Riccardo Alcaro Gli Usa sono i principali responsabili delle tensioni nel Golfo
Gli Usa sono i principali responsabili delle tensioni nel Golfo
Nello spazio di pochi giorni due eventi hanno scosso la stabilità del Medio Oriente. Il primo evento è il sabotaggio di due navi cargo
che transitavano nello Stretto di Hormuz, dove circola circa un terzo
del petrolio trasportato via mare nel mondo. Gli Stati Uniti hanno
individuato nell’Iran il colpevole.
Il
secondo evento è la decisione delle autorità iraniane di eccedere
alcuni limiti imposti loro dall’accordo nucleare del 2015, noto con
l’acronimo inglese Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action).
Anche
se l’Iran è al centro dell’innalzamento delle tensioni nell’area del
Golfo, non ne è tuttavia il principale responsabile. Questo dubbio
merito va ascritto agli Stati Uniti.
Indubbiamente,
il contesto strutturale delle tensioni nel Golfo è il quarantennale
antagonismo tra Iran e gli Usa. Ma la causa più prossima è la decisione,
nel maggio 2018, del presidente Usa Donald Trump di abbandonare l’accordo nucleare
e riadottare le sanzioni contro l’Iran, comprese quelle che colpiscono
banche e compagnie straniere che fanno affari nella Repubblica islamica.
Nelle intenzioni dell’amministrazione Trump, questa politica di “massima pressione” ha lo scopo di forzare l’Iran a capitolare.
L’Iran
dovrebbe non soltanto accettare limiti alle sue attività nucleari
ancora più stringenti di quelli imposti dal Jcpoa, ma anche dismettere
il programma balistico e cessare di sostenere i suoi alleati nella
regione.
La “massima pressione” ha causato gravissimi danni all’economia iraniana. Gli
Stati Uniti hanno messo aziende e banche di tutto il mondo di fronte a
una scelta: fare affari con l’Iran e rischiare pesantissime multe e
altre restrizioni da parte delle autorità Usa, o non fare affari con
l’Iran.
La quasi totalità
delle aziende straniere ha preferito salvaguardare i propri interessi
negli Usa. E l’ubiquità del dollaro ha scoraggiato la stragrande
maggioranza delle banche a concedere linee di credito alle piccole e
medie imprese esportatrici – soprattutto europee – che, non essendo
esposte verso gli Usa, sono disposte a commerciare con l’Iran.
La
massima pressione americana ha ottenuto l’effetto di far crollare le
esportazioni petrolifere, da cui l’Iran ricava gran parte delle entrate
statali. Oggi la Cina è l’unico Paese al mondo che continua a importare
modeste – e indefinite – quantità di greggio.
Per
un anno l’Iran ha risposto alla massima pressione americana con un
approccio di “pazienza strategica”. Ha continuato a rispettare i suoi
obblighi nucleari per evitare l’isolamento internazionale e spingere gli
altri stati parte del Jcpoa – soprattutto gli europei – a prendere
misure per compensare la perdita degli Stati Uniti.
Gli
europei però non sono stati capaci di rispettare la promessa di
espandere il commercio bilaterale, preservare l’accesso dell’Iran ai
mercati finanziari e mantenerne la capacità di esportare petrolio.
L’unica
misura pratica che gli E3 (Francia, Germania e Regno Unito) hanno
adottato è la creazione di Instex, un meccanismo di facilitazione del
commercio in beni umanitari che dovrebbe aggirare le sanzioni Usa. A
cinque mesi dalla sua creazione, Instex non è ancora operativo.
Non
sorprende che l’Iran abbia rivisto la politica di “pazienza strategica”
e annunciato che avrebbe superato alcuni limiti imposti dal Jcpoa. Si
tratta di misure reversibili, che il governo iraniano intende usare per
premere sugli europei perché mantengano le promesse.
Ma
il messaggio di fondo è chiaro: nessuno può più aspettarsi che l’Iran
continuerà a rispettare unilateralmente un accordo multilaterale.
Gli
attacchi alle navi cargo rientrano nella stessa logica di rispondere a
pressione con pressione. L’Iran nega ogni responsabilità, e non esistono
al momento prove incontrovertibili al riguardo. Ma è del tutto
plausibile che ci sia la sua mano dietro agli attacchi.
In
questo caso il messaggio non è tanto agli europei quanto agli Usa e ai
loro alleati. La stagione della “massima pressione” a costo zero per
loro è finita.
Messo con
le spalle al muro l’Iran può innalzare il livello della tensione nello
Stretto di Hormuz, in Yemen e altri teatri regionali. I potenziali costi
delle contromisure americane salgono di conseguenza.
L’Iran
conta sul fatto che Trump non vuole impegnarsi in un altro conflitto in
Medio Oriente, e che misure di rappresaglia del genere lo portino ad
allentare la morsa.
Trump
ha in effetti usato toni più moderati, in ultimo liquidando gli attacchi
alle navi cargo come “eventi minori”. Ma la sua amministrazione sta
prendendo misure per impedire ad Instex di funzionare, togliendo agli
europei un’altra chance di favorire una distensione.
Gli
americani sperano che l’Iran si piegherà. Per il momento, la massima
pressione ha però prodotto risultati contrari agli obiettivi dichiarati:
i rischi di proliferazione nucleare sono aumentati, non diminuiti, e
l’Iran è più, non meno, aggressivo.
Per
quanto gli Stati Uniti insistano di non volere un conflitto, hanno
innescato un meccanismo perverso, per cui Usa e Iran stanno disseminando
il terreno di mine e aumentando il rischio di escalation incontrollata.
Non è possibile sapere
come l’ennesimo conflitto in Medio Oriente si concluderà. Ma è certo
com’è iniziato: con la decisione di Trump di abbandonare l’accordo
nucleare con l’Iran.
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