Moni Ovadia Salvini. Il vecchio trucco dell’ultimo demagogo
Salvini. Il vecchio trucco dell’ultimo demagogo
IL leggendario numero di Totò che detta
la lettera a Peppino, clou comico dell’indimenticabile pellicola “Totò
Peppino e la malafemmina” è noto alla stragrande maggioranza degli
italiani. Non molti in Italia sanno però che il cinema aveva già usato
quel numero prima dei due grandi comici italiani. Lo aveva fatto Groucho
Marx il quale dettando a uno dei fratelli una lettera d’affari apriva
così: «Signori, punto di domanda!». Una sera trovandomi a cena con Mario
Monicelli gli riferii questo fatto e lui, che ne sapeva molto ma molto
più di me, mi disse: «Ma Moni caro, quello della lettera strampalata è
un vecchio numero della commedia dell’arte. Quando il pubblico dava
segni di distrazione, noia o indifferenza, uno dei comici sibilava al
collega: “la lettera!” e l’effetto era garantito».
Ho rammemorato questo episodio pensando
al travolgente successo del Matteo nazionale presso un pubblico di bocca
buona come sono moltissimi, troppi ahimè, dei nostri concittadini
elettori ai quali, come cittadini, dobbiamo il nostro rispetto, ma dei
quali possiamo deprecare le scelte elettorali. Perché, intendiamoci, la
maggioranza degli elettori (non del Popolo!) conquista il diritto a
scegliere il governo, non il diritto a essere nel giusto.
Ma cosa hanno in comune i comici con il
ministro degli interni, abile demagogo? Fanno un mestiere che ha in
comune un tratto saliente: devono guadagnarsi il consenso di una platea.
Ah! Qualcuno non si era accorto che Salvini fa un mestiere? Peccato!
Molti non si sono accorti che Salvini campa con dovizia la famiglia con
poca fatica e molta soddisfazione? Ci vuole, per usare un eufemismo, una
notevole dose di ingenuità per non capirlo. Chiacchiere, discorsi
pubblici con folle plaudenti, selfie, tweet e impunite cattiverie
sadiche contro poveracci indifesi. Eccellente stipendio. Un giovane
uomo, nel pieno della sua vigoria, padre premuroso, fidanzata
incantevole e braccia tolte all’agricoltura. Se non fosse per la smorfia
al labbro inferiore che rivela il suo disprezzo permanente per coloro
che non cascano nella trappoletta delle sue modestissime performance
sarebbe un esponente del lumbard qualunque col quale battibeccare in un
bar dello sport.
È tuttavia giusto riconoscere che, come i
comici di lungo corso, sa servirsi di un attrezzo del mestiere
collaudato di generazione in generazione: il vecchio numero che esalta
le sue platee molto ma molto disponibili. Quando avverte per istinto il
rischio di perdere consenso ecco che fa ricorso all’istintiva diffidenza
e paura plebea verso “l’altro”, che sia il Rom o che sia il migrante,
gli ultimi della terra, abbandonati e indifesi. Il trucco riesce quasi
sempre. Si storna l’attenzione verso un obiettivo d’elezione spostando
il pensiero nelle viscere. Ma come si fa a essere così boccaloni da non
vedere il percorso “politico” di questo demagogo da “cinepanettone”.
Centri sociali, delirio padano, secessionismo, retorica patriottarda,
militarismo, putinismo, trumpismo, retorica postribolare contro il sud,
sventolio di tricolori, di nuovo secessionismo travestito da autonomia,
per ricchi ovviamente. Eccolo il perfetto italiano dello stereotipo:
Francia o Spagna purché se magna! E lo votano in Sicilia, in Campagna!
Lo votano coloro che lui ha ripetutamente vilipeso e sfregiato.
Perché tanta parte dei nostri
concittadini si lascia condizionare da vaniloqui perversi? Questo accade
perché l’Italia non è mai stata una nazione e non lo è tuttora come mirabilmente ha scritto su queste pagine Marco Revelli:
«un popolo che non è popolo ma un coacervo di individui rancorosi e
competitivi, che tuttavia ha prodotto uno dei peggiori populismi in
circolazione oggi. E al fondo, paradosso baricentrico che spiega tutti
gli altri, un Paese fallito che non fallisce». Una gran parte dei nostri
concittadini non accetta né responsabilità né corresponsabilità, Matteo
lo sa bene e urla: «Ghe pensi mì!». E i suoi fan si crogiolano
nell’illusione che nelle sue parole si dissolva la complessità del
reale. Lui proclama: «L’Italia agli italiani!» e fa credere che questa
pensata sia sua e originale. Ma tutti i leader sovranisti lo dicono ai
loro cittadini. Allora ritorniamo alle rigidità dei confini patriottici
che ci hanno regalato due guerre mondiali? Ma no, Salvini non è stupido,
lo dice solo per farsi votare dai fessi che gli credono e gli
garantiscono il posto fisso. Sì fisso, perché anche qualora il suo
consenso calasse, una percentuale di devoti continuerebbe a garantirgli
un posto in Parlamento: poca fatica, ottima paga.
Ma la dabbenaggine di certi elettori
raggiunge apici commoventi. Piace loro lo slogan: «Aiutiamoli a casa
loro!!!». Se davvero li aiutassimo a casa loro e proclamassimo:
«L’Africa agli africani!», dovremmo cacciare tutte le multinazionali che
li depredano continuando la nefasta pratica e la criminale logica del
colonialismo, il più vasto, mortifero e perdurante crimine della storia.
Dovremmo cessare di tenere mano ai dittatori che li opprimono e li
strangolano. E allora col cavolo che avremmo tutti quei privilegi che
riteniamo diritti, ottenuti al prezzo del loro sangue. Il vicepresidente
del consiglio le sa bene queste cose ma conta sull’obnubilamento per
paura e per insicurezza dei suoi elettori, i quali sono convinti che il
problema dell’Italia siano migranti e Rom e non le politiche dei veri
padroni del pianeta, ovvero banche, potentati economici, mafie e
speculatori.
Dette queste cose mi corre l’obbligo di spezzare una lancia a favore del nostro gagliardo capo della Lega.
Con l’opposizione che si ritrova avrà
consenso se non altro per merito dei termini di paragone. Per dovere di
indulgenza, dei 5Stelle dirò che sono caduti nel trappolone che ha
favorito la Lega e di cui è stato furbesco allestitore l’altro Matteo
detto familiarmente “il potta”. Come dire complicità fra pallonari. Il
trabocchetto è riuscito. Il PD si è rivelato un caso pietoso, totalmente
incapace di esprimere un orizzonte politico e privo di una visione per
il Paese, blatera fruste litanie fatte di una retorica da ospizio. La
sinistra radicale totalmente incapace di capire e di capirsi cerca di
sopravvivere a se stessa con una logica da circolo combattenti e reduci.
I possibili alleati di Salvini, Forza Italia attaccata al polmone
d’acciaio spera di avere una raison d’être augurandosi il
pensionamento forzato del Caimano che invece, pur di continuare a
blaterare, si farebbe imbalsamare con una telecamera e un microfono.
Quanto alla Meloni ci farà sommessamente notare che il fascismo non era
così male. Dovremo allora tenerci il
secessionist-nazionalist-autonomist-xenofob-razzist-lefevrcattolic-cazzaroverde
per tanto tempo? Sì, a meno di una profonda rivoluzione culturale già
pronta ma tenuta in naftalina da una classe dirigente antropologicamente
mediocre e pertanto arrogante: l’applicazione rigorosa, consequenziale e
radicale della Costituzione repubblicana.
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