Hossam Shaker L’ideologia della “Nakba 2.0” di Benny Morris
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- L’ideologia della “Nakba 2.0” di Benny Morris
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2 febbraio 2019 Middle East Monitor
Benny
Morris sa benissimo cosa significhi il termine “Nakba”. Tuttavia non
pare avere alcun problema a ripeterla, considerandola più adeguata per
il XXI^ secolo e, di fatto, un obbligo. Come si può dedurre dalle sue
parole, questa dovrebbe essere la “Nakba 2.0” – che sarà una versione
più intelligente e più decisiva della prima, avvenuta in Palestina
durante la guerra del 1948.
Morris,
uno dei più illustri storici israeliani, è famoso per aver riesaminato
documenti d’archivio sull’espulsione forzata dei palestinesi. Tuttavia
ha smesso di utilizzare il termine “pulizia etnica” per riferirsi alla
Nakba, che ha trasformato in profughi la maggior parte dei palestinesi.
Il suo lavoro – insieme a quello di altri pensatori noti come “Nuovi
Storici”- ha contribuito a smentire la propaganda israeliana, che ha
messo in circolazione affermazioni relative ai rifugiati palestinesi e
all’espulsione di massa del popolo palestinese.
Tuttavia
Morris non ha espresso posizioni di principio. Ha invece rifiutato
quello che è successo solo da un punto di vista specifico, che ha deciso
di rivelare in seguito, quando ha sostenuto che la pulizia etnica non
era terminata. In ciò differisce dall’ altro suo collega che ha mostrato
una posizione di principio e un impegno morale, come Ilan Pappé, autore
di “Ethnic Cleansing of Palestine” (2006) [“La pulizia etnica della
Palestina”, Fazi, 2008, ndtr.]
Benny
Morris ha fatto un’apparizione pubblica nel XXI^ secolo con una palese
tendenza di estrema destra. Oggi parla come se fosse una guida
ideologica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questa
tendenziosità politica ha un enorme significato. Attualmente Morris sta
facendo uso della sua competenza e reputazione come illustre storico per
giustificare la pulizia etnica dei palestinesi attraverso la
sottovalutazione del processo o considerandolo come una necessità per
l’esistenza dello Stato di Israele. Morris ritiene che l’espulsione
forzata o la pulizia etnica non siano così negative come il mondo e i
sostenitori di diritti umani, valori, principi e trattati pensano che
sia. Secondo lui, l’unica alternativa a questa scelta è il genocidio.
Morris
esprime crescente preoccupazione esistenziale riguardo al “destino di
Israele”. Tuttavia la preoccupazione in questo caso pare essere
semplicemente una scusa astuta per giustificare il comportamento
definitivo che le élite dominanti desiderano adottare riguardo al popolo
palestinese, senza prendere in considerazione considerazioni etiche.
Quando si tratta della questione “essere o non essere”, ignorare i
valori e negare gli obblighi diventa per tali persone una scelta
ragionevole.
La
giustificazione di Morris è la migliore interpretazione delle
dichiarazioni che terrorizzano gli israeliani e che sono state esposte
dal settantenne storico a gennaio durante un’intervista con Haaretz
[giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.]. In quell’intervista –
intitolata “Questo posto è destinato ad affondare e gli ebrei rimarranno
una minoranza perseguitata e potrebbero scappare negli USA” – Morris è
stato molto pessimista nelle sue previsioni. Ha detto che “questo posto
(Israele) sarà un paese mediorientale al collasso con una maggioranza
araba e gli ebrei rimarranno come una piccola minoranza all’interno di
un grande mare arabo di palestinesi. Una minoranza soggetta
all’oppressione o al massacro.”
Morris
ha scelto di lanciare il suo avvertimento contro questo terribile
destino in occasione del suo pensionamento dalla vita accademica.
Tuttavia è un modo consueto di ravvivare il senso israeliano di pericolo
esistenziale, che è una tipica premessa ai discorsi di mobilitazione
israeliani che incitano ad azioni risolute e crudeli contro l’origine
della minaccia, rappresentata dal popolo palestinese sottoposto ad
occupazione e non, per esempio, dalle “armi chimiche di Saddam Hussein
(l’ex presidente iracheno)” o dall’ “Olocausto (dell’ex presidente
iraniano Mahmoud) Ahmadinejad,” o dalla “bomba iraniana.” Questo
discorso quindi corrisponde alla crescente retorica fascista nelle
posizioni dei dirigenti israeliani.
Le
conclusioni di Morris sembrano ideali da adottare per l’élite dominante
estremista israeliana per scatenare una campagna finale contro il
popolo palestinese – oltre a tutto quello che finora è stato commesso –
con il pretesto che “se noi non uccidiamo loro, loro uccideranno noi.”
Nell’intervista
Benny Morris ha disegnato un quadro mostruoso dei palestinesi senza
osare descriverli come umani, proprio come ogni politico e militare
israeliano. Questo è assolutamente adeguato per giustificare il fatto di
ucciderli e incolparli del loro stesso destino. Morris non è solo uno
storico, è anche un brillante sostenitore dell’espulsione forzata e
della pulizia etnica. Ha chiaramente espresso ciò durante un’intervista
con Ari Shavit su Haaretz nel 2004, quando ha detto: “Lo Stato ebraico
non avrebbe potuto nascere fino a quando 700.000 palestinesi non vennero
cacciati. È stato quindi necessario espellerli.”
L’impressione
che si ricava dalle successive posizioni di Morris nel corso degli anni
è che il fatto di non aver completato il compito di fare una pulizia
etnica contro il popolo palestinese sia stato un grave errore.
Come
storico è più probabile che comprenda che la sopravvivenza di popoli
indigeni nel loro Paese, senza il loro totale sterminio o la loro
espulsione, ha portato alla fine di ogni occupazione coloniale a cui il
mondo ha assistito in precedenza. Ciò è dovuto al fatto che cercare di
stabilire il controllo assoluto su un altro popolo e sottometterlo al
potere di un’occupazione militare non è stata una scelta razionale nel
passato. Come potrebbe avere successo ora? Morris lo esprime attraverso
chiari indicatori demografici, che descrivono la crescente popolazione
palestinese nella Palestina mandataria (27.000 km2,
di cui la Cisgiordania costituisce solo un quinto) a un ritmo superiore
di quello degli ebrei israeliani, nonostante tutti i tentativi
generosamente finanziati e incessanti di fondare colonie illegali.
Il
problema demografico di Morris non si limita alla Cisgiordania occupata
e alla Striscia di Gaza assediata. Invece sembra essere evidentemente
angosciato dai palestinesi a cui è stata concessa a forza la
cittadinanza israeliana dopo la Nakba – i cosiddetti “arabo-israeliani” o
“palestinesi cittadini di Israele” – e questa sensazione è condivisa da
alcuni ministri del governo di Netanyahu. Morris arriva a utilizzare
espressioni umilianti che lo rivelano come un razzista. Considera la
maggior parte del popolo palestinese con un atteggiamento arrogante, che
non contempla la logica dei diritti e della giustizia.
Morris
appare come un individuo nel mezzo di una trincea ideologica, che
utilizza la propria posizione accademica ed espressioni scientifiche a
favore di un progetto di occupazione inconsueto in questo mondo. Ha
riconosciuto le proprie inclinazioni politiche di destra e è sembrato
persino entusiasta di Netanyahu, solo due mesi prima delle elezioni
politiche del 9 aprile.
Quello
che deliberatamente Morris non menziona è che il governo di Netanyahu –
che include coloni e personaggi noti per il loro fascismo – ha già
incluso nel proprio programma l’espulsione forzata di palestinesi da
alcune città. Ciò riguarda almeno l’Area C della strategicamente
importante Cisgiordania, come Khan Al-Ahmar, un villaggio beduino che si
trova ad est di Gerusalemme e che è stato ripetutamente previsto di
demolire, solo per fare un esempio. I politici israeliani, compreso il
dimissionario ministro della Difesa Avigdor Lieberman, hanno tentato di
incitare all’espulsione forzata del popolo beduino. A novembre Netanyahu
ha annunciato: “Khan Al-Ahmar sarà evacuato molto presto. Non vi dirò
quando, ma preparatevi a questo,” ma il problema è che la messa in
pratica dell’espulsione forzata in questa zona strategica non sarà una
passeggiata.
I
palestinesi di Khan Al-Ahmar restano determinati, nonostante le dure
condizioni di vita che vengono loro imposte. Hanno lanciato una lotta
civile che ha raggiunto il resto del mondo, che in cambio li ha
appoggiati. Continuano ad aggrapparsi al luogo che le autorità occupanti
vogliono destinare all’espansione delle colonie e a rafforzare il
controllo sulle terre che dovrebbero rimanere libere da palestinesi. Le
autorità israeliane agiscono allo stesso modo anche con circa 45
villaggi palestinesi che non sono riconosciuti nella regione del deserto
del Negev. Spesso ne distruggono qualcuno per cercare di espellerne gli
abitanti, come a Al-Araqeeb e a Umm Al-Hiran. Nel contempo la città
settentrionale di Umm
Al-Fahm, occupata nel 1948 insieme alla sua popolazione palestinese, è
stata sottoposta per decenni a successive minacce di deportazione di
massa.
Più
in generale, il governo israeliano continua a perseguire la sua
politica di lenta e silenziosa deportazione forzata, che si basa
sull’espansione delle colonie, sulle restrizioni alla vita dei
palestinesi, sulla confisca delle terre, sul controllo delle risorse
idriche ed economiche e sull’intensificazione delle restrizioni sulle
costruzioni residenziali e sull’urbanizzazione. Israele ha anche
provocato problemi per loro con quotidiane campagne di arresti e il gran
numero di posti di controllo che separano città e villaggi le une dagli
altri, oltre al “muro di separazione” costruito attraverso la
Cisgiordania, che le autorità occupanti hanno continuato a costruire
nonostante le obiezioni del resto del mondo sulla sua costruzione,
comprese l’Assemblea generale delle Nazioni Unite e la Corte
Internazionale di Giustizia (CIG).
I
dirigenti politici israeliani stanno monitorando l’influenza di queste
condizioni sui palestinesi in Cisgiordania, come il parlamentare della
Knesset Bezalel Smotrich, che sta seguendo con grande interesse come
ogni anno la situazione dell’occupazione obblighi circa 20.000
palestinesi della Cisgiordania ad andarsene. Tuttavia sta anche
scommettendo sulle tendenze per risolvere la situazione demografica,
parlando del 30% della popolazione della Cisgiordania che desidera
emigrare, cioè, è più probabile che venga allontanata con maggiori
fattori di spinta.
Questi
politici che hanno una posizione compulsiva non sono soddisfatti nel
vedere le conseguenze delle politiche di occupazione. Stanno piuttosto
spingendo per una situazione finale decisiva senza il popolo palestinese
sulla sua terra. Smotrich e i suoi colleghi del partito “Casa Ebraica”
[partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] nel settembre 2017 hanno
adottato un “piano decisivo” che, secondo loro, sarebbe “meno costoso”
delle guerre di Israele ogni qualche anno. Il piano chiede la cacciata
di un gran numero di palestinesi dal loro Paese e l’intensificazione
delle colonie in Cisgiordania, come l’intento di “determinare un fermo
ed eterno destino” in uno Stato che dovrebbe essere solo ebraico, così
come un atteggiamento deciso da parte delle autorità e dell’esercito
israeliano nei confronti di tutti quelli che rifiutano l’occupazione.
Questo
progetto fascista riceve un appoggio ideologico anche da siti
“accademici”, come suggerito dalle affermazioni di Benny Morris, che
formula pareri sufficienti a far suonare campane d’allarme in tutto il
mondo. Per esempio, egli sottovaluta centinaia di massacri commessi
dalle forze sioniste durante la Nakba – come quello di Deir Yassin nei
pressi di Gerusalemme – che è particolarmente simbolico nella memoria
collettiva del popolo palestinese. Pensa anche che l’espulsione forzata
sia un’opzione meno pesante dello sterminio.
Le
affermazioni scorrette di Morris non sono slegate da importanti
sviluppi. Di fatto Morris parla mentre al potere c’è un presidente USA
“scelto da dio per questo ruolo”, come la portavoce della Casa Bianca
Sarah Sanders ha detto alla CBN in gennaio. Questa è una definizione
coerente con l’opinione di circoli USA e israeliani, che vedono il
presidente Donald Trump come “un inviato dal cielo per Israele”. A
differenza dei suoi predecessori, Trump ha dichiarato Gerusalemme
capitale di Israele ed ha trasferito là l’ambasciata USA. I suoi
collaboratori stanno partecipando ad attività pubbliche di
colonizzazione e la sua amministrazione sta cercando di affamare e
impoverire i profughi palestinesi e di spingerli ad emigrare riducendo
le risorse UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.]. Sotto
il suo governo la Knesset [il parlamento, ndtr.] israeliana ha anche
approvato la legge dello Stato Nazione, che esprime le tendenze razziste
nelle posizioni dei decisori politici israeliani.
Benny
Morris concorda con queste tendenze con il suo tono prevenuto persino
con i palestinesi, che rappresentano circa un quarto della popolazione
del suo Paese e la cui nazionalità è stata loro imposta a forza e che
non hanno posto nell’identità o nella cultura di questo Stato in base
alla stessa legge razzista. Lo storico svolge il suo lavoro ideologico
in un Paese che rifiuta di definire i propri confini. Alcuni dei suoi
dirigenti politici sono impazienti di intraprendere campagne definitive
di pulizia etnica, e, chissà, qualcuno a Washington, commentando la
“Nakba 2.0”, potrebbe dire “dio lo vuole!”
Le
opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono
necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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