Limes : Da Gaza il solito copione
Hamas ha affermato che venerdì prossimo porterà “un milione” di persone lungo i reticolati che separano la Striscia di Gaza da Israele per celebrare il primo anniversario dell’inizio della “Grande marcia del ritorno”.
In quell’occasione morirono centinaia di palestinesi e altri migliaia furono feriti. Al momento non si è verificato nessun “ritorno”, ma Hamas è riuscita a guadagnare tempo e rimanere in sella al governo della Striscia.
La stessa logica parrebbe spiegare il lancio di un razzo che lunedì scorso ha raggiunto la periferia nord di Tel Aviv. Israele ha accusato il movimento islamico, che ha però negato responsabilità, parlando di un errore senza spiegare chi avrebbe effettuato l’attacco. Qualcuno ha tirato in ballo la Jihad islamica, l’altra fazione armata della Striscia, spesso in competizione con Hamas, non nuova ad agire – anche su stimolo iraniano – per mettere in imbarazzo i colleghi di fronte ai negoziatori egiziani e a Israele.
Responsabili a parte, sta di fatto che alla dura reazione retorico-simbolica israeliana – il premier Benjamin Netanyahu è rientrato tempestivamente in patria dagli Usa – non sono seguiti inasprimenti rilevanti sul piano militare.
Le manovre sul terreno hanno seguito lo stesso copione degli ultimi mesi: rappresaglia israeliana limitata a raid aerei, nuovi lanci di razzi dalla Striscia e annuncio da parte di Hamas di una tregua negoziata con l’Egitto senza che apparentemente Gerusalemme sia stata coinvolta.
Identica anche la conclusione: Israele interrompe effettivamente l’escalation, ma rafforza le truppe di terra nei pressi di Gaza.
Pur irrilevanti sul piano bellico, queste schermaglie influenzano lo scenario politico interno dello Stato ebraico, sempre più bollente man mano che si approssimano le elezioni del 9 aprile. Grazie alle sortite di Trump relative alla sovranità israeliana sulle Alture siriane del Golan e al nuovo innalzamento della tensione dalla Striscia, Netanyahu ha rinsaldato la propria immagine di leader provvidenziale, necessario ora per difendere il paese. Perché, inoltre, le alternative non sembrano aggregare un consenso sufficiente per minacciare la posizione del premier uscente.
Anche Hamas tira un sospiro di sollievo. Le proteste a sfondo socio-economico delle ultime settimane sono tornate sullo sfondo, in cima all’agenda a Gaza è ricomparsa la rediviva minaccia israeliana. E la nuova mobilitazione prevista per venerdì. Da queste parti si naviga a vista. L’unica tattica apparentemente efficace dal punto di vista degli del movimento islamico è quella di aggrapparsi ai vari appigli che mano a mano si trovano lungo la scivolosa parete di specchi, in una caduta che pare lenta e inesorabile.
Anche nella Striscia, tuttavia, non esistono alternative al movimento islamico. Israele, Iran e Jihad islamica hanno bisogno di Hamas. Al momento Gaza guarda timorosa alla tornata elettorale israeliana. Consapevole che, qualunque nuovo esecutivo esca dal 9 aprile, sarà più forte e risoluto nel lanciare nuove campagne militari contro lo scampolo di Palestina affacciato sul Mediterraneo, se ce ne sarà bisogno.
Per adesso Netanyahu sa che deve alzare la voce, ma non può scatenare un’invasione di terra, troppo rischiosa. A questo si aggrappa ora Hamas per non perdere lo scettro.

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