Bernardo Valli: "Il ritorno dei fantasmi del Golan alla vigilia del voto in Israele" -
Sono in molti a partecipare, anche fuori dai confini israeliani, alla campagna elettorale in vista del voto del 9 aprile: un inevitabile referendum su Benjamin Netanyahu. Primo tra tutti Donald Trump, il quale proporrà un piano di pace per il Medio Oriente a consultazione avvenuta. Trump ha già spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, confermando il riconoscimento da parte degli Stati Uniti della città unificata come capitale dello Stato ebraico, mentre le altre importanti ambasciate occidentali sono rimaste a Tel Aviv. Sempre Trump ha riconosciuto di recente l’ annessione israeliana delle alture del Golan, al confine con la Siria, occupate come Gerusalemme Est più di mezzo secolo fa, durante la guerra dei Sei giorni (1967). Due concreti segnali della Casa Bianca in appoggio a un nuovo mandato di Benjamin Netanyahu, primo ministro da dieci anni filati, più i precedenti tre, dal ’96 al ’99. Soltanto Ben Gurion, fondatore di Israele, ha governato tanto. Ed è assai probabile che Netanyahu lo superi, poiché stando agli umori del Paese (rivelati dai sondaggi), le recenti incriminazioni per frode, corruzione e abuso di fiducia, non dovrebbero impedirgli di battere il più temibile degli sfidanti, il generale Benny Gantz, stimato ex capo di stato maggiore di Tsahal. Gantz, considerato un falco come soldato e un moderato come diplomatico, contende a Netanyahu il titolo di campione della sicurezza, che attira più di qualsiasi altro riconoscimento i suffragi israeliani. Un’elezione libera può certo riservare soprese. In particolare in una società esposta ad avvenimenti che suscitano inevitabili passioni. Altri si sono intromessi nella campagna elettorale. Non stupisce che Hamas si sia espressa contro Netanyahu. Questo era il significato del missile lanciato da Gaza che ha ferito sette israeliani non lontano da Tel Aviv. L’organizzazione, considerata terroristica, è forte nella striscia di Gaza, dove sono relegati due milioni di palestinesi. Con quel missile (sparato "per errore") che ha sorpreso Israele e ha provocato la sua immediata reazione, Hamas ha voluto ridimensionare la fama di Netanyahu, ministro della Difesa oltre che primo ministro, come campione della sicurezza. Ma non al punto da scatenare, almeno per ora, un altro micidiale conflitto tra Israele e Gaza, che sarebbe il quarto in dieci anni. Il missile ha sorpreso Netanyahu mentre si trovava a Washington e l’ ha costretto, dopo una visita alla Casa Bianca, a rientrare di fretta a Gerusaleme. *** A suo modo Hamas ha votato per se stessa. In mancanza di elezioni, gli scontri con Israele attirano consensi all’organizzazione armata, aperta rivale dell’Autorità palestinese di Ramallah e di Al Fatah, dei quali mette in risalto la remissività rispetto agli occupanti. Amira Hass, coraggiosa corrispondente israeliana dai territori palestinesi, scrive che un nuovo conflitto potrebbe servire alla reputazione di Hamas come movimento di resistenza e potrebbe mettere in secondo piano la sua azione repressiva delle ultime settimane. Il Centro palestinese per i diritti dell’uomo ha denunciato la dispersione violenta di manifestazioni a Gaza e l’internamento di centinaia di persone in luoghi di detenzione non autorizzati. Hamas ha prelevato persone ferite dagli ospedali, li ha rinchiusi in quei campi, li ha torturati e li ha mandati davanti a tribunali militari, benché fossero dei civili. Hamas potrebbe puntare, col tempo, su un nuovo conflitto aperto e prolungato con Israele, al fine di mobilitare la popolazione ed evitare le manifestazioni contro le terribili condizioni economiche e mentali in cui vivono gli abitanti della Striscia di Gaza. Una massiccia e prolungata offensiva israeliana in risposta ai missili di Hamas, avverte Amira Hass, sarebbe sproporzionata e sarebbe dolorosa per i civili palestinesi che già subiscono spesso gli interventi armati di Tsahal. Una nuova guerra a Gaza rafforzerebbe soprattutto la reputazione di Hamas come movimento di resistenza e farebbe dimenticare il suo ruolo di repressore. Analizzare gli umori alla vigilia del voto riserva delle sorprese. Una indagine d’opinione, condotta ( dal quotidiano Haaretz) nella società israeliana immersa nella campagna elettorale, rivela che il quarantadue per cento degli interrogati è in favore di un’annessione, totale o parziale, dei territori occupati. Anche tra coloro che si dichiarano per la soluzione dei due Stati, e che riservano i loro suffragi a partiti di centro o di sinistra, come il Labur e Meretz, c’ è chi è per un’ annessione sia pure ridotta, ritenuta necessaria alla sicurezza. Delle tre zone in cui è suddivisa la Palestina occupata, quella che rappresenta i due terzi, la più estesa, in cui sono insediati circa trecentomila coloni ( altri duecentomila sono nella zona di Gerusalemme) è quella più presa di mira. In quanto alla concessione dei diritti politici agli abitanti palestinesi dei territori una volta integrati nello Stato israeliano non tutti sarebbero d’accordo. Il ventotto per cento si oppone ad ogni forma di annessione, e il trenta per cento non si pronuncia. Dunque il Paese va alle urne con una maggioranza di virtuali annessionisti ( tra gli elettori disposti a rivelare le loro intenzioni di voto) di tutti o soltanto di certi territori occupati. In quest’ultimo caso lasciando lo spazio restante a uno Stato palestinese. In nessun programma delle grandi coalizioni si parla di annessione o di creazione di due Stati. Se ne guardano bene sia Netanyahu sia Gantz. Ma nel governo due giovani e dinamici ministri, Naftali Bennet e Ayelet Shaked, sono esponenti di una corrente apertamente annesionista. Yuli Edelstein, presidente della Knesset e numero due nella lista elettorale del Likud, il partito di Netanyahu, ha dichiarato che la riconosciuta annessione del Golan da parte degli Stati Uniti era un importante passo verso il riconoscimento della sovranità israeliana nella West Bank ( cioè la Cisgiordania). La discrezione su questo argomento è dovuta alla preoccupazione di non turbare i rapporti con i paesi arabi sunniti, in particolare l’Arabia Saudita, dei quali Israele è di fatto un alleato nel confronto con l’Iran e i paesi sciiti. E di non suscitare allarmi, che per ora sarebbero infondati, anche fuori dal Medio Oriente, dove la maggioranza dei paesi, sia pure amici di Israele, ha deplorato le iniziative di Donald Trump su Gerusalemme e il Golan. Il sottofondo annessionista accompagna tuttavia Israele alle urne.
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