Alberto Negri - Trump e i cattivi consiglieri





Trump ha fatto fuori John Bolton ma forse non si libererà di Netanyahu che potrebbe rivincere le elezioni israeliane. Il consigliere con i baffi, che sembra l’omino della moka Bialetti, insisteva per fare la guerra all’Iran, l’altro la minaccia ogni giorno e adesso affossa ogni piano di pace in Medio Oriente con la proposta _ ovviamente a fini elettorali _ di annettersi la Cisgiordania.
I piani americani di stabilizzare la regione, e quindi anche noi che viviamo nel Mediterraneo, sembrano sempre più esili. Non è un a buona notizia, visto che gli Usa hanno abbattuto Gheddafi in Libia con francesi e inglesi e dovrebbero dare un contributo, morale oltre che politico, a rimediare i guai che ci hanno fatto.
Gli Stati Uniti nell’ultimo ventennio hanno bombardato un po’ ovunque senza cavare un ragno dal buco: anzi hanno aperto voragini che hanno inghiottito interi stati. Negli anni Novanta si spinsero in Somalia subendo l’umiliazione di vedere abbattuti i loro elicotteri dalle bande somale del generale Aidid. Volevano fare un intervento umanitario per aiutare i somali a uscire dal caos e dalla carestia e hanno regalato il Paese agli integralisti islamici che ora minacciano tutto il Corno d’Africa.
Nel 2001 per vendicarsi degli attentati di New York e Washington orchestrati da Al Qaida gli americani hanno abbattuto il regime dei Talebani con cui poi si sono messi a negoziare per ritirare le truppe. Adesso Trump ha sospeso le trattative ed è assai nervoso: il ritiro dall’Afghanistan è una carta che vorrebbe giocarsi in campagna elettorale. Comunque vadano a finire le cose gli integralisti islamici già controllano il 40 per cento del territorio afghano e sono un interlocutore ineludibile. Anche qui gli Usa hanno fallito.
Hanno fallito pure in Iraq, invaso nel 2003 per far fuori Saddam Hussein raccontando la bufala delle armi di distruzione di massa in mano al regime baathista. Sappiamo come è andata a finire. Gli americani con Obama si sono ritirati e l’Iraq è sprofondato ancora più giù. L’anarchia irachena ha generato l’Isis contro cui gli stessi Stati Uniti sono dovuti intervenire sia pure di malavoglia: i jihadisti, arrivati in Siria da ogni parte, foraggiati dalle monarchie del Golfo e inviati dalla Turchia, dovevano servire ad abbattere il regime di Assad, cioè del maggiore alleato dell’Iran. Peccato che i russi abbiano messo i bastoni tra le ruote a questo progetto.
Visto che il piano è fallito, con un corollario di centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi e attentati terroristici fino nel cuore dell’Europa, hanno puntato direttamente contro l’Iran. Prima Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare del 2015, voluto da Obama, e poi ha cominciato le provocazioni nel Golfo sperando forse che gli iraniani perdessero la testa e si esponessero a un attacco, il tutto con la complicità dei sauditi e l’appoggio spinto di Israele che in Medio Oriente bombarda senza sosta le milizie sciite, un giorno in Siria, un altro in Iraq e un altro ancora in Libano. Senza ovviamente trascurare lo strangolamento dei palestinesi di Gaza.
C’è una razionalità in tutto questo? Forse sì. Trump non sopportava Bolton, si dice, innanzitutto per via dei baffi. Il presidente Usa diffida di barbuti e baffuti. Steve Bannon ha raccontato a Michael Wolff, autore di Fire and Fury, il best seller sulla Casa Bianca, che il presidente “pensa che uno così non sia nella parte che gli è affidata”. Trump aveva ragione a diffidare.
Così come nel suo reality The Apprentice, ha fatto fuori il terzo consigliere della Sicurezza nazionale in poco più di due anni che non condivideva le scelte del presidente di negoziare con i Talebani afghani, con la Corea del Nord e, peggio ancora, con l'Iran. Trump di lui si era stufato: Bolton gli aveva promesso di eliminare il venezuelano Maduro e si è trovato di fronte a un colpo di stato fallito davanti a una pompa di benzina guidato da un tale Guaidò che nessuno qui osa neppure più nominare. Troppo anche per Trump. Ma anche per noi: vero?

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