Emilio Mola C'è un presepe fatto di carne in Libia.
Emilio Mola da FB
La cometa è una bomba che sibila sulle teste.
La capanna è un centro. Che si chiama "di detenzione". Adulti e bambini sono rinchiusi, non perché ladri o assassini, ma perché potrebbero partire. Cercare una vita. E darci fastidio, oltre il mare.
C'è una Madonna oggi un Libia.
Che non sa dove andare. Che non può più tornare e non sa come partire. C'è il suo bambino nato in quella mangiatoia di muri e sbarre, circondato da pastorelli con il vuoto negli occhi, tenuti da anni in quelle prigioni, senza telefoni e documenti, senza aiuti e speranza.
Che non sa dove andare. Che non può più tornare e non sa come partire. C'è il suo bambino nato in quella mangiatoia di muri e sbarre, circondato da pastorelli con il vuoto negli occhi, tenuti da anni in quelle prigioni, senza telefoni e documenti, senza aiuti e speranza.
Tutti in gabbia, dati per morti dalle famiglie e picchiati a ogni protesta. Che non hanno fatto niente e pagano per tutti.
C'è la gioia, al di là del mare, dei pasei ricchi, coi presepi nelle case. Madonne, bimbi e pastorelli di plastica, da pregare e celebrare.
Mentre madonne, bimbi e pastorelli di carne restano lì, in quelle prigioni, da noi crocefissi ancora una volta. Milioni di Ponzio Pilato, con le mani ancora bagnate, e i chiodi e le croci nelle mani dei libici. Che facciano loro il lavoro sporco. Possibilmente lontano da noi.
Che festeggiamo il presepe.
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