Akli Baladi (Mangio Locale) o Slow Food in Palestina
La gastronomia è una parte essenziale dell’identità di ciascuno, noi italiani ne sappiamo qualcosa. Diventa ancora più importante quando la propria identità viene negata e il proprio paese scompare dalle cartine geografiche.
È la storia dei Palestinesi, diventati “Arabi” d’Israele, e della loro cucina chiamata Libanese, Giordana, Siriana, Israeliana… ma non Palestinese. Invece una popolazione e una cucina Palestinese esistono eccome, e anche una terra, che diventa sempre più stretta, bucherellata e interrotta. Nonostante ciò, questa terra e i suoi contadini conservano tradizioni locali di un cibo buono e genuino: pane e moajanat fatti con grano locale, la conoscenza delle erbe selvatiche e delle loro preparazioni, lo squisito knafeh fatto con miele e formaggio di capra, lo zaatar di origano, timo, sumac e sesamo che accompagna il pane, l’olio e le olive, le melanzanine battiri ripiene conservate sott’olio…

Il prodotto che meglio rappresenta la Palestina è però l’olio d’oliva, proveniente da ulivi coltivati su terrazzamenti che disegnano da secoli questi paesaggi. Gli ulivi costituiscono la fierezza dei contadini ma al tempo stesso uno dei loro più grandi drammi: gli ulivi sono sempre più spesso sradicati, tagliati o perfino avvelenati dai coloni degli insediamenti illegali israeliani. I contadini hanno accesso alle terre che si trovano nei pressi delle colonie soltanto tre giorni l’anno, durante il periodo della raccolta, che devono fare di corsa e sotto la minaccia costante di aggressioni. Per questo alcuni di loro si sono organizzati e accolgono ogni anno volontari da tutto il mondo, che aiutano con la raccolta ma soprattutto vigilano sulle aggressioni. È il caso di Doha, contadina palestinese resistente, che ha presentato la sua storia e le sue ricette a Terra Madre 2018.
Durante la nostra recente visita nei territori Palestinesi occupati abbiamo iniziato a valutare con alcuni produttori di Qira la possibilità di creare un Presidio Slow Food dell’olio d’oliva palestinese, che prenda in considerazione la qualità ma anche il paesaggio (ulivi antichi, terrazzamenti), un po’ come quello italiano. La speranza è quella di stabilire connessioni tra le comunità dei produttori con quelle palestinesi e favorire scambio e supporto tecnico. Fareed Taamallah, produttore palestinese, giornalista e membro di Slow Food Ramallah, testimonia: “L’olivo è visto da molti palestinesi come un simbolo di appartenenza e connessione alla terra, in particolare a causa della sua crescita lenta e longevità. Poiché gli alberi sono resistenti alla siccità e crescono in terreni poveri, rappresentano la resistenza e la resilienza dei palestinesi. Il fatto che gli ulivi vivano e portino frutti per migliaia di anni ricorda la storia palestinese e la sua continuità su questa terra. I palestinesi sono orgogliosi dei loro ulivi e se ne prendono cura con devozione “. La rete Slow Food in Palestina, riunita a Ramallah il 3 febbraio, scommette sulla realizzazione di un evento Slow Olive per il 2020, con l’idea di essere pronti per lanciare il Presidio e accogliere altri produttori del Mediterraneo.

Nell’alta Valle del Giordano, nel villaggio di El-Jiftlek situato in zona C, quella degli insediamenti israeliani, abbiamo lavorato con i produttori di datteri coinvolti nel progetto della Fondazione Giovanni Paolo II, anche comunità Slow Food. Le difficoltà da queste parti sono poco immaginabili. L’acqua che sta finendo (ne avevamo scritto già due anni fa in questo articolo) e le continue incursioni israeliane rendono arduo proiettarsi nel futuro e prendersi cura della terra. Il vuoto lasciato dalle istituzioni (Israele ha il controllo amministrativo e militare di tutta la zona C, che costituisce più del 60% dei Territori occupati), in agricoltura è stato preso dall’industria agrochimica, che raccomanda (tra l’altro) di diserbare abbondantemente con RoundUp sotto le palme. È con l’aiuto di Saad Dagher, agronomo locale considerato il “padre dell’agroecologia” in Palestina, che stiamo supportando le buone pratiche di alcuni produttori perché queste si estendano a macchia d’olio. Con i contadini funziona così: se il metodo del mio vicino è valido, allora lo adotto anch’io. L’ultima tappa nei Territori Palestinesi occupati è stata alla Oum Suleyman farm, orto collettivo nei pressi di Bil’in, che meglio di ogni altro luogo trasmette un’idea di Presidio: il terreno si trova su una collina di fronte a una colonia illegale israeliana che cresce a vista d’occhio, presentandosi come una cittadella di palazzoni mangia-terra. La terra è ovviamente quella dei contadini Palestinesi, impotenti di fronte al furto inarrestabile di terre.

Alla Oum Suleyman farm si pratica un’agricoltura supportata dalla comunità (Community Supported Agriculture-CSA): a Ramallah una trentina di famiglie comprano in anticipo i panieri di prodotti che settimanalmente arrivano dalla fattoria. L’iniziativa, nata da un gruppo di giovani attivisti locali che si batte per la terra, per la biodiversità e per una vita dignitosa nei Territori Palestinesi, si sta espandendo ai contadini della zona, che trovano nella CSA uno sbocco alle loro produzioni su piccola scala di verdure. È possibile visitare, lavorare e supportare l’iniziativa contattando Hostel In Ramallah.

La situazione per gli agricoltori palestinesi è difficile e non ha eguali. Eppure, nonostante le sfide che affrontano, resistono. Con Slow Food e altre organizzazioni locali e internazionali, molti agricoltori hanno iniziato a organizzarsi nonostante i confini che sono stati loro imposti. Oltre al muro e dietro ai posti di blocco, le persone stanno trovando modi per collaborare e resistere, prendendosi cura della terra palestinese e della sua biodiversità.
Nazarena Lanza
Slow Food, coordinatrice per i paesi del nord Africa e Medio O
Slow Food, coordinatrice per i paesi del nord Africa e Medio O

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