Hagai El Ad Democrazia secondo Israele
7 aprile 2019 New York Times
Un’elezione, un piano di pace e un’occupazione senza fine
[El-Ad è il direttore esecutivo dell’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem]
GERUSALEMME.
Quando sarà “svelato” l’accordo del secolo”,come il presidente Trump ha
definito il suo prossimo piano per la pace israelo-palestinese?
Certamente non prima del 9 aprile, quando si terranno le prossime elezioni in Israele. Ma quanto tempo dopo? “In meno di 20 anni”, ha detto evasivamente il segretario di Stato Mike Pompeo di recente a una commissione parlamentare.
Certamente non prima del 9 aprile, quando si terranno le prossime elezioni in Israele. Ma quanto tempo dopo? “In meno di 20 anni”, ha detto evasivamente il segretario di Stato Mike Pompeo di recente a una commissione parlamentare.
In
ogni caso, i piani di pace americani non sono una novità. Qualcuno
ricorda, ad esempio, i Piani Rogers, dal nome del Segretario di Stato
William P. Rogers, in servizio sotto il presidente Richard Nixon 50 anni
fa? Quando il secondo dei suoi piani fu discusso alla Knesset nel 1970,
un parlamentare israeliano prefigurò fiduciosamente che “non ci vorrà
molto tempo – un anno, un anno e mezzo, due al massimo – perché quella
cosa chiamata ‘territori occupati’ non esista più, e l’esercito
israeliano possa tornare nei confini di Israele”.
Inutile dire che quella “cosa” è lungi dal “non esistere più”. Mentre i Piani Rogers sono quasi del tutto scomparsi dalla memoria, cancellati da una serie di piani presentati dai successivi presidenti americani, la realtà dei territori palestinesi occupati semplicemente non si è fermata. L’occupazione di Israele si è approfondita e trasformata. Gaza è diventata la più grande prigione a cielo aperto del mondo, ogni tanto bombardata per sottometterla; Gerusalemme Est è stata formalmente annessa ad Israele; la Cisgiordania è diventata un arcipelago di Bantustan palestinesi, circondato da insediamenti, mura e posti di blocco, soggetto a una combinazione di violenza di Stato e dei coloni. Eppure la vera prodezza di Israele è stata non solo di portare a termine tutto questo, ma di farlo impunemente, provocando reazioni minime da parte del resto del mondo, aggrappandosi in qualche modo nelle pubbliche relazioni alla preziosa etichetta di “vivace democrazia”.
Inutile dire che quella “cosa” è lungi dal “non esistere più”. Mentre i Piani Rogers sono quasi del tutto scomparsi dalla memoria, cancellati da una serie di piani presentati dai successivi presidenti americani, la realtà dei territori palestinesi occupati semplicemente non si è fermata. L’occupazione di Israele si è approfondita e trasformata. Gaza è diventata la più grande prigione a cielo aperto del mondo, ogni tanto bombardata per sottometterla; Gerusalemme Est è stata formalmente annessa ad Israele; la Cisgiordania è diventata un arcipelago di Bantustan palestinesi, circondato da insediamenti, mura e posti di blocco, soggetto a una combinazione di violenza di Stato e dei coloni. Eppure la vera prodezza di Israele è stata non solo di portare a termine tutto questo, ma di farlo impunemente, provocando reazioni minime da parte del resto del mondo, aggrappandosi in qualche modo nelle pubbliche relazioni alla preziosa etichetta di “vivace democrazia”.
È
la storia di questi ultimi 50 anni che dovremmo riconoscere come il
vero accordo: quello che è già in vigore, l’accordo del mezzo secolo. In
questo accordo, finché Israele procede nell’impresa dell’occupazione
con un livello di brutalità appena al di sotto di quello che
susciterebbe l’indignazione internazionale, gli è permesso di
continuare, godendo ancora di vari privilegi internazionali corroborati –
come ha recentemente affermato il primo ministro Benjamin Netanyahu –
dal grandioso impegno, ovviamente falso, verso i “valori condivisi di
libertà e democrazia”.
Il
che ci porta al 9 aprile, quando gli israeliani voteranno per un
parlamento che governa sia i cittadini israeliani che milioni di
soggetti palestinesi a cui è negato lo stesso diritto. I coloni
israeliani in Cisgiordania non hanno nemmeno bisogno di andare fino ad
un seggio elettorale in Israele per votare sul destino dei loro vicini
palestinesi. Anche i coloni nel cuore di Hebron possono votare proprio
lì, con 285 elettori registrati (su una popolazione totale di circa
1.000 coloni), circondati da circa 200.000 palestinesi senza voto. O come la definisce Israele, “democrazia”.
Questa
è la quindicesima elezione nazionale dall’inizio dell’occupazione, e
forse quella in cui le vite dei palestinesi contano meno, tranne che per
conteggiarne i morti e celebrarne la distruzione. All’inizio di
quest’anno, il generale Benny Gantz, ora leader del nuovo partito
“centrista” che rappresenta la maggiore sfida al primo ministro Benjamin
Netanyahu, ha pubblicato un video che mette in evidenza quanti
“terroristi” palestinesi siano stati uccisi a Gaza nell’estate del 2014,
quando Il signor Gantz era a capo dei comandi militari. (Secondo una
ricerca condotta da B’Tselem, la maggior parte delle vittime
dell’esercito israeliano quell’estate erano civili, di cui oltre 500
bambini.) Da parte sua, il signor Netanyahu ha promesso che se rimarrà
in carica l’occupazione continuerà. “Non dividerò Gerusalemme, non
evacuerò alcuna comunità e farò in modo di controllare il territorio a
ovest della Giordania”, ha detto in un’intervista nel fine settimana.
Invece dei diritti e della libertà per i palestinesi, la campagna elettorale si è concentrata sul probabile rinvio a giudizio di Netanyahu per accuse di corruzione. Ma è davvero importante per una famiglia palestinese il cui figlio sarà ucciso impunemente o la cui casa sarà rasa al suolo se il primo ministro responsabile di quelle politiche è corrotto o irreprensibile?
Ad un certo punto, dopo il 9 aprile, potremo finalmente sapere che “piano” abbia in mente l’amministrazione Trump. In effetti, non si può fare a meno di chiedersi se non stia già prendendo forma sotto i nostri occhi: lo scorso maggio, l’amministrazione Trump spostò l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme; pochi mesi dopo, interruppe gli aiuti ai palestinesi e all’agenzia delle Nazioni Unite che aiuta i profughi palestinesi; più recentemente, ha esteso il riconoscimento della sovranità di Israele sulle alture del Golan, mossa celebrata da una fonte ufficiale israeliana come segno di ciò che accadrà riguardo al futuro della Cisgiordania.
Invece dei diritti e della libertà per i palestinesi, la campagna elettorale si è concentrata sul probabile rinvio a giudizio di Netanyahu per accuse di corruzione. Ma è davvero importante per una famiglia palestinese il cui figlio sarà ucciso impunemente o la cui casa sarà rasa al suolo se il primo ministro responsabile di quelle politiche è corrotto o irreprensibile?
Ad un certo punto, dopo il 9 aprile, potremo finalmente sapere che “piano” abbia in mente l’amministrazione Trump. In effetti, non si può fare a meno di chiedersi se non stia già prendendo forma sotto i nostri occhi: lo scorso maggio, l’amministrazione Trump spostò l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme; pochi mesi dopo, interruppe gli aiuti ai palestinesi e all’agenzia delle Nazioni Unite che aiuta i profughi palestinesi; più recentemente, ha esteso il riconoscimento della sovranità di Israele sulle alture del Golan, mossa celebrata da una fonte ufficiale israeliana come segno di ciò che accadrà riguardo al futuro della Cisgiordania.
È
difficile credere che “l’accordo del secolo” sarà qualcosa di diverso
da una continuazione dell’accordo di mezzo secolo. David M. Friedman,
ambasciatore dell’amministrazione Trump in Israele, lo ha più o meno
ammesso in un’intervista a The Washington Examiner [sito di
notizie e rivista gratuita di destra, ndt.], quando ha affermato che
l’amministrazione vorrebbe “vedere l’autonomia palestinese migliorare in
modo significativo, a patto che non metta a rischio la sicurezza
israeliana “. Ma i palestinesi meritano piena libertà, non una maggiore
autonomia spacciata dall’America, che suggerisce null’altro che il
proseguimento dell’occupazione israeliana. Il che significa un futuro
basato non sulla giustizia né sul diritto internazionale, ma su maggior
controllo, oppressione e violenza di Stato.
A
meno che la comunità internazionale non tolga di mezzo l’accordo del
mezzo secolo, facendo sì che Israele scelga finalmente tra l’ulteriore
oppressione dei palestinesi o il subire delle effettive conseguenze,
l’occupazione continuerà. L’amministrazione Trump, chiaramente, non è
all’altezza di questo compito. Ma le Nazioni Unite, tra cui il Consiglio
di Sicurezza, i principali Stati membri dell’Unione Europea –
principale partner commerciale di Israele – e l’opinione pubblica
internazionale hanno tutti una notevole possibilità di intervento. E gli
americani che credono sinceramente nei diritti umani e nella
democrazia, non solo come vuoti slogan o elementi di una contrattazione,
ma come rivendicazioni autentiche, non hanno bisogno di aspettare fino
al 2020 per mostrare il loro potere politico.
Insieme
all’occupazione sistematica delle terre e all’imposizione di
restrizioni sulla libertà di movimento, la negazione dei diritti
politici è stata una delle pietre angolari dell’apartheid in Sudafrica.
Anche quel paese si considerava una democrazia.
Molti
israeliani considerano il 9 aprile una festa della democrazia. Non lo
è. Questo giorno di elezioni non dovrebbe essere altro che il doloroso
ricordo di una realtà profondamente antidemocratica, che
l’amministrazione Trump sembra felice di perpetuare – e che il resto
della comunità internazionale continuerà a permettere finché non
smetterà finalmente di guardare dall’altra parte. Noi, i quasi 14
milioni di esseri umani che vivono in questa terra, abbiamo bisogno di
un futuro per cui valga la pena di combattere: basato sulla comune
umanità di palestinesi e israeliani che credono in un futuro di
giustizia, uguaglianza, diritti umani e democrazia – per tutti noi.
(traduzione di Luciana. Galliano)
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