioni di alcuni dei suoi ispiratori, un impedimento a battersi per la soluzione a due Stati. Uno Stato binazionale dovrebbe essere fondato su pari diritti di tutti i suoi cittadini, indipendentemente dall’appartenenza etnica o religiosa. Ma Israele rivendica il suo essere Stato ebraico, e attorno a questo assunto ha fondato la sua identità nazionale e il senso stesso di appartenenza. Uno Stato binazionale democratico dovrebbe fondarsi sul principio, proprio di ogni sistema democratico degno di tal nome, “una testa, un voto”. Ma lei vede Israele accettare Abu Mazen, un arabo come suo presidente o primo ministro?”.









GLOBALIST.IT
Il ministro degli Esteri della Anp denuncia l’apartheid nei Territori occupati palestinesi, la colonizzazione della Cisgiordania e la pulizia etnica a Gerusalemme Est

Commenti

Post popolari in questo blog

Hilo Glazer : Nelle Prealpi italiane, gli israeliani stanno creando una comunità di espatriati. Iniziative simili non sono così rare

The New York Times i volti, i nomi, i sogni dei 69 bambini uccisi nel conflitto tra Israele e Hamas

Limes :I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA (cartina)

Amira Hass : The fate of a Palestinian investor who called for Abbas' resignation