Umberto De Giovannangeli Non sottovalutare l'Isis
Non sottovalutare l'Isis
Do you remember Isis? Sembrava l’incubo del Terzo
Millennio, con la sua ambizione di realizzare lo Stato della Jihad in
Siria e Iraq, tanto per cominciare, e con la determinazione a
soppiantare, a colpi di attacchi spettacolari e sanguinare, al Qaeda
nella guida del Jihad globale. Da un po’ di tempo sul Daesh (lo Stato
islamico in arabo) e sul suo califfo Abu Bakr al-Baghadi, dato per morto
più volte ma senza alcuna certezza, sembra essere calato il sipario.
Come se fosse solo il tragico ricordo di un passato stragista ormai
archiviato.
Niente di più sbagliato. E a
confermarlo è l’Onu. “L’attuale diminuzione” degli attacchi terroristici
nel mondo “potrebbe non durare a lungo, forse neanche fino alla fine
dell’anno”. E’ l’allarme lanciato in un rapporto degli esperti di
terrorismo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, secondo cui
potrebbero esserci nuovi attacchi “ispirati dall’Isis, possibilmente in
luoghi inattesi”.
In questo contesto, la minaccia
all’Europa “resta alta”. Nel rapporto gli esperti del Palazzo di Vetro
dipingono uno scenario alquanto preoccupante dei movimenti islamisti a
livello globale, che continuano a rappresentare una minaccia
significativa, e sottolineano in particolare che circa 30mila
combattenti che si erano uniti al “califfato” sono ancora vivi.
“Le
loro prospettive future preoccupano a livello internazionale nel breve
periodo. Alcuni - si legge nel documento datato 15 luglio e che si base
sulle informazioni fornite dalle agenzie di intelligence dei diversi
Paesi membri dell’Onu - potrebbero unirsi ad al-Qaeda o potrebbero
emergere altri brand internazionali. Alcuni potrebbero diventare leader o
dedicarsi alla radicalizzazione”.
Nel rapporto si
sottolinea ancora come ci sia accordo sul fatto che, sebbene il
califfato dello Stato islamico non esista più a livello geografico, non
siano venuti meno i fattori che hanno portato alla sua nascita, cosa che
rende la minaccia sua o di al-Qaeda ancora attuale. Anche per questo,
nonostante dal 2015/2016 ci siano stati meno attacchi sanguinosi, la
minaccia in Europa “resta alta”. Un grande elemento di preoccupazione è
la radicalizzazione in prigione di “detenuti vittime di emarginazione,
frustrazione, povertà, bassa autostima e violenza”, oltre all’imminente
rilascio della prima ondata di foreign fighters arrestati dopo il loro
rientro dal califfato.
Secondo il rapporto, “i
programmi di deradicalizzazione non si sono dimostrati pienamente
efficaci... I combattenti più duri condannati a pene più lunghe non sono
ancora vicini al rilascio, restano ancora pericolosi e continuano a
porre una minaccia sia all’interno che all’esterno del sistema penale”.
Secondo i Paesi europei, circa 6mila dei loro cittadini sono andati in
Siria e Iraq per combattere al fianco dell’Isis o di altri gruppi
terroristici. Circa un terzo sono stati uccisi, mentre un altro terzo si
trova nella regione o si è spostato, in duemila circa sono tornati in
Europa.
Il rapporto rivela poi che lo Stato
islamico ha ancora accesso a fondi che vanno dai 50 ai 300 milioni di
dollari, quello che resta delle entrate del califfato degli anni scorsi,
mentre continua a usare la propaganda per mantenere alta la sua
reputazione come principale brand terroristico del mondo, il cosiddetto
‘califfato virtuale’. “Quando avrà il tempo e lo spazio per reinvestire
in capacità operative esterne - avverte il rapporto - l’Isis ordinerà e
faciliterà attacchi internazionali, in aggiunta a quelli ispirati
dall’Isis, che continueranno ad avvenire in molti luoghi nel mondo.
L’attuale diminuzione di questi attacchi, comunque, potrebbe non durare a
lungo, forse neanche fino alla fine del 2019”.
Il
documento, infine, precedente alla notizia diffusa da fonti americane
tre giorni fa della morte di Hamza bin Laden, indicato come potenziale
leader di al Qaeda, sottolinea che il gruppo fondato da Osama resta
“resiliente”, ma poi sottolinea le cattive condizioni di salute
dell’attuale capo Ayman al-Zawahiri. Lupi solitari più foreign fighters
di ritorno. Una miscela esplosiva per l’Isis 2.0. La storia sembra
ripetersi, ieri per al Qaeda, oggi per Daesh.
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