i James Carroll Il giorno del giudizio aggiornato

Il giorno del giudizio aggiornato




Il mese scorso l’Amministrazione Nazionale della Sicurezza Nucleare (già Commissione per l’Energia Atomica) ha annunciato che una nuova generazione di armi nucleari strategiche era uscita dalla catena di montaggio della sua fabbrica di armi nucleari Pantex,  nel territorio del “manico” del Texas. Tale testata, la W76-2, è progettata per essere adattata al missile Trident lanciato da sottomarini, un’arma con una gittata di più di 7.500 miglia. A settembre un numero non rivelato di testate sarà consegnato alla Marina per il dislocamento.
Ciò che rende nuova questa particolare bomba atomica è il fatto che ha una carica molto meno distruttiva dei mostri termonucleari contenuti da decenni nel Trident; non l’equivalente di circa 100 chilotoni di TNT, come in precedenza, ma di cinque chilotoni. Secondo Stephen Young, dell’Unione degli Scienziati Allarmati, la W76-2 produrrà “solo” circa un terzo della potenza devastante dell’arma che l’Enola Gay, un bombardiere B-29 statunitense, sganciò su Hiroshima il 6 agosto 1945. Tuttavia quello stesso ridotto potere di devastare è precisamente ciò che rende quest’arma nucleare potenzialmente la più pericolosa mai fabbricata. Esaudendo la ricerca dell’amministrazione Trump di “flessibilità” della conduzione della guerra nucleare, non è progettata come deterrente contro un altro paese che lanci le sue armi atomiche; è progettata per essere usata. Questa è l’arma che potrebbe rendere concepibile quanto precedentemente “inimmaginabile”.
Ci sono da lungo tempo armi nucleari a “basso potenziale” negli arsenali delle potenze nucleari, anche su missili da crociera, “bombe aeree” (trasportate da aerei) e persino proiettili nucleari d’artiglieria, armi progettate come “tattiche” e intese da usarsi ai margini di uno specifico campo di battaglia o in un teatro di guerra regionale. La grande maggioranza di esse, tuttavia, è stata eliminata nell’ambito della riduzione delle armi nucleari che ha fatto seguito alla Guerra Fredda, un ridimensionamento da parte sia degli Stati Uniti, sia della Russia, che fu tacitamente accolto con un sospiro di sollievo dai comandanti di campo, quelli concretamente responsabili dell’uso potenziale di tali armamenti che comprendevano la loro assurdità autodistruttiva.
Classificare alcune armi come “a basso potenziale” in base alla loro energia distruttiva è sempre dipeso da una distinzione che la realtà rendeva priva di significato (una volta tenuto conto della radioattività e della ricaduta radioattiva, assieme alla scarsa probabilità che fosse usata una sola di tali armi). In realtà l’eliminazione delle atomiche tattiche ha costituito un duro scontro con la ferrea legge dell’intensificazione, un’altra idea del comandante: che qualsiasi uso di una simile arma contro un armato parimenti armato avrebbe probabilmente scatenato una catena di intensificazione nucleare il cui punto finale era praticamente inimmaginabile. Una parte non avrebbe mai subito un colpo senza reagire per le rime, avviando un processo che poteva rapidamente determinare una spirale verso uno scambio apocalittico. La “guerra nucleare limitata”, in altre parole, era una fantasia da pazzi e gradualmente finì per essere riconosciuta come tale. Non più, purtroppo.
Diversamente dalle armi tattiche, le armi nucleari strategiche intercontinentali erano progettate per attaccare direttamente la patria distante di un nemico. Fino ad ora la loro estrema potenza distruttiva (moltissime volte maggiore di quella inflitta a Hiroshima) aveva reso impossibile immaginare scenari credibili per il loro uso che fossero praticamente, per non dire moralmente, accettabili. E’ stato esattamente per rimuovere tale impedimento pratico – quello morale sembrava non contare – che l’amministrazione Trump ha recentemente avviato il processo di ritiro dal Trattato sulle Armi Nucleari a Medio Raggio della Guerra Fredda facendo uscire una nuova arma “limitata” dalla catena di montaggio e in tal modo alterando il sistema Trident. Con questi atti ci sono pochi dubbi che l’umanità stia entrando in una pericolosa seconda era nucleare.
Il pericolo sta nel modo in cui un impedimento durato settant’anni che indubbiamente ha salvato il pianeta è potenzialmente accantonato in un nuovo mondo di atomiche apparentemente “usabili”. Naturalmente un’arma con un terzo del potere distruttivo della bomba sganciata su Hiroshima, dove morirono 150.000 persone, potrebbe uccidere 50.000 persone in un attacco simile, prima che inizi l’intensificazione. Di tali atomiche l’ex Segretario di Stato George Shultz, che fu al fianco del presidente Ronald Reagan quando i negoziati per il controllo della fine delle armi della Guerra Fredda toccarono il picco, ha affermato: “Un’arma nucleare è un’arma nucleare. Ne usi una piccola e poi passi a una più grande. Penso che le armi nucleari siano armi nucleari e che dobbiamo fissare il confine lì”.

Quanto prossimi alla mezzanotte?
Finora è stata un’anomalia dell’era nucleare che alcuni dei più fieri critici di tali armamenti provengano da quelle stesse persone che li anni creati. Il simbolo di ciò è il Bollettino degli Scienziati Atomici, una rivista bimestrale fondata dopo il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki da scienziati veterani del Progetto Manhattan, che crearono le prime armi nucleari. (Oggi patrocinatori di quella rivista comprendono 14 Premi Nobel). A partire dal 1947 la copertina del Bollettino ha costituito annualmente una specie di allarme nucleare, presentando un cosiddetto Orologio dell’Apocalisse, con la lancetta dei minuti che si avvicina alla “mezzanotte” (definita come il momento della catastrofe nucleare).
In quel primo anno la lancetta era posta a sette minuti dalla mezzanotte. Nel 1949, dopo che l’Unione Sovietica aveva acquisito la sua prima bomba atomica, avanzò a tre minuti dalla mezzanotte. Negli anni è stata aggiornata ogni gennaio per registrare i livelli di aumento e diminuzione del rischio nucleare. Nel 1991, dopo la fine della Guerra Fredda, fu riportata indietro a 17 minuti e poi, per alcuni anni pieni di speranza, l’orologio sparì del tutto.
E’ tornato nel 2005, a sette minuti dalla mezzanotte. Nel 2007 gli scienziati hanno cominciato a inserire il degrado climatico nella valutazione e le lancette si sono inesorabilmente spostate in avanti. Nel 2018, dopo un anno di Donald Trump, ha toccato i due minuti dalla mezzanotte, un allarme acuto inteso a segnalare un ritorno al maggiore pericolo di sempre: il livello di due minuti raggiunto in precedenza solo una volta, 65 anni prima. Il mese scorso, nel giro di giorni dall’annunciata produzione della prima W76-2, è stata rivelata la copertina del Bollettino per il 2019, ancora a quel disperato livello di due minuti, cioè l’orlo del baratro.
Per comprendere appieno quando sia oggi precaria la nostra situazione, il Bollettino degli Scienziati Atomici ci invita implicitamente a tornare a quell’altro momento di due minuti prima della mezzanotte. Se la produzione di una nuova arma nucleare a basso potenziale segna una decisiva svolta all’indietro verso il rischio, si consideri un’ironia che l’ultimo momento simile riguardò la produzione del genere estremamente opposto di bomba atomica: una “super” arma, come fu allora chiamata, cioè una bomba all’idrogeno. Fu nel 1953 e quella che può essere stata la più fatale svolta nella storia del nucleare finora era appena avvenuta.
Dopo che i sovietici avevano fatto esplodere la loro prima bomba atomica nel 1949, gli Stati Uniti si imbarcarono in un programma intensivo per costruire un’arma nucleare molto più potente. Essendo stato smantellata dopo la Seconda Guerra Mondiale, la fabbrica Pantex fu riattivata e da allora è la principale fonte delle atomiche statunitensi.
La bomba atomica è un’arma a fissione, cioè i nuclei degli atomi sono scissi in parti la cui somma totale pesa meno degli atomi originali, con la differenza trasformata in energia. Una bomba all’idrogeno usa l’intenso calore generato da tale “fissione” (di qui il termine termonucleare) come innesco per una “fusione”, o combinazione di elementi enormemente più potente che determina una perdita di massa ancora maggiore trasformata in energia esplosiva di un genere in precedenza inimmaginabile. Una bomba H genera una potenza esplosiva pari da 100 a 1.000 volte la potenza distruttiva della bomba di Hiroshima.
Considerato il genere di potenza che gli umani un tempo immaginavano solo nelle mani degli dei, ex scienziati chiave del Progetto Manhattan, tra cui Enrico Fermi, James Conant e J. Robert Oppenheimer, si opposero con fermezza allo sviluppo di una simile nuova arma in quanto minaccia potenziale alla specie umana. La Super Bomba sarebbe stata, nelle parole di Conant, “genocida”. Seguendo la guida di tali scienziati, membri della Commissione per l’Energia Atomica raccomandarono – con un voto di tre contro due – contro lo sviluppo di tale arma a fusione, ma il presidente Truman ordinò che fosse prodotta ugualmente.
Nel 1952, con l’approssimarsi del primo esperimento della bomba H, scienziati atomici ancora allarmati proposero che l’esperimento fosse dilazionato indefinitamente per evitare una catastrofica “super” competizione con i sovietici. Suggerirono che fosse attuato un approccio con Mosca per limitare reciprocamente lo sviluppo termonucleare alla sola ricerca, non alla reale sperimentazione, di tale armamento, specialmente poiché nulla di ciò poteva essere realmente fatto in segreto. L’esplosione sperimentale di una bomba a fusione sarebbe prontamente identificabile dall’altra parte, che potrebbe allora procedere con il proprio programma di sperimentazione. Gli scienziati sollecitarono Mosca e Washington a tracciare il genere di limite del controllo delle armi che le due nazioni avrebbero in effetti concordato molti anni dopo.
All’epoca gli Stati Uniti avevano l’iniziativa. Una corsa incontrollata agli armamenti con la potenziale accumulazione di migliaia di tale armi da entrambe le parti non era ancora realmente iniziata. Nel 1952 gli Stati Uniti contavano un arsenale nucleare di poche centinaia; l’Unione Sovietica di dozzine. (Anche tali cifre, naturalmente, offrivano già una visione di una guerra globale da Giorno del Giudizio). Il presidente Truman valutò la proposta di posporre indefinitamente la sperimentazione. Fu allora sostenuto da figure quali Vannevar Bush, che dirigeva l’Ufficio della Ricerca e dello Sviluppo Scientifico, che aveva sovrinteso al Progetto Manhattan del tempo di guerra. Scienziati come lui aveva già colto la lezione che sarebbe solo lentamente divenuta chiara ai decisori della politica: che ogni progresso del potenziale atomico di una delle superpotenze avrebbe inesorabilmente indotto l’altra a pareggiarlo, ad infinitum. Il titolo del romanzo bestseller di James Jones di quel momento colse perfettamente quel sentimento: Da qui all’eternità.
Negli ultimi giorni della sua presidenza, tuttavia, Truman decise contro tale indefinita dilazione dell’esperimento; contro, cioè, una pausa dell’impeto dell’accumulazione delle atomiche che avrebbe potuto ben cambiare la storia. Il 1° novembre 1952 la prima bomba H – “Mike” – fu fatta esplodere su un’isola del Pacifico. Aveva una potenza 500 volte più letale della bomba che aveva cancellato Hiroshima. Con una palla di fuoco vasta più di tre miglia non solo distrusse la struttura a tre piani costruita per ospitarla, ma anche l’intera isola di Elugelab così come parti di numerose isole vicine.
In questo modo ebbe inizio l’era termonucleare e la catena di montaggio di quella stessa fabbrica Pantex cominciò realmente a ronzare. Meno di dieci anni dopo gli Stati Uniti avevano 20.000 atomiche, prevalentemente bombe H; Mosca meno di 2.000. E tre mesi dopo quel primo test, il Bollettino degli Scienziati Atomici spostò la lancetta del suo orologio ancora nuovo a due minuti prima della mezzanotte.

Una versione del mondo da Teoria del Pazzo
Può sembrare controintuitivo paragonare la produzione di quella che è chiamata una “mini atomica” alla creazione di quella “super” quasi sei decenni fa ma, onestamente, quale significato può realmente avere “mini” quando parliamo di guerra nucleare? Il punto è che, come nel 1952, così nel 2019 un’altra soglia di definizione di un’era è attraversata nella stessa fabbrica di armi nelle alture del Texas Panhandle dove sono stati creati tanti strumenti da incubo. Ironicamente, poiché la bomba H è stata alla fine compresa essere precisamente quella che gli scienziati dissenzienti avevano affermato fosse – un’arma genocida – la pressione contro il suo utilizzo si è dimostrata insormontabile durante quasi quattro decenni di feroce ostilità Est-Ovest. Oggi la W76-2 montata su Trident potrebbe bene avere un effetto diverso, il suo primo atto di distruzione essendo potenzialmente la cancellazione del duraturo tabù post Hiroshima e Nagasaki contro l’uso dell’atomica. In altri termini, tanti anni dopo che l’isola di Elugelab fu spazzata via dalla faccia della terra, l’”arma assoluta” è alla fine normalizzata.
Con il presidente Trump che cancella la base della “teoria del pazzo” di Richard Nixon – la convinzione dell’ex presidente che un avversario doveva temere che un leader statunitense fossa tanto instabile da premere effettivamente il pulsante nucleare – che cosa si deve fare? Di nuovo, gli scienziati scettici dell’atomica che hanno afferrato i problemi essenziali del dilemma nucleare con chiarezza cristallina per tre quarti di secolo stanno indicando la via. Nel 2017 l’Unione degli Scienziati Allarmati, insieme con i Fisici per la Responsabilità Sociale, ha lanciato Back from the Brink: The Call to Prevent Nuclear War [Indietro dal baratro: l’appello per prevenire la guerra nucleare] “un’iniziativa nazionale della base per cercare di cambiare in misura fondamentale la politica statunitense sulle armi nucleari e trarci dal pericoloso percorso sul quale ci troviamo”.
Coinvolgendo una vasta coalizione di organizzazioni civiche, municipalità, gruppi religiosi, educatori e scienziati, mira a esercitare pressioni su organi governativi a ogni livello, a sollevare il problema nucleare in ogni sede e a impegnare un gruppo sempre più vasto di cittadini a premere per il cambiamento della politica nucleare statunitense. Back From the Brink formula cinque richieste, molto necessarie in un mondo nel quale gli Stati Uniti e la Russia si stanno ritirando da un trattato chiave dell’era della Guerra Fredda con un maggiore potenziale a venire, tra cui il patto New START che scade tra due anni. Le cinque richieste sono:
  • No all’utilizzo di atomiche per primi. (La senatrice Elizabeth Warren e il deputato Adam Smith hanno solo di recente proposto una Legge Contro il Primo Uso in entrambi i rami del Congresso per impedire che Trump e presidenti futuri avviino una guerra nucleare).
  • Fine dell’autorità incontrollata del lancio da parte del presidente. (Il mese scorso il senatore Edward Markey e il deputato Ted Lieu hanno ripresentato una proposta di legge che attuerebbe esattamente questo).
  • No a pulsanti nucleari.
  • No all’infinito rinnovamento e sostituzione dell’arsenale (che gli Stati Uniti oggi conducono al ritmo di forse 1,6 trilioni di dollari in tre decenni).
  • Sì a un accordo di abolizione tra stati dotati di armi nucleari.
Queste richieste spaziano dal breve termine realizzabile al lungo termine sperato, ma come gruppo definiscono quale dovrebbe essere un realismo intelligente nella nuova versione di Donald Trump della nostra interminabile era nucleare.
Nell’imminente stagione della politica presidenziale, la questione nucleare appartiene al primo posto dell’agenda di ogni candidato. Appartiene al centro ogni sede e al cuore delle decisioni di ogni elettore. E’ necessaria un’azione prima che la W76-2 e quelle che le succederanno insegnino a un pianeta post Hiroshima che cosa è veramente la guerra nucleare.
James Carroll, collaboratore regolare di TomDispatch ed ex giornalista del Boston Globe è autore di venti libri, più di recente il romanzo The Cloister (Doubleday). La sua storia del Pentagono, House of War, ha vinto il Premio PEN-Galbraith. Le sue memorie, An America Requiem, hanno vinto il National Book Award. E’ membro dell’Accademia Statunitense delle Arti e delle Scienze.
Questo articolo è apparso in origine su TomDispatch.com, un blog del Nation Institute che offre un flusso costante di fonti, notizie e opinioni alternative di Tom Engelhardt, a lungo direttore di edizione, co-fondatore dell’American Empire Project, autore di ‘The End of Victory Culture’ e di un romanzo, ‘The Last Days of Publishing’. Il suo libro più recente è ‘A Nation Unmade by War’ (Haymarket Books).  

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/doomsday-redux/
Originale: TomDispatch.com

traduzione di Giuseppe Volpe

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