Rosh haShanà, fare l’umano di Haim Fabrizio Cipriani
Il passo biblico sulla decisione di creare l’essere umano ha ispirato le più diverse interpretazioni. Ritorniamoci sopra ora, mentre imminente è l’entrata del nuovo anno 5779.
La festa ebraica di Rosh haShanà è forse quella in cui la dimensione universale è più pronunciata. Essa celebra infatti l’anniversario della creazione della specie umana. Come è noto, nel racconto biblico il progetto della creazione è espresso in questo modo: “Facciamo l’umano …” [Gn. 1:26]
Si tratta di un passo complesso e controverso, perché la Trascendenza vi annuncia la creazione della specie umana parlando, apparentemente, al plurale. Un midrash rabbinico [Bereshit Rabbà 8:5] suggerisce poeticamente che il plurale si riferisca alle schiere degli emissari divini i quali, all’annuncio dell’imminente creazione del genere umano, si sarebbero divisi in due fazioni. La prima gridava “Sia creato!”, mentre il secondo gruppo dissentiva esclamando: “Non sia creato!”. La Trascendenza avrebbe interrotto l’acceso dibattito annunciando: “Perché continuate a dibattere? Già abbiamo fatto l’umano.”
Il dibattito fra i due gruppi si riferisce al fatto che abbia senso o meno il progetto di creare un’entità con un forte potenziale, ma strutturandola in un modo tale da rendergli di fatto impossibile il realizzarlo. In questa lettura l’essere umano è visto come il prodotto di questa discussione, e non è quindi generato nonostante l’opposizione del “Sia creato!” e del “Non sia creato!”, ma grazie a questo conflitto e attraverso di esso. Come a dire che l’umano è nello stesso tempo degno e indegno di essere creato, e porta indelebilmente in sé i segni di questa sua natura.
La creazione dell’essere umano, avvenuta secondo la tradizione proprio in questa stagione, è alla base delle ricorrenze che aprono l’anno ebraico, Rosh haShanà e Yom Kippur. Questi momenti si svolgono infatti all’insegna della Teshuvà, “ritorno”, perché è come se ogni individuo fosse chiamato a tornare a quel momento di nascita, in cui l’umanità è emersa da questa frizione fra dignità e indegnità del suo stesso essere. Questo ci conduce alla seconda accezione della parola teshuvà, ossia “risposta”. Perché ogni essere umano, con le sue scelte di vita, costituisce una reazione e una risposta viventi a queste due posizioni, “Sia creato!” e “Non sia creato!”. Sarà questa risposta a giustificare o meno la sua esistenza e quindi l’esistenza dell’intera umanità, permettendo quindi la continuazione di un costante processo di creazione dell’umano, creazione che non si situa quindi nel passato, ma in una dimensione a-venire.
Quale sarà la nostra risposta?
Shanà Tovà, ketivà v’chatimà tovà, tizku leshanim rabbot vetovot

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