Sovranismo e nazionalismo, i nemici secondo Francesco
Francesco sa che quanto gli elettori decideranno nelle prossime elezioni europee,
comporterà conseguenze sociali, culturali e spirituali enormi per tutto
il mondo (fino a paventare un possibile rischio di olocausto nucleare).
Per questo parlando alla plenaria della Pontificia Accademia delle
Scienze Sociali, presieduta da Stefano Zamagni, (che per tre giorni si è
riunita per dibattere sui concetti di Stato, Nazione e Stato-Nazione)
ha di nuovo affrontato la questione del sovranismo e del populismo.
Il suo discorso cade nel giorno in cui Matteo Salvini vola in Ungheria a incontrare
Orban per definire i profili della “Nuova Europa”. E mentre nelle
stesse ore, negli Stati Uniti è scattato l’ennesimo attacco (attraverso
sempre gli stessi siti cattolici conservatori) contro Francesco accusato
del “crimine” dell’eresia. Solo venti personalità, al momento,
religiosi e professori non di primissimo piano. A cui si è aggiunto però
anche il leader della casa editrice cattolica “Ignatius Press”, padre
Joseph Fessio, gesuita, che pubblica negli Stati Uniti tutti gli scritti
di Joseph Ratzinger (“Open Letter to the Bishops of the Catholic Church”). Se ci sono due persone certe dell’importanza strategica del voto in Europa, esse sono l’ex capo strategia di Donald Trump, Steve Bannon, e il Papa.
Francesco
sull’Europa è stato molto chiaro: ”È da auspicare che non si perda in
Europa la consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di
avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo
dopoguerra”.
E sul populismo, altrettanto: “La Chiesa ha sempre esortato all’amore
del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie
espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere
radicati nei popoli. Nello stesso tempo, la Chiesa ha ammonito le
persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo
attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa
nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o
antisemitismo”.
Con un monito a non ripetere i drammi del secolo scorso: “Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni”.
Il
punto è questo, infatti: “La Chiesa osserva con preoccupazione il
riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli
stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo
che tralascia il bene comune. Così si rischia di compromettere forme già
consolidate di cooperazione internazionale, si insidiano gli scopi
delle Organizzazioni internazionali come spazio di dialogo e di incontro
per tutti i Paesi su un piano di reciproco rispetto, e si ostacola il
conseguimento degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile approvati
all’unanimità dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25
settembre 2015”.
Purtroppo “i
gruppi di interesse indeboliscono il multilateralismo”, perché
interessi economici egemoni si impongono e creano tensioni tra gli
Stati.
Francesco fa propria
la definizione di popolo di San Tommaso (“Come la Senna non è un fiume
determinato per l’acqua che fluisce, ma per un’origine e un alveo
precisi, per cui lo si considera sempre lo stesso fiume, sebbene l’acqua
che scorre sia diversa, così un popolo è lo stesso non per l’identità
di un’anima o degli uomini, ma per l’identità del territorio, o ancora
di più, delle leggi e dal modo di vivere”), visto che “ la questione
migratoria, che è un dato permanente della storia umana”, e “tutte le
nazioni sono frutto dell’integrazione di ondate successive di persone o
di gruppi di migranti e tendono ad essere immagini della diversità
dell’umanità pur essendo unite da valori, risorse culturali comuni e
sani costumi.
Uno Stato
che suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro
altre nazioni o gruppi di persone verrebbe meno alla propria
missione.”Lo Stato nazionale non può essere considerato come un
assoluto, come un’isola”.
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