Liliana Segre La mia nuova resistenza
Per me il 25 aprile del 1945 non fu il
giorno della Liberazione. Non poteva esserlo perché io quel giorno ero
ancora prigioniera nel piccolo campo di Malchow, nel Nord della
Germania. C’ era un grande nervosismo da parte dei nostri aguzzini, ma
non sapevamo nulla di quel che accadeva in Europa. A darci qualche
notizia furono dei giovani francesi prigionieri di guerra mentre
passavano davanti al filo spinato. « Non morite adesso! » ,
scongiurarono alla vista delle disgraziate ombre che eravamo.
«Tenete duro. La guerra sta per finire. E
i tedeschi stanno perdendo sui due fronti: quello occidentale con gli
americani e quello orientale con i russi». Nelle ultime ore da
prigioniere assistemmo alla storia che cambiava. Fuori dal lager ci
costrinsero all’ ennesima orribile marcia ma niente era uguale a prima.
La mia personale festa di liberazione fu quando vidi il comandante del
campo mettersi in abiti civili e buttare a terra la sua pistola. Era un
uomo terribile, crudele, che a ogni occasione picchiava selvaggiamente
le prigioniere. La vendetta mi parve a portata di mano, ma scelsi di non
raccogliere quell’ arma. All’ improvviso realizzai che io non avrei mai
potuto uccidere nessuno e questa era la grande differenza tra me e il
mio carnefice. Fu in quel momento che mi sentii libera, finalmente in
pace.
Il 25 aprile del 1945 fu quindi un’ esplosione di gioia che mi sarebbe
arrivata più tardi filtrata dai racconti di amici e famigliari. Avevo
avuto bisogno di una tregua prima di tornare in Italia. E dovevo guarire
da troppe ferite per riuscire a fare festa insieme agli altri. Ero
stata ridotta a un numero, costretta a vivere in un mondo nemico e
costantemente con il male altrui davanti a me, come diceva Primo Levi.
Ci vollero anni perché riscoprissi il sentimento della felicità
collettiva.
Poi quel momento è arrivato. E il 25 aprile è diventata una festa famigliare, la festa della libertà ritrovata.
Poi quel momento è arrivato. E il 25 aprile è diventata una festa famigliare, la festa della libertà ritrovata.
Simboleggiava la caduta definitiva del
nazifascismo e la liberazione. E rendeva omaggio al sacrificio di
partigiani e militari, ai resistenti senz’ armi, ai perseguitati
politici e razziali. Era la festa del popolo italiano ma anche una festa
celebrata in famiglia insieme a mio marito Alfredo, che era stato un
internato militare in Germania per aver detto no alla Rsi. Avevamo
patito entrambi la privazione della libertà e potevamo capire il
significato profondo di quella data che poneva le fondamenta della
democrazia e della carta costituzionale. Ogni 25 aprile sventolavamo
idealmente la nostra bandiera.
Non ho mai smesso di sventolare quella
bandiera. E ancora oggi mi ostino a spiegare ai ragazzi perché è una
festa fondamentale. Ma è sempre più difficile combattere con i vuoti di
memoria. Solo se si studia la storia si comprende cosa è stato il
depauperamento mentale di masse di italiani e tedeschi indottrinate dai
totalitarismi fascista e nazista. Bisogna raccontare alle giovani
generazioni così è stata la dittatura, soprattutto ora che il saluto
romano non stupisce più nessuno. Mi chiedo se a una parte della politica
non convenga questa diffusa ignoranza della storia. Chi ignora il
passato è più facilmente plasmabile. E non oppone “resistenza”.
In anni non lontani, c’ è stato anche
chi ha proposto di abolire il 25 aprile dal calendario civile. Temo che
prima o poi si arriverà a cancellarlo. Perché il tempo è crudele:
livella i ricordi e confonde la memoria, mentre le persone muoiono e le
generazioni passano. Qualche anno fa ci siamo illusi che intorno a
questa data fosse stata raggiunta l’ unanimità delle forze politiche.
Oggi leggo con preoccupazione che alla festa della Liberazione si preferisca una cerimonia di altro genere.
Se devo dire la verità, rimango esterrefatta. In tarda età assisto a degli atti che non avrei mai immaginato di vedere: soprattutto avendo vissuto cosa volesse dire essere vittime prima del 25 aprile, quando la democrazia non c’ era, e dissidenti e minoranze venivano imprigionati, torturati e anche uccisi.
Così come rimango tristemente stupita di fronte alla cancellazione della prova di storia alla maturità. La mancanza di memoria può portare a episodi come quello che ha coinvolto pochi giorni fa un istituto alberghiero di Venezia. Un insegnante su Facebook ha offeso la Costituzione con parole che preferisco non ripetere. E si è augurato che Liliana Segre finisca in «un simpatico termovalorizzatore». Questa non l’avevo ancora sentita: probabilmente il « simpatico termovalorizzatore » è la forma aggiornata del forno crematorio.
Se devo dire la verità, rimango esterrefatta. In tarda età assisto a degli atti che non avrei mai immaginato di vedere: soprattutto avendo vissuto cosa volesse dire essere vittime prima del 25 aprile, quando la democrazia non c’ era, e dissidenti e minoranze venivano imprigionati, torturati e anche uccisi.
Così come rimango tristemente stupita di fronte alla cancellazione della prova di storia alla maturità. La mancanza di memoria può portare a episodi come quello che ha coinvolto pochi giorni fa un istituto alberghiero di Venezia. Un insegnante su Facebook ha offeso la Costituzione con parole che preferisco non ripetere. E si è augurato che Liliana Segre finisca in «un simpatico termovalorizzatore». Questa non l’avevo ancora sentita: probabilmente il « simpatico termovalorizzatore » è la forma aggiornata del forno crematorio.
Preferisco però concentrarmi sui
moltissimi italiani che mi vogliono bene. E insieme ai quali festeggerò
il 25 aprile, un rito laico che continua a emozionarmi.
E a portarmi via con sé. Perché la libertà è una condizione assoluta, irrinunciabile. E non importa se qualche ministro resterà a casa. Sono sicura che domani saremo in tanti a provare la stessa emozione civile. Buon 25 aprile a tutti.
E a portarmi via con sé. Perché la libertà è una condizione assoluta, irrinunciabile. E non importa se qualche ministro resterà a casa. Sono sicura che domani saremo in tanti a provare la stessa emozione civile. Buon 25 aprile a tutti.
Repubblica, 24 aprile 2019
Commenti
Posta un commento