Ugo Tramballi MOSCA E HONG KONG: RESISTENZE DEMCRATICHE

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MOSCA E HONG KONG: RESISTENZE DEMCRATICHE


Pubblico il commento uscito domenica sul Sole 24 Ore
di Ugo Tramballi 
Niente doveva fermare la grande modernizzazione avviata pochi anni prima da Deng Xiaoping. Chiedersi quante vite sarebbero costate fermare le manifestazioni di piazza Tienanmen, nel 1989, quarantesimo della Repubblica Popolare, non era un’opzione. Ora, nel settantesimo anniversario, i giovani di Hong Kong conoscono il precedente e sanno quanto Pechino sia ancor più determinata a eliminare qualsiasi ostacolo alle sue ambizioni di grande potenza indiscussa, economica e geopolitica. Ma quei ragazzi non mollano.
I manifestanti di Mosca e di altre città russe sanno cosa sia per Vladimir Putin il sistema liberal-democratico: “obsoleto” – come ha detto al Financial Times - in un secolo nel quale il nazionalismo sarà certamente il naturale modello del futuro. Qualsiasi cosa dicano o facciano, che la manifestazione sia autorizzata o fuorilegge, a migliaia saranno aggrediti dalla polizia e finiranno in galera. Dio, Patria e Famiglia, il modello putiniano caro agli autocrati europei del passato e del presente (compresi gli aspiranti populisti d’Occidente), non tollera forme di dissenso. Ma loro continuano.
I manifestanti di Hong Kong e di Mosca hanno molte cose in comune. L’ideale di libertà, per esempio. Ma soprattutto il coraggio: più che sulla prima linea della democrazia, sono già in territorio avversario. Le loro proteste avvengono dentro le due potenze mondiali, illiberali per definizione. L’autonomia nominale di Hong Kong è un riparo illusorio: i poliziotti che aggrediscono i manifestanti sono già quelli della Cina continentale. E l’Esercito popolare è pronto a entrare definitivamente con uomini e mezzi nella ex colonia britannica, ignorando i 50 anni di transizione, concordati con l’Handover del 1997.
Una cosa è manifestare a Trafalgar Square, un’altra nelle fauci della tigre o dell’orso. La missione sembra impossibile, destinata alla sconfitta e forse alla tragedia. Eppure, perché non credere che possa accadere il contrario o, quanto meno, pensare che i semi di libertà lasciati fra lacrimogeni e manganellate possano produrre qualche cosa? Il generale de profundis alla libealdemocrazia e l’esaltazione dei sovranismi potrebbero essere avventati. Se fra poco più di un anno gli Stati Uniti non rieleggeranno Donald Trump; se una Brexit costruita sulle bugie e su falsi numeri, sarà un disastro economico al punto da spingere i britannici a ripensarci; se l’Unione Europea sarà capace di correggere i difetti meno gravi ma più propagandati dei suoi pregi. Se tutto questo accadrà, perché non pensare che il terzo decennio di questo strano secolo possa essere quello della riscossa democratica?
La democrazia ha spesso dato il meglio di se quando manca. Nella sua abusata definizione, Winston Churchill non intendeva dire che il sistema democratico in fondo era meglio, ma faceva schifo come gli altri. Piuttosto, che nell’imperfezione di ogni costruzione socio-politica umana, quella democratica era la più vicina alla perfezione. I cinesi di Hong Kong non l’avevano mai conosciuta. La Common law imposta nella colonia dagli inglesi, garantiva le libertà economiche, non politiche della popolazione locale. Fu Chris Patten, l’ultimo governatore a creare prima dell’Handover alcuni importanti elementi di democrazia. Una generazione più tardi i giovani di Hong Kong ne stanno difendendo i frutti, rischiando la vita.
In Russia la democrazia è qualcosa di ancor più estraneo: mezzo millennio di autocrazia zarista, Lenin, Stalin e ora Putin. Il breve periodo di libertà garantita da Boris Eltsin è stato un disastroso esperimento che ha arricchito pochi e impoverito l’intero paese, umiliandolo. Eppure continuano a esserci russi che la rivendicano; convinti che il futuro offerto dalla democrazia sarà meglio di quello nazionalista e militarista imposto da Vladimir Putin.



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