Dopo le Europee: dossier caldi e gioco delle nomine

A  due giorni dalla conclusione della tornata elettorale europea, questa sera i capi di Stato e di governo dei 28 Stati membri si riuniscono per un primo incontro informale. A risultati ormai consolidati, hanno ora inizio i negoziati che porteranno alla spartizione tra i diversi Stati membri delle tante cariche europee in scadenza. Le prime nomine su cui discutere saranno la presidenza della Commissione europea e l’indicazione dei singoli Commissari. Ma andrà anche raggiunto l’accordo su chi sarà il prossimo Presidente del Consiglio europeo. E nei prossimi mesi andrà rinnovata la Presidenza della Banca centrale europea.
Che influenza avrà l’esito del voto sugli equilibri politici tra gli Stati membri? Quali scenari si potrebbero aprire sulle nomine? Quali sono i dossier più scottanti che dovrà affrontare l’Europa che esce dalle urne? E quale, infine, la specifica posizione italiana?
Come cambiano gli equilibri a Bruxelles?Come ampiamente previsto dai sondaggi, la “grande coalizione” tra socialisti e popolari ha perso la maggioranza assoluta al Parlamento europeo. È la prosecuzione di un trend decennale, dopo che nel 2004 i seggi vinti da socialisti e popolari avevano toccato il loro massimo storico (67%). Dal 2009 è infatti iniziato un trend negativo che quest’anno ha persino accelerato, consegnando alla grande coalizione solo il 44% dei seggi del prossimo Parlamento.
Un’altra conferma delle previsioni della vigilia è che al calo della grande coalizione non ha corrisposto una forte avanzata del fronte nazional-sovranista, passato dal 20% al 23% dei seggi e ben lontano dalla possibilità di esprimere una maggioranza alternativa.
Tuttavia, il calo dei consensi per popolari e socialisti costringerà i due gruppi parlamentari maggiori ad allargare la maggioranza. Con ogni probabilità, a essere inclusi nella maggioranza saranno i liberaldemocratici di ALDE. Questi ultimi, anche grazie all’apporto del partito del Presidente francese Macron, salgono dal 9% al 14% dei seggi e diventano determinanti per garantire una maggioranza stabile in Parlamento (58% dei seggi totali). Consapevoli del loro ruolo di king maker è probabile che i leader del gruppo, e in particolare Macron e il premier olandese Mark Rutte, riescano a “estrarre” concessioni maggiori ai governi che hanno invece eletto molti membri tra le file dei popolari e dei socialisti.
Più incerto appare al momento un sostegno alla maggioranza moderata da parte dei Verdi, che pure sono stati premiati alle urne (dal 6,7% al 9,2% dei seggi). Teoricamente, i numeri consentirebbero anche una maggioranza popolari-socialisti-verdi (53% dei seggi totali). Tuttavia, i Verdi sono portatori di una serie di proposte politiche che potrebbero risultare poco appetibili per il fronte moderato: per esempio l’abbandono dell’utilizzo del carbone nel settore energetico entro il 2030, o l’introduzione di un salario minimo europeo. Una loro partecipazione da king maker in un’eventuale maggioranza in Parlamento porterebbe con sé anche la necessità di rivedere in profondità il programma se non dei socialisti, quantomeno dei popolari. E proprio questi ultimi sarebbero comprensibilmente i più reticenti a farlo, dal momento che, malgrado il calo nei consensi, si sono confermati primo gruppo politico nell’emiciclo europeo.
Toto-nomine: quali scenari dopo il voto?Se popolari e socialisti scegliessero di includere ALDE nella maggioranza allargata, per i liberali si prospetterebbe un ruolo molto rilevante negli equilibri del nuovo Parlamento.
Un primo effetto si avrà sulla nomina del presidente della Commissione europea. Malgrado il Parlamento europeo (PE) abbia tentato in tutti i modi di difenderlo, non è certo che verrà seguito il metodo degli Spitzenkandidaten, utilizzato nel 2014 tra le resistenze di diversi Stati membri (non ultima la Germania). Il metodo prevede che il Consiglio europeo scelga come Presidente della Commissione il candidato di punta del gruppo politico che ottiene la maggioranza relativa alle elezioni europee. A dover essere scelto in maniera quasi automatica sarebbe dunque Manfred Weber, Spitzenkandidat dei popolari. Ma i liberali di ALDE, e Macron in particolare, si oppongono al procedimento e chiedono maggior voce in capitolo. In questo trovano conforto anche nella lettera dei Trattati Ue, dal momento che l’articolo 17.7 del Trattato sull’Unione europea prevede soltanto che il Consiglio europeo proponga al PE un candidato per la carica di presidente della Commissione “tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo”.
A causa degli equilibri nel nuovo PE, i popolari potrebbero dunque trovarsi a dover rinunciare alla presidenza della Commissione e accettare una soluzione di compromesso. Un nome circolato nelle ultime settimane è quello di Michel Barnier, capo negoziatore di Brexit per la Commissione europea, di area popolare ma gradito ai socialisti e francese, dunque potenzialmente gradito a Macron.
Una seconda conseguenza dell’ingresso dei liberali in maggioranza si avrebbe sulla nomina del Presidente del Parlamento europeo. La carica, rinnovabile, dura due anni e mezzo, ovvero metà legislatura. In questo caso i tradizionali equilibri politici prevedevano l’alternanza di un presidente popolare e uno socialista nel corso del quinquennio. Questa consuetudine potrebbe però essere rimessa in discussione da ALDE, e non è implausibile aspettarsi che i liberali avanzino una loro candidatura per la carica. Guy Verhofstadt, capogruppo di ALDE dal 2009 e rappresentante del PE ai negoziati su Brexit, potrebbe tornare a proporsi, dopo un primo tentativo fatto nel 2017.
Altre due nomine, anche se non legate direttamente ai nuovi equilibri del Parlamento europeo, potrebbero essere influenzate di riflesso dai negoziati dei mesi successivi alle elezioni: la presidenza del Consiglio europeo e la nomina del prossimo governatore della Banca centrale europea.
Innanzitutto, a fine novembre scadrà il mandato di Donald Tusk come presidente del Consiglio europeo. Dal 2009, quando la carica è stata istituita, il ruolo è sempre stato ricoperto da uno dei Primi ministri e capi di governo in carica al momento della scelta - il belga Herman Van Rompuy nel 2009-2014, il polacco Tusk dal 2014 a oggi. In entrambi i casi si trattava di rappresentanti di due paesi “di seconda fascia”, per dimensione o per anzianità di appartenenza all’Ue. Non si può escludere, però, che quest’anno le cose vadano diversamente: oltre ai nomi dell’ex primo ministro danese Helle Thorning-Schmidt e dell’attuale premier belga Charles Michel, infatti, è circolato anche quello di Angela Merkel. Per quanto inconsueta, non si tratterebbe di una scelta del tutto impossibile: la Germania andrà a elezioni nel 2021, l’attuale maggioranza è fragile e la Cancelliera ha già annunciato che non si ricandiderà.
La seconda nomina che verrà influenzata dall’esito delle elezioni è quella per il prossimo governatore della Banca centrale europea (BCE). Dopo otto anni alla guida dell’Eurotowerdi Francoforte, Mario Draghi lascerà il proprio posto alla fine di ottobre e sul suo successore peserà la responsabilità di determinare la politica monetaria di un’Eurozona in cui molte economie - quella italiana in primis - registrano tassi di crescita ancora molto bassi. I favoriti per la successione sembrano essere il francese François Villeroy de Galhau, governatore della Banque du France, e Erkki Liikanen, ex banchiere centrale di Finlandia. Nessuno dei due profili segnerebbe una netta rottura rispetto alle scelte di politica monetaria fatte da Draghi, a differenza di quanto accadrebbe se il nuovo governatore fosse invece il tedesco Jens Weidmann - le cui chance di elezione sembrano però scarse.
I dossier caldi a rischio stalloL’allargamento della maggioranza aumenterà il numero di posizioni (da due a minimo tre) da tenere in considerazione per l’approvazione dei vari dossier. Ma la maggioranza resterà comunque appannaggio di gruppi tradizionali, che non avranno necessariamente bisogno di tenere in conto le istanze di gruppi nazional-sovranisti, portatori di proposte più radicali. Ci si può attendere però un ulteriore stallo nella formulazione e approvazione delle proposte, dovuto alla maggiore frammentazione del nuovo parlamento, che renderà ancora più difficile sbloccare la situazione di impasse già presente, soprattutto su temi caldi come la riforma dell’Eurozona, le migrazioni e il bilancio.
La riforma dell’Eurozona punta a una maggiore condivisione del rischio, ma anche delle responsabilità, tra i Paesi che condividono la moneta unica. Si tratta di uno dei dossier fermi da più tempo sul tavolo europeo, nonostante l’endorsement di Macron a settembre 2017. Anche se Merkel ha appoggiato, seppure limitatamente, la proposta del Presidente francese, il sostegno della cancelliera non vale per tutto il partito popolare, né tanto meno per tutti gli Stati dell’Eurozona. Almeno dodici Paesi europei (specialmente del nord Europa) hanno infatti espresso forti dubbi al riguardo. Ora, con il probabile ingresso di ALDE nella maggioranza, gruppo da sempre favorevole a una riforma in senso solidaristico, il tema otterrà nuova visibilità. Ma la partita a livello nazionale rischia di rimanere bloccata, con il Presidente francese uscito indebolito dalle urne e Merkel che si avvicina alla fine del suo ultimo mandato. Tanto più che Annegret Kramp-Karrenbauer, attuale capo della CDU e probabile erede di Merkel, sembra meno favorevole a dotare l’Eurozona di una propria e sufficiente “capacità fiscale”.
Un secondo dossier che verrà influenzato dai risultati delle elezioni sarà probabilmente quello delle migrazioni. Se infatti una riforma urgente come quella dell’Eurozona appare in difficoltà, lo stesso si potrà dire di un dossier come quello delle politiche migratorie, in cui le visioni sul cosa fare e se farlo a livello europeo appaiono ancora più distanti. Il rafforzamento del fronte dei gruppi euroscettici e sovranisti potrebbe convincere anche i gruppi moderati che quello delle migrazioni sia un tema troppo “caldo”. Per esempio, il principale dossier è quello legato alla riforma del Regolamento di Dublino (che contiene le regole per decidere quale sia lo Stato membro responsabile a gestire una richiesta d’asilo). In questo caso, il Parlamento aveva approvato una bozza di riforma in senso solidaristico già un anno e mezzo fa, a novembre 2017. Da allora spetterebbe al Consiglio pronunciarsi sul tema; Consiglio che, però, ha sempre scelto di rinviare l’esame della proposta.
Infine, un altro dossier che il parlamento dovrà affrontare nei prossimi mesi è la discussione sul documento quadro sul bilancio europeo per il prossimo settennato di programmazione (QFP 2021-2027). La proposta sul prossimo QFP è stata presentata dalla Commissione nel maggio 2018, dunque circa un anno fa, ma non è ancora neppure presa in considerazione e discussa dagli Stati membri. Situazione non nuova: nel 2014 il bilancio era stato addirittura approvato a dicembre 2013, venti mesi dopo la proposta della Commissione. Se la maggiore frammentazione del nuovo Parlamento Ue potrà rendere più difficile i negoziati sul bilancio è importante ricordare che in questo caso la vera partita si giocherà all’interno del Consiglio dell’Ue (e dunque ancora una volta tra gli Stati membri) più che in Parlamento. La procedura di approvazione richiede infatti che il Parlamento approvi la proposta a maggioranza assoluta dei suoi membri, ma è poi il Consiglio dell’Ue a dover deliberare all’unanimità perché la proposta si possa considerare approvata. Al momento, la proposta della Commissione vede i Paesi dell’Europa meridionale e occidentale favoriti rispetto ai Paesi dell’est: questi ultimi vedrebbero le risorse della politiche di coesione a loro destinate ridursi in maniera piuttosto netta, cosa che non mancherà certamente di incontrare forti resistenze a livello nazionale.

La posizione italiana   In un contesto politico che si fa sempre più frammentato e incerto, sarà difficile che quelle grandi riforme auspicate anche dall’Italia vengano realizzate a breve in Europa. All’opposto, quella che si profila davanti a noi potrebbe essere una stagione di maggiore “ognuno per sé”, in cui i diversi Stati membri si misurino sempre più spesso in prove di forza diplomatiche.
Una prima indicazione sul peso politico dell’Italia nel quinquennio 2019-2024 arriverà già nelle prossime settimane, quando dai negoziati tra Stati membri dovranno emergere anche il nome e il ruolo del prossimo Commissario italiano nella Commissione europea.  In questa come in altre partite, il Governo italiano si ritroverà per la prima volta nella sua storia ad agire quale membro dell’opposizione alla “grande coalizione” moderata, anziché esserne parte. Una posizione che Roma si troverebbe a condividere con solo altri tre Stati membri in cui nessuno dei partiti al governo fanno parte della maggioranza al PE: Regno Unito, Polonia e Grecia (almeno fino alle elezioni anticipate annunciate dal premier greco Alexis Tsipras). L’appartenenza dei partiti di governo italiani all’opposizione potrebbe complicare i negoziati per la scelta del Commissario, dal momento che gli Stati membri sostenitori della maggioranza moderata non avranno un particolare interesse ad assecondare le richieste italiane, che sembrano orientate a chiedere un portafoglio economico.
Questa situazione potenzialmente sfavorevole all’Italia è poi ulteriormente complicata da una congiuntura che vede il nostro Paese esprimere oggi tre delle più importanti cariche dell’Unione europea: il Presidente del Parlamento europeo (Antonio Tajani), il Presidente della Banca centrale europea (Mario Draghi) e l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza (Federica Mogherini). Difficilmente qualcosa di simile potrà ripetersi nel prossimo futuro.
Proprio per questo, la scelta di quale Commissario proporre all’Europa sarà un passaggio molto delicato per l’Italia. È probabile che sarà necessario puntare su una figura di compromesso, facendo ricadere l’indicazione su un nome ampiamente condivisibile e trasversale. In questo modo i possibili oppositori a Bruxelles non avrebbero alibi, non potendo rifiutare aprioristicamente il candidato italiano solo in quanto espressione di una maggioranza di governo diversa dalla propria.
Infine, l’Italia dovrà tenere alta l’attenzione sulla partita per le nomine del dopo-Draghi alla Banca centrale europea. Dalla nascita della BCE nel 1998 a oggi, l’Italia ha sempre espresso un membro del Comitato esecutivo della Banca, composto da 6 membri (inclusi il Presidente e il Vicepresidente della BCE). Se il prossimo governatore fosse tedesco o francese, si libererebbe un posto per un italiano nel Comitato. Ma se invece si trattasse, come sembra possibile, di un finlandese (attualmente la Finlandia non è rappresentata tra i 6 membri), l’Italia potrebbe non ottenere un posto nel Comitato almeno fino a fine 2020, quando scadrà l’incarico del membro lussemburghese. Per un Paese ad alto debito pubblico come l’Italia, la scelta del prossimo governatore della BCE e dei membri del Comitato è dunque di primaria importanza.
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