Umberto De Giovannangeli Il "Piano del secolo" per il Medio Oriente costa 86 miliardi, ma Trump non vuole sborsarli. Li chiederà alle petromonarchie
l "Piano del secolo" costerà 86 miliardi, ma Trump non vuole sborsarli. Li chiederà alle petromonarchie
Il Deal of the Century ha un costo: 86 miliardi di
dollari. È lo step iniziale per avviare il “Piano del secolo” messo a
punto dall’Amministrazione Trump per arrivare laddove nessuno dei
predecessori di The Donald alla Casa Bianca – Repubblicani o Democratici
che fossero - hanno miseramente fallito: dare soluzione all’eterno
conflitto israelo-palestinese. La Conferenza convocata in Bahrain il 25 e
26 giugno prossimi, servirà soprattutto a questo: schierare le
petromonarchie del Golfo a favore del Piano, e metterlo all’asta.
Costo
iniziale previsto: 86 miliardi di dollari. Miliardi che Trump non ha
alcuna intenzione di scucire. A farlo, nei suoi propositi e in quelli
dei suoi più ascoltati consiglieri sul Medio Oriente, a cominciare dal
consigliere-genero Jared Kushner - dovrebbe essere il Regno Saud. Il
“Piano del secolo” si discosta dai tanti che lo hanno preceduto perché,
spiega ad Haaretz la
fonte americana, non si limita a riproporre formule vecchie che
avrebbero dovuto risolvere le “questioni fondamentali” del conflitto,
come i confini, la sicurezza, Gerusalemme.
Enunciazioni
di principio che, nella visione dello staff mediorientale di The
Donald, non hanno mai fatto veramente i conti con la realtà, e per
questo sono sistematicamente falliti. Il team di pace di Trump vuole che
il piano affronti tali questioni, ma anche di offrire una vasta gamma
di idee pragmatiche che, secondo le parole del funzionario di alto
livello, “miglioreranno la vita di entrambe le parti”. Gran parte del
piano si concentrerà sul rafforzamento dell’economia palestinese e dei
suoi legami con Israele. Il piano dell’amministrazione Trump comincia a
prendere forma a metà del 2017, quando Jason Greeenblatt, l’inviato speciale di The Donald per il processo di pace ,
fa il suo primo viaggio nella regione. Le fonti che sono state in
contatto con Greenblatt durante questo periodo hanno detto al quotidiano
di Tel Aviv Haaretz che il principale obiettivo del suo primo viaggio
era lo stretto allineamento degli interessi tra Israele e il mondo
arabo, che a suo avviso rappresentava una rara opportunità per una
svolta nei negoziati. È questo un punto nodale del “piano Trump”:
coinvolgere i Paesi arabi che, nel quadro regionale, hanno interessi
strategici convergenti con Israele. Una fonte governativa israeliana li
elenca ad HuffPost: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman,
Bahrain, Egitto, Giordania. Paesi del fronte sunnita che, con Israele,
condividono la necessità di arginare la penetrazione iraniana in Medio
Oriente, contrastando l’affermarsi della mezzaluna rossa sciita sulla
direttrice Baghdad, Damasco, Beirut. E Gaza. A questo è particolarmente
interessato l’erede al trono saudita, il giovane e ambizioso principe
Mohammad bin Salman Al-Sa’ud, fautore dell’avvicinamento, in funzione
anti-iraniana, di Riyadh a Tel Aviv: per il futuro sovrano, e attuale
Primo vice primo ministro e ministro della Difesa saudita, togliere ai
suoi nemici regionali la “carta palestinese” sarebbe un risultato
rilevante, da far pesare nella definizione dei nuovi equilibri
regionali. Mbs sarebbe anche disposto al mega finanziamento, ma non
sarebbe un investimento senza contropartite. In cambio, confidano fonti
diplomatiche a Gerusalemme e in alcune delle più influenti capitali
arabe, il futuro re saudita vuole dalla Casa Bianca un maggiore impegno,
sul campo, nel contrastare l’espansionismo “persiano” in Medio Oriente.
In questa ottica, l’invio nel Golfo Persico della portaerei Abraham
Lincoln e dell’USS Arlington con una batteria di Patriot e di
bombardieri, rappresenta la prima contropartita americana ai miliardi
sauditi.
“È ovvio che la regione è cambiata
rispetto a pochi anni fa”, dice ad Haaretz un funzionario
dell’amministrazione Usa . “Il mondo arabo e Israele hanno molti
interessi e obiettivi comuni, così come minacce comuni nelle attività
destabilizzanti dell’Iran nella regione”. Il cuore di questo piano,
rivelano le fonti, sarà in Cisgiordania e a Gaza. ” Soldi e
investimenti. In funzione di una nuova formulazione, rivisitata e
corretta dagli ideatori del “Deal of the Century”, della soluzione a
“due Stati”. Interessante in proposito è quanto scritto dal sito
israeliano Debka, al quale fonti dell’intelligence israeliana hanno
delineato alcuni elementi essenziali del nuovo piano. Lo Stato
palestinese sarà uno Stato “con una sovranità limitata su circa metà
della Cisgiordania e tutta la Striscia di Gaza“. Quindi quello è il
vincolo territoriale. La sicurezza sarà in mano agli israeliani, così
come i valichi di frontiera e la Valle del Giordano sarà pienamente
sotto il controllo delle autorità israeliane.
Quanto
a Gerusalemme, l’idea- forte del “Piano del secolo” è che la parte
orientale e i quartieri arabi, a eccezione della Città Vecchia,
passeranno sotto la giurisdizione palestinese. E la capitale proposta
per questo Stato palestinese sarà quella stessa Abu Dis, città-sobborgo
di Gerusalemme Est. Per quanto riguarda le moschee i luoghi sacri
dell’islam, saranno sotto giurisdizione di Palestina e Giordania, in
condivisione. “Indipendentemente da come i palestinesi reagiranno al
piano di pace nella sua interezza (sappiamo tutti che lo respingeranno
in ogni caso, come hanno sempre respinto tutti i piani di pace) e da
cosa succederà dopo di allora (Israele potrebbe annettere i maggiori
insediamenti, con tutte le conseguenze del caso), la disponibilità del
Bahrain ad ospitare il summit ‘Pace per la prosperità’ indica che il
mondo arabo è decisamente più incline a normalizzare i rapporti con
Israele di quanto alcuni possano pensare. Anche in mancanza di un
accordo definitivo”, annota Raphael Ahren, su Times of Israel. A
conferma è l’indiscrezione, fatta trapelare da fonti governative di
Gerusalemme, che il ministro delle Finanze israeliano, Moshe Kahlon,
sarà probabilmente tra gli ospiti della conferenza. Al meeting di Manama
resterà invece vuota la “sedia” palestinese. La conferma viene dal
ministro dello Sviluppo sociale, Ahmed Majdalani, membro del comitato
esecutivo dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina).
“Non ci sarà alcuna partecipazione al meeting di Manama, ha dichiarato
il ministro palestinese all’agenzia di stampa Reuters. “Chiunque vi
prenderà parte sarà solo un collaboratore degli americani e di Israele”.
In Bahrain non verranno affrontate le parti più controverse del
conflitto, ovvero i confini, lo status di Gerusalemme, i profughi
palestinesi e la sicurezza di Israele. La leadership palestinese ha
anche affermato di non essere stata consultata in merito alla
conferenza.
Secondo le autorità di Ramallah,
qualsiasi piano di pace americano che ignori le aspirazioni politiche
del popolo palestinese per uno Stato indipendente è destinato a fallire.
“Qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina deve essere politica e
basata sulla fine dell’occupazione”, ha ribadito il primo ministro
Mohammad Shtayyeh durante una riunione del governo palestinese.
“L’attuale crisi finanziaria è il risultato di una guerra contro di noi.
Non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i
nostri diritti nazionali per denaro”, ha aggiunto. Non c’è un piano di
pace, ma solo un workshop economico, un altro modo per premiare Israele e
mantenerne il controllo sulle nostre terre e le nostre risorse – gli fa
eco Hanan Ashrawi, più volte ministra dell’Autorità Palestinese ed
esponente di primo piano del comitato esecutivo dell’Olp – Sono gli
americani ad aver rigettato tutto finora, dalla legge agli accordi, ai
requisiti di base per la pace fino a quelli di ogni possibile processo
di pace. Mostra una mancanza di comprensione delle questioni regionali”.
Ma l’assenza dei Palestinesi non sembra inquietare più di tanto Trump e
i suoi consiglieri. E la spiegazione principale sta nella convinzione
maturata a Washington che ormai la “questione palestinese” ha perso la
sua autonomia ed è ormai parte di uno scontro più generale che investe
l’intero Medio Oriente. “È indubbio – dice ad HufPost il professor Nabil
el-Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al-Ahram (Il
Cairo) – che da tempo non c’è leader arabo o musulmano che non abbia
cercato di gestire in proprio la vicenda palestinese, inserendola
all’interno dei propri disegni di potenza. Oggi Trump si fa forte della
debolezza della leadership palestinesi e delle divisioni insanate tra
Hamas e al-Fatah, per forzare con il suo Piano”. Il meeting in Bahrain
nasce da questa visione. E ai Palestinesi non resterà che denunciare
l’ennesimo “tradimento” dei fratelli-coltelli arabi.
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