Giordania: due cittadine detenute da Israele, Amman richiama in patria l’ambasciatore

Giordania: due cittadine detenute da Israele, Amman richiama in patria l’ambasciatore


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         donne palestinesi e arabe

Amman ha richiamato in patria il proprio ambasciatore a Tel Aviv, Ghassan Al-Majali, per consultazioni, a seguito della detenzione, al momento ingiustificata, di due cittadini giordani.
Si tratta di Hiba al-Labadi e Abdulrahman Miri, detenuti da mesi in Israele in modo “illegale” e “disumano”, senza accuse formali. Secondo quanto dichiarato in un comunicato del Ministero degli Esteri giordano, le loro condizioni di salute risultano essere precarie. Il ministro degli Esteri del Regno hashemita, Ayman Safadi, ha affermato che il rimpatrio dell’ambasciatore è un primo passo e che la Giordania ritiene Israele pienamente responsabile della vita dei cittadini giordani. Pertanto, Amman continuerà ad adottare misure legali, diplomatiche e politiche per garantire il ritorno dei due detenuti.
Safadi ha ribadito che la detenzione amministrativa è illegale. Tuttavia, tale pratica, sebbene duramente condannata dalle organizzazioni per i diritti umani, deriva dalla legislazione in vigore nel periodo della colonizzazione britannica, e con cui è possibile arrestare un individuo anche senza accuse formali o processi.
Hiba al-Labadi, donna di 32 anni di origine palestinese, è stata arrestata dalle autorità israeliane lo scorso 20 agosto, senza accuse formali. In particolare, è stata fermata al valico di frontiera di Allenby, mentre attraversava il ponte di Re Hussain, che collega la Giordania con la Cisgiordania.  A detta di alcune fonti, la donna era diretta verso Nablus per partecipare al matrimonio di un parente. Abdulrahman Miri è stato bloccato nello stesso punto, il 2 settembre scorso.
Secondo quanto affermato da media locali, Hiba è in sciopero della fame nel carcere di Haifa da 36 giorni. Le sue condizioni di salute sono peggiorate ed è stata ricoverata più volte in ospedale. Lo Shin Bet, l’agenzia di intelligence per gli affari interni di Israele, aveva precedentemente riferito che la donna era stata arrestata per sospettato coinvolgimento in gravi violazioni della sicurezza, ma non ha riportato ulteriori dettagli. Abdulrahman Miri, invece, soffre di cancro al cervello ed è stato precedentemente sottoposto ad un intervento chirurgico.
Già il 6 ottobre scorso, il Ministero degli Esteri giordano aveva convocato l’incaricato d’affari israeliano ad Amman per consegnargli un memorandum di protesta relativo alla continua detenzione di cittadini giordani.  
In tale quadro, il Ministero degli Esteri giordano ha dichiarato di aver arrestato un cittadino israeliano entrato in Giordania in modo illegale, attraverso i confini della regione settentrionale. A detta del portavoce del Ministero, Sufian al-Qudah, le autorità hanno avviato indagini con l’obiettivo di consegnare l’uomo a chi di competenza e prendere le misure necessarie. Alcuni politici hanno invitato il governo giordano a non rilasciare l’uomo israeliano, a meno che Israele non rilasci i due detenuti giordani.
Il Regno hashemita è connesso alla questione palestinese. La popolazione giordana è costituita da circa il 70% di palestinesi, discendenti di coloro giunti nel Paese durante la dominazione hashemita della Cisgiordania, dal 1948 al 1967, e dei profughi dei numerosi conflitti israelo-palestinesi avvenuti dal secondo dopoguerra a oggi. La Giordania è poi il primo paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, il 26 ottobre 1994, che ha normalizzato le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Nel 2017 vi è stata una crisi diplomatica quando una guardia dell’ambasciata israeliana ad Amman uccise due cittadini giordani. Secondo quanto fu affermato allora, si trattò di legittima difesa e l’ambasciata chiuse per alcuni mesi.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

“Volete sapere di che cosa mi accusano ? Anche io”.

Oren Ziv
27 Ottobre 2019 +972
Hiba al-Labadi è in sciopero della fame da 35 giorni, dopo essere stata imprigionata senza processo da Israele in agosto. Gli attivisti palestinesi e israeliani stanno ora cercando di sensibilizzare il pubblico a riguardo.
La scorsa domenica, attivisti israeliani e palestinesi hanno lanciato una campagna virale per chiedere il rilascio della cittadina giordana che sostiene uno sciopero della fame dal mese scorso, dopo essere stata imprigionata da Israele senza processo in agosto.
Hiba al-Labadi, una cittadina giordano-palestinese di ventiquattro anni, è stata arrestata dalle forze israeliane il 20 agosto al valico di frontiera del ponte Alleby; in compagnia della madre, si stava dirigendo dalla Giordania alla città di Jenin, in Cisgiordania, per un matrimonio.il suo arresto è stato giustificato con un presunto incontro tra al-Labadi ed alcuni affiliati di Hezbollah (partito islamista e gruppo militante libanese sciita,ndtr) nel corso di una precedente permanenza a Beirut, dove la giovane visitava la sorella.
Al-Labadi è in sciopero della fame da 35 giorni.
La scorsa domenica, gli attivisti israeliani hanno lanciato un’ azione di protesta di 30 ore in piazza Habima a Tel Aviv, durante la quale diverse donne si sono ammanettate ad una sedia posta allinterno d’ uno stanzino trasparente, che richiamava la cella in cui al-Labadi è stata interrogata. Molti passanti si sono fermati per fotografare la rappresentazione, alcuni dei quali hanno contattato le autorità per denunciare una anziana donna legata ad una sedia. Due agenti sono accorsi sul posto per fare degli accertamenti.
La detenzione amministrativa è una pratica che Israele sfrutta per incarcerare i palestinesi (e talvolta anche alcuni ebrei) senza accuse né processo- per un periodo indefinito. Gli ordini di detenzione amministrativa vengono rivalutati ogni sei mesi, ma ai detenuti non è comunicato di che cosa li si accusi, nè vengono mostrate loro le prove a sostegno dellincarcerazione. Ne consegue che sia virtualmente impossibile difendersi contro un ordine di detenzione amministrativa.
Parliamo di una giovane donna che è in prigione da agosto senza accuse ufficiali, e nessuno in Israele ne discute, ha dichiarato Sigal Avivi, un’ attivista politica di rilievo nonché uno degli organizzatori delliniziativa. Secondo Avivi, gli attivisti hanno deciso di passare allazione dopo aver letto delle torture subite da al-Labadi e delle severe condizioni nelle quali è detenuta. Avivi ha inoltre aggiunto che larresto di al-Labadi è unopportunità per rinvigorire le proteste contro la pratica della detenzione amministrativa. Non possiamo più tacere, vediamo Israele utilizzare questo strumento continuamente, e ciò in violazione delle norme internazionali.
Nel corso del fine settimana, degli attivisti in Israele hanno lanciato una campagna online che riportava una fotografia di al-Labadi e la didascalia in arabo ed ebraico “Hai sentito parlare di me?, mirata a portare lattenzione sulla detenzione amministrativa. I contenuti della pagina Facebook in lingua ebraica che fornisce informazioni riguardo alla detenzione della ragazza ed alla lotta per ottenerne il rilascio sono stati condivisi centinaia di volte dalla sua apertura.
Lunedì al-Labadi sarà portata davanti alla corte militare di Ofer per unudienza sul suo arresto amministrativo. Gli attivisti pianificano un presidio di protesta all’ esterno del tribunale.
Lo scorso sabato decine di palestinesi hanno manifestato in via Salah a-Din a Gerusalemme Est, chiedendo all’ esercito israeliano il rilascio di al-Labadi. La polizia ha disperso la folla con la forza arrestando due persone, e degli agenti sono stati filmati mentre buttavano a terra i manifestanti e vi si sedevano sopra nel corso dellarresto. Il fotografo e attivista Faiz Abu Rmeleh è stato spintonato da un agente mentre riprendeva gli scontri.
Attivisti israeliani protestano contro la detenzione amministrativa di Hiba al Labadi dinanzi alla prigione di Ofer il 28 ottobre. (foto: AHMAD GHARABLI / AFP)
Lavvocato Juwad Bolous, che ha fatto visita ad al-Labadi durante la detenzione, ha dichiarato che dal suo arresto la giovane è stata interrogata per sedici giorni consecutivi senza che le fosse permesso di vedere il suo legale. La maggior parte degli interrogatori è durata diverse ore, durante le quali la ragazza rimaneva legata ad una sedia ed ammanettata. Secondo Bolous, al-Labadi è stata insultata ed ha ricevuto degli sputi dagli agenti che la interrogavano, i quali hanno minacciato di arrestarne la madre e la sorella. Sistemi di oppressione e tortura sono stati sfruttati per costringerla a firmare unammissione di colpevolezza. Però, nonostante questi interrogatori crudeli, lei non ha confessato, ha scritto Bolous nel fine settimana.
Al-Labadi respinge le accuse, che non sono state rese pubbliche al di fuori di una dichiarazione dello Shin Bet ( i servizi sicurezza interni israeliani, ndtr), il quale imputava l’ arresto a gravi questioni di sicurezza. La comunicazione dello Shin Bet lascia trasparire che la giovane è detenuta per alcuni post pubblicati sulla propria pagina Facebook in cui esprimeva sostegno per Hezbollah e per degli attacchi violenti in Cisgiordania.
Secondo i resoconti di giornalisti palestinesi, al-Labadi è stata trasferita dalla prigione di Jalma ad un ospedale di Haifa per ricevere delle cure, ma presto è stata rimessa in custodia.
Questo articolo è apparso originariamente su Local Call, in ebraico.
(Traduzione dallinglese a cura di Jacopo Liuni)

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