Alberto Negri - L’Europa al servizio della bomba-Trump
Guerre
del Golfo. Le minacce militari e quelle commerciali del presidente
Usa vanno di pari passo. Gli europei non vogliono la guerra all’Iran,
ma non fanno nulla per aggirare le sanzioni. Proprio per questo non
possono sperare, alla lunga, di restare spettatori neutrali
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Armatevi
e partite. L’ultima copertina dell’Economist rappresenta un Trump
a forma di bomba, ciuffo compreso, con le scritte «tariffe
doganali», «lista nera tecnologica», «isolamento finanziario»,
«sanzioni». La bomba Trump, un ordigno sanzionatorio a
frammentazione, un giorno colpisce la Cina e Huawei, un altro il
Messico e il Venezuela, un altro ancora l’Iran.
E
mentre incita gli inglesi a non pagare la Brexit ma a chiedere un
risarcimento all’Unione, mobilita navi e aerei nel Golfo.
La
bomba Trump scalpita per colpire, progetta un cambio di regime in
Iran e punta a far fuori gli alleati della repubblica islamica, da
Assad in Siria agli Hezbollah in Libano, agli Houthi in Yemen, i
nemici dei sauditi. E tanto per gradire la Raytheon americana, con
una decisione di emergenza presa dall’amministrazione Trump, si
prepara a consegnare a Riyadh le componenti per assemblare nel regno
le bombe di precisione teleguidate. Non
c’è nessuna metafora nella politica trumpiana: prepara la nuova
stagione del Trono di Spade.
Le
minacce militari e quelle commerciali vanno di pari passo. Non è
vero, come trasmette la vulgata mediatica, che Trump è un gran
negoziatore. Il presidente americano e la sua cerchia, costituita in
buona parte da neoconservatori della vecchia guardia, intende mettere
spalle al muro partner e nemici usando tutti gli strumenti a
disposizione. La Casa bianca vuole concessioni immediate, non tavoli
negoziali.
Il
caso dell’Iran è emblematico. Il segretario di Stato Mike Pompeo
si dice disposto a trattare con Teheran «se diventa un Paese
normale». Sono affermazioni che non significano niente di concreto e
nessuno al posto di Teheran si metterebbe a negoziare con un
avversario che ogni giorno impone agli iraniani qualche sanzione o
lista nera.
Questo
non significa negoziare, questo vuol dire chiedere una resa
incondizionata, tanto più che l’apparato bellico americano si è
mobilitato nel Golfo come non accadeva dal 2003 quando fu decisa
l’invasione dell’Iraq, Paese – dove è bene ricordare – sono
di stanza quasi seimila soldati americani, oltre a quelli nel Qatar,
la Sesta flotta in Bahrain e il contingente in Siria. Gli iracheni
sono ormai stritolati in una morsa, tra gli Stati uniti e l’Iran,
la potenza straniera finora più decisiva, quella che con le milizie
sciite ha fatto da barriera al «califfato» di Al Baghdadi.
Quali
segnali di distensione arrivano da Washington per incoraggiare una
soluzione diplomatica? Nessuno. Anzi. Trump sta puntando sulla sua
«Nato araba», le monarchie del Golfo più Israele, per fare la
quarta guerra nel Golfo.
La
Nato occidentale, nonostante il profluvio di retorica che ha
accompagnato le celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in
Normandia, viene considerata inaffidabile nelle sue componenti
maggiori, Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania, Paesi che in
questo momento non vorrebbero fare la guerra all’Iran, anche se non
fanno nulla per aggirare le sanzioni imposte dagli americani e a fine
giugno – a causa di questo atteggiamento passivo e inconcludente –
costringeranno Teheran a non attuare parti dell’accordo sul
nucleare del 2015.
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