“Respinto da Israele perché mi chiamo Khalid”, l’odissea di un 18enne italiano in vacanza a Tel Aviv


in foto: Khalid ha chiesto che il suo volto fosse oscurato perché la sua comunità religiosa non è a conoscenza della sua brutta avventura in Israele
Il viaggio in Israele di Khalid, uno studente italiano di 18 anni, si è trasformato in una specie di incubo. Trattenuto per ore nell'aeroporto di Tel Aviv, è stato interrogato, schedato e infine inviato per oltre un giorno in un centro di detenzione, prima di essere messo in un aereo per Belgrado. Durante tutto questo tempo, le autorità israeliane non gli hanno mai formalizzato alcuna accusa né si sono degnate di dargli una spiegazione. “Mi sono sentito umiliato e discriminato – racconta a Fanpage.it – solo perché ho un nome arabo”.

Khalid vive con i genitori a Padova. Frequenta l’istituto alberghiero e svolge attività di volontariato. Un ragazzo senza troppi grilli per la testa.  All'inizio di quest'anno, però, va un po' in crisi con gli studi. Vorrebbe lasciare la scuola per andare a lavorare, magari all'estero. A febbraio, dopo essersi iscritto in una piattaforma che offre lavoro volontario in cambio di vitto e alloggio, decide di visitare Israele. Perché proprio Israele? “Ho visto su internet il mare di Tel Aviv – risponde – e me ne sono innamorato”. Ha in programma di passare un po' di giorni di vacanza per poi recarsi ad Haifa, un'altra città israeliana sul Mediterraneo, dove lavorerà come cuoco nell'ostello Al Yakhour in cambio del soggiorno. In totale dovrebbe rimanere in Israele meno di un mese.

“Sono partito il 22 febbraio da Venezia – inizia a raccontare – dopo uno scalo a Belgrado, sono arrivato a Tel Aviv alle tre e mezza di mattina”. Ai controlli di sicurezza c’è il primo inconveniente. “Appena hanno visto il mio passaporto mi hanno guardato in modo strano. Mi hanno chiesto se fossi veramente italiano e se i miei genitori avessero origini arabe. Quando ho risposto di sì, mi hanno detto che avrebbero dovuto fare ulteriori controlli”. Solo e senza più il passaporto, trattenuto dalle autorità israeliane, il 18enne comincia a preoccuparsi. “Dopo tre ore – prosegue – mi hanno fatto entrare in una stanza e hanno cominciato ad interrogarmi. Alla fine mi hanno fatto firmare un foglio scritto in lingua ebraica e mi hanno detto di aspettare”. Passano altre quattro ore, ormai è già giorno e Khalid è ancora dentro una saletta dell'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Il ragazzo ha fame ma in tutto questo tempo gli viene data solo dell’acqua. “Non riuscivo a capire perché mi stessero trattenendo – ribadisce – non avevo fatto nulla di male”.

Dopo altre interminabili ore, lo studente italiano viene chiamato per un altro interrogatorio. “Questa volta mi hanno chiesto se volessi andare in Siria oppure cosa pensassi dell’Isis. Non capivo il perché di quelle domande però ho risposto che sono dei terroristi e che la mia unica intenzione era di trascorre un breve soggiorno in Israele”. Khalid fa vedere anche il biglietto di ritorno, nella speranza che lo lascino andare. Tutto inutile. Anzi. Il funzionario che lo interroga, con una scusa, si fa consegnare il telefono e ne approfitta per esaminare tutte le foto e chat. Agli occhi del giovane tutta quella situazione comincia a far paura. “E' stato allora che ho deciso di chiamare il consolato italiano perché mi aiutassero”. “Ho spiegato la mia situazione ad un funzionario – precisa – però mi hanno risposto che potevano fare ben poco per me”. La rappresentanza diplomatica italiana in Israele – chiarisce a Fanpage.it Niccolò Manniello, console all'ambasciata di Tel Aviv – non ha potere sui respingimenti decisi dalle autorità israeliane. Sconsolato, il 18enne capisce di essere totalmente in balia degli eventi.
Dopo quasi nove ore in cui non ho mangiato nulla – prosegue – mi hanno portato in un centro di detenzione a 20 minuti dall'aeroporto senza darmi alcuna spiegazione”. Lo studente ha ancora impresso il viaggio nel cellulare della polizia con le griglie di metallo ai finestrini. “In quel momento mi è caduto il mondo addosso”. Khalid rimarrà più di 24 ore in una cella assieme ad altri 12 detenuti. “Il giorno dopo mi hanno fatto una visita medica e poi mi hanno portato di nuovo allo scalo di Tel Aviv per essere rimpatriato in Italia”. Altri infiniti controlli e finalmente l’imbarco in aereo. Le sorprese, però, non sono finite: nonostante il personale israeliano gli assicuri che il volo è per Venezia, lo studente padovano finisce a Belgrado, per di più senza il suo bagaglio. Arrivato nella capitale serba, trova ad aspettarlo la polizia. “Nemmeno fossi stato un pericoloso criminale”.

Il prossimo volo per l’Italia parte solo l’indomani e Khalid passa la notte dormendo su una sedia all'aeroporto di Belgrado. “Quando ho chiamato i miei genitori erano preoccupati perché non mi sentivano da tre giorni. Sono stati loro a pagarmi il biglietto per tornare a Venezia”. Di nuovo a casa, Khalid telefona e scrive al consolato italiano in Israele per denunciare, ancora una volta, il trattamento ricevuto e per avere informazioni del suo bagaglio. “Dopo quattro mesi ho saputo che le mie cose sono state inviate a Belgrado dove si trovano tuttora”. “Sono amareggiato – conclude – perché Israele mi ha trattato come un criminale senza che avessi fatto nulla di male





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Khalid, un ragazzo italiano di 18 anni, lo scorso febbraio è partito per Israele

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