Rabbino Haim Fabrizio Cipriani NUOVA ZELANDA, BANALI CONSIDERAZIONI ETICHE “




Ricorda ciò che ti ha fatto Amalek mentre uscivi dall’Egitto, quando ti ha freddato sul cammino, gettandosi sulle tue retrovie mentre tu eri stanco e sfinito […] Cancellerai la memoria di Amalek da sotto i cieli, non dimenticare!” [Deut: 25:17-19] Con questi versi la Torà ricorda l’aggressione ingiustificata che il popolo ebraico subisce da parte della misteriosa popolazione di Amalek immediatamente dopo la sua uscita dall’Egitto. Da sempre la tradizione ebraica vede questo atto come espressione simbolica del male assoluto, della violenza ingiustificata che si abbatte sui più deboli. La Torà ingiunge di sradicare questo cancro senza compromessi e senza esitazioni. Questo passo biblico è letto solennemente nelle sinagoghe lo Shabbat che precede la festa di Purim, ossia quest’ultimo sabato, perché ricorda una delle prime aggressioni subite dal popolo ebraico nella sua storia. I fatti di Purim costituiscono in un certo senso il seguito di questo, giacché il tema della narrazione è un altro progetto di sterminio elaborato peraltro da un discendente di quella tribù. Ma non va mai dimenticato che fin da epoche antiche, Amalek non è più considerata una nazione, ma una modalità di comportamento, quella che sceglie la violenza gratuita e tenta di sopprimere esseri umani. Quanto avvenuto in Nuova Zelanda, né più né meno che altri tipi di aggressioni, è un’espressione di quel che la cultura ebraica chiama Amalek, l’assassinio di esseri umani innocenti da parte di esseri umani criminali. Fin qui, quel che ho detto è banale. E dovrebbe restarlo. Purtroppo però, le cose sono talvolta più complesse di quanto non sembri. Durante questo Shabbat, nella sinagoga in cui prestavo servizio e altrove, ho ascoltato riflessioni che non avrei voluto ascoltare. Riflessioni del tipo “Per quello che è successo in Nuova Zelanda, provo lo stesso cordoglio che provano loro per noi Cristiani ed Ebrei”, “In fondo se la sono cercata …”, “Almeno ora comprenderanno cosa significa essere sotto attacco, non è un male ….”. So bene che riflessioni di questo genere abbondano anche sui social, ma ascoltarle in ambito ebraico, da parte di persone spesso acculturate, e proprio durante lo Shabbat Zachor, quello che ricorda la nascita di questo male assoluto, mi è risultato intollerabile. Sia detto una volta per tutte. Qualsiasi comportamento che, davanti a fatti di questo genere, manifesti una qualsiasi forma di tolleranza, o di attenuazione della gravità, è di per sé una forma di apologia implicita della violenza, e costituisce un affronto per tutti coloro che hanno subito aggressioni di questo genere nel corso della Storia. La violenza, ogni violenza, è un atto spregevole e intollerabile, poco importa quale sia la cultura o l’etnia che ne sono oggetto.La violenza, ogni violenza, è un atto spregevole e intollerabile, poco importa quale sia la cultura o l’etnia che ne sono oggetto. Va combattuta, condannata, soppressa con ogni mezzo e mai relativizzata. La cultura ebraica si costruisce sull’idea di Torà, che poco ha a che vedere con la religione. Significa insegnamento, e in particolare insegnamento della responsabilità dell’essere umano verso il resto del creato, senza eccezioni. Gli esseri umani sono solo ed esclusivamente esseri umani. Ed è fondamentale non dare mai per scontato che questa sia una nozione acquisita. C’è urgente necessità di Torà, ossia di nutrire una spiritualità che non ci faccia perdere di vista questa realtà, così banale, così fondamentale. Rabbino Haim Fabrizio Cipriani 



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