Umberto De Giovannangeli L'Isis in Siria si è riorganizzato, a Manbij è partita la fase due
'Isis in Siria si è riorganizzato, a Manbij è partita la fase due (di U. De Giovannangeli)
Hanno riorganizzato le fila. Ridistribuito le forze e ridisegnato la
catena di comando militare. In Africa hanno rinsaldato i legami con i
gruppi jihadisti più radicati sul territorio (come gli al-Shabaab autori
del sanguinoso attacco a Nairobi) mentre in Siria sono passati alla
fase 2: quella della resistenza di lungo periodo, senza l'ambizione di
poter riconquistare nel breve città perdute come Raqqa, ma attrezzandosi
per avere l'egemonia nel variegato arcipelago jihadista che si oppone
al regime di Bashar al-Assad e a suoi decisivi alleati iraniani. È
l'Isis 2.0. Una riorganizzazione che va avanti da tempo, che il
presidente Usa Donald Trump (ma non i vertici del Pentagono, a
cominciare da Jim Mattis, che ha fatto seguire alle critiche le sue
dimissioni), ha interpretato come il segno di una avvenuta disfatta.
Fino a ieri. Fino a quando, per la prima volta dall'arrivo dei soldati
americani in Siria quattro anni fa e meno di un mese dall'annuncio di The Donald
di voler ritirare le truppe dal Paese in guerra, un attentato suicida
ha ucciso nel nord, vicino al confine con la Turchia, almeno quattro
militari statunitensi assieme ad alcuni miliziani curdi e una decina di
civili. L'Isis ha rivendicato l'attentato, compiuto a Manbij, città
contesa tra Aleppo e l'Eufrate. L'attacco è stato portato a termine da
un kamikaze nei pressi dell'affollato ristorante "al Umarà" (I
principi), di fronte al quale stazionava un veicolo di una pattuglia
americana, scortata da combattenti curdo-siriani.
Sarah Sanders,
portavoce della Casa Bianca, ha detto che il presidente è stato
informato dell'attacco terroristico: "Il presidente è stato pienamente
informato e continueremo a monitorare la situazione in Siria". E per
Trump la notizia è particolarmente importante non solo per il dolore
causato dalla morte di soldati americani, ma anche perché rappresenta un
colpo molto duro alla strategia dell'amministrazione repubblicana, che
voleva il ritiro dalla Siria in tempi brevi e che ha già iniziato a
muovere i primi mezzi.
Gli Stati Uniti faranno in modo che "l'Isis
non rialzi di nuovo la sua brutta testa", proclama il vicepresidente
Mike Pence, dopo la morte dei soldati statunitensi a Manbij, "Stiamo
riportando le truppe a casa, l'Isis è stato sconfitto. Resteremo nella
regione, resteremo in battaglia per fare in modo che l'Isis non rialzi
di nuovo la sua brutta testa. Proteggeremo - ha detto - le conquiste dei
nostri soldati e dei partner della coalizione". L'Isis è stato
sconfitto, ripete il vice di Trump. Ma le cose non stanno affatto così.
"L'Isis è tutt'altro che finito - e c'è probabilmente una volontà di
molte parti di lasciare quelli che sono rimasti (di jihadisti, ndr) in
modo che possano attaccare i loro nemici per conto loro", dice al
Financial Times un esponente dell'opposizione siriana.
L'obiettivo
dei jihadisti in questa fase non è "controllare le città", spiega uno
sceicco tribale dall'est del Paese. "Quello che stanno facendo è aprire
strade. Devono collegare le loro rimanenti sacche e le cellule dormienti
sparse in tutta la Siria - dal confine meridionale fino a Albu Kamal",
località siriana vicina al confine con l'Iraq. Per lo sceicco, queste
cellule, "potrebbero fungere da nodi per Isis per spostare le forze e
organizzare gli attacchi in tutta la Siria". L'Osservatorio siriano per i
diritti umani, ong con base a Londra che conta su una estesa rete di
attivisti, ritiene che il controllo dell'Isis fosse passato da quasi il
50% del territorio siriano al 3% alla fine dell'anno scorso. Ma negli
ultimi due mesi il controllo dell'Isis è tornato al 3,7% e il gruppo
jihadista ha riconquistato 82 villaggi nel nord-ovest della Siria.
L'Isis sta utilizzando la Turchia come base per riorganizzarsi e per
minacciare nuovamente la sicurezza dell'Europa", è quanto si legge
nell'ultimo report sul terrorismo dei servizi di intelligence olandesi.
"Lo Stato islamico", si legge nella relazione dell'Aivd, "sta cercando
di riprendersi dalle sconfitte subite nell'ultimo periodo in Siria e
Iraq, riorganizzarsi e tornare nelle condizioni di riprendere la propria
battaglia per il controllo della regione".
"Per riconquistare la
forza perduta hanno deciso di utilizzare come base la Turchia che, sin
dallo scoppio della guerra in Siria, è stata il crocevia di numerosi
foreign fighters provenienti da tutto il mondo che volevano arruolarsi
nelle file del Califfato", continua il report che evidenzia come Ankara
sia più impegnata alla lotta contro i curdi turchi e siriani piuttosto
che alla lotta contro il terrorismo islamico. Negli ultimi mesi, esperti
e analisti avevano parlato di un "ritorno dell'Isis" raccontato anche
da due documenti molto dibattuti: uno delle Nazioni Unite e l'altro del
dipartimento della Difesa statunitense.
Entrambi i rapporti
avevano già contraddetto alcune affermazioni del governo Trump
sull'Isis, e avevano sostenuto che lo Stato islamico poteva ancora
contare in Siria e in Iraq su 20-30mila miliziani, tra cui molti foreign
fighters, i combattenti stranieri. Uno dei più grandi rischi
sottolineati dagli esperti è che una minore pressione militare potrebbe
permettere all'Isis di riorganizzarsi, ristrutturarsi e ritornare in
breve tempo a essere quello che era prima, o qualcosa di simile. Non
sarebbe la prima volta. L'Isis, o meglio, il gruppo antenato dell'Isis
era stato dichiarato praticamente sconfitto anche nella seconda metà
degli anni Duemila, quando una precisa strategia di counter-insurgency
adottata dagli Stati Uniti in Iraq aveva spinto molte comunità sunnite
locali a togliere l'appoggio al gruppo, indebolendolo moltissimo. Il
ritiro delle truppe statunitensi dall'Iraq aveva però cambiato di nuovo
le cose e l'ISIS aveva trovato modi, spazi e opportunità per
riorganizzarsi e diventare l'organizzazione terroristica più potente e
ricca del mondo. Fonti militari e di intelligence hanno riferito a
Reuters che, adesso che il sogno di creare un califfato in Medio oriente
è tramontato definitivamente, l'Isis ha mutato la propria strategia,
ricorrendo a una serie di offensive mirate, volte a indebolire il
governo di Baghdad. I terroristi, spiegano le fonti, si stavano già
riorganizzando prima che le autorità irachene decretassero la loro
sconfitta militare nel Paese. In particolare, in seguito alla vittoria
del leader religioso sciita Mutqada al-Sadr alle elezioni parlamentari
dello scorso 12 maggio, c'è stato un aumento nel numero di attacchi e
rapimenti nelle province di Kirkuk, Diyala e Salahuddin, le quali hanno
fatto crescere la pressione sul governo iracheno. I militanti si stanno
concentrando sulle montagne Hemrin, a nord-est del Paese, che si
estendono da Diyala, al confine con l'Iran, attraversando Salahuddin a
nord e Kirkuk a sud, fino ad affacciare sull'autostrada principale
dell'Iraq, che porta a Baghdad. I militari hanno soprannominato tale
area "il triangolo della morte". Secondo fonti militari e di
intelligence locali, in Iraq sarebbero rimasti complessivamente più di
1.000 combattenti, 500 dei quali attivi nelle aree desertiche, mentre il
resto sulle montagne. Altro punto fondante dell'Isis 2.0 è quello della
Jihad globalizzata. Insomma, il mondo come campo di battaglia. La
sconfitta in Siraq ha costretto i comandi militari del Daesh a rivedere i
propri piani, cambiando strategia e puntando ad una Jihad globale che
abbia l'Occidente come teatro di battaglia. In altri termini: come
trasformare una sconfitta territoriale in una minaccia che porta al
cuore dell'Europa.
Lupi solitari più foreign fighters di ritorno.
Ecco allora l'attivazione di cellule "dormienti", l'indicazione ai
"mujahiddin" con passaporto europeo di rientrare a casa per seminare
morte e terrore nel Vecchio continente. Secondo una ricerca condotta da
esperti del Centro di studi strategici Inss di Tel Aviv - di cui
riferisce Haaretz – nel 2018 si sono avuti in vari Paesi al mondo 292
attacchi suicidi che hanno provocato la morte complessivamente di 2.840
persone: l'Isis, malgrado le sue sconfitte militari, è rimasto ancora il
principale protagonista di questo genere di attentati avendone
realizzati direttamente o indirettamente 168, ossia il 57,5 %. In Siria e
in Iraq gli uomini del Califfo non controllano più intere porzioni di
territorio ma continuano a scomparire e ricomparire, come un fenomeno
carsico, colpendo e seminando morte e terrore. Ma nella devastata Siria
si muore anche di fame e di freddo. Le gelide temperature e le dure
condizioni di vita a Rukban, al confine sud occidentale della Siria con
la Giordania, stanno sempre più mettendo a rischio le vite dei bambini.
In solo un mese, almeno 8 piccoli – la maggior parte con meno di 4 mesi e
il più piccolo nato da solo un'ora – sono morti. A lanciare l'allarme è
Geert Cappelaere, direttore regionale di Unicef in Medio Oriente e in
Nord Africa: "A Rukban, dove l'80% delle circa 45.000 persone sono donne
e bambini, il freddo intenso e la mancanza di cure mediche per le madri
prima e durante il parto e per i neonati hanno acuito le già difficili
condizioni di vita per i bambini e le loro famiglie". Allo stesso tempo,
nella Siria orientale, le dure violenze ad Hajin nell'area di
Deir-Ez-Zor hanno causato lo sfollamento di circa 10.000 persone dallo
scorso dicembre. Un viaggio che avrebbe causato la morte di 7 bambini –
molti con meno di un anno di vita. "Senza servizi di assistenza
sanitaria solidi e accessibili, protezione e rifugi – avverte Cappelaere
-, molti altri bambini moriranno giorno dopo giorno a Rukban,
Deir-Ez-Zor e in ogni altro luogo in Siria". Morti "che avrebbero potute
essere evitate". L'Unicef chiede pertanto a tutte le parti in conflitto
e coloro che esercitano un'influenza su di loro di garantire passaggi
sicuri a tutte le famiglie alla ricerca di un luogo sicuro fuori dalle
aree di scontro e di facilitare l'accesso all'assistenza medica
salvavita per i bambini. La richiesta, inoltre, di facilitare
urgentemente l'arrivo di un convoglio umanitario a Rukban con cliniche
sanitarie mobili per distribuire aiuti e servizi salvavita. Per non
dimenticare mai che la Siria resta un inferno in terra. E nell'inferno,
l'Isis 2.0 è a casa sua.
Hanno riorganizzato le fila. Ridistribuito le forze e ridisegnato la
catena di comando militare. In Africa hanno rinsaldato i legami con i
gruppi jihadisti più radicati sul territorio (come gli al-Shabaab autori
del sanguinoso attacco a Nairobi) mentre in Siria sono passati alla
fase 2: quella della resistenza di lungo periodo, senza l'ambizione di
poter riconquistare nel breve città perdute come Raqqa, ma attrezzandosi
per avere l'egemonia nel variegato arcipelago jihadista che si oppone
al regime di Bashar al-Assad e a suoi decisivi alleati iraniani. È
l'Isis 2.0. Una riorganizzazione che va avanti da tempo, che il
presidente Usa Donald Trump (ma non i vertici del Pentagono, a
cominciare da Jim Mattis, che ha fatto seguire alle critiche le sue
dimissioni), ha interpretato come il segno di una avvenuta disfatta.
Fino a ieri. Fino a quando, per la prima volta dall'arrivo dei soldati
americani in Siria quattro anni fa e meno di un mese dall'annuncio di The Donald
di voler ritirare le truppe dal Paese in guerra, un attentato suicida
ha ucciso nel nord, vicino al confine con la Turchia, almeno quattro
militari statunitensi assieme ad alcuni miliziani curdi e una decina di
civili. L'Isis ha rivendicato l'attentato, compiuto a Manbij, città
contesa tra Aleppo e l'Eufrate. L'attacco è stato portato a termine da
un kamikaze nei pressi dell'affollato ristorante "al Umarà" (I
principi), di fronte al quale stazionava un veicolo di una pattuglia
americana, scortata da combattenti curdo-siriani.
Sarah Sanders,
portavoce della Casa Bianca, ha detto che il presidente è stato
informato dell'attacco terroristico: "Il presidente è stato pienamente
informato e continueremo a monitorare la situazione in Siria". E per
Trump la notizia è particolarmente importante non solo per il dolore
causato dalla morte di soldati americani, ma anche perché rappresenta un
colpo molto duro alla strategia dell'amministrazione repubblicana, che
voleva il ritiro dalla Siria in tempi brevi e che ha già iniziato a
muovere i primi mezzi.
Gli Stati Uniti faranno in modo che "l'Isis
non rialzi di nuovo la sua brutta testa", proclama il vicepresidente
Mike Pence, dopo la morte dei soldati statunitensi a Manbij, "Stiamo
riportando le truppe a casa, l'Isis è stato sconfitto. Resteremo nella
regione, resteremo in battaglia per fare in modo che l'Isis non rialzi
di nuovo la sua brutta testa. Proteggeremo - ha detto - le conquiste dei
nostri soldati e dei partner della coalizione". L'Isis è stato
sconfitto, ripete il vice di Trump. Ma le cose non stanno affatto così.
"L'Isis è tutt'altro che finito - e c'è probabilmente una volontà di
molte parti di lasciare quelli che sono rimasti (di jihadisti, ndr) in
modo che possano attaccare i loro nemici per conto loro", dice al
Financial Times un esponente dell'opposizione siriana.
L'obiettivo
dei jihadisti in questa fase non è "controllare le città", spiega uno
sceicco tribale dall'est del Paese. "Quello che stanno facendo è aprire
strade. Devono collegare le loro rimanenti sacche e le cellule dormienti
sparse in tutta la Siria - dal confine meridionale fino a Albu Kamal",
località siriana vicina al confine con l'Iraq. Per lo sceicco, queste
cellule, "potrebbero fungere da nodi per Isis per spostare le forze e
organizzare gli attacchi in tutta la Siria". L'Osservatorio siriano per i
diritti umani, ong con base a Londra che conta su una estesa rete di
attivisti, ritiene che il controllo dell'Isis fosse passato da quasi il
50% del territorio siriano al 3% alla fine dell'anno scorso. Ma negli
ultimi due mesi il controllo dell'Isis è tornato al 3,7% e il gruppo
jihadista ha riconquistato 82 villaggi nel nord-ovest della Siria.
L'Isis sta utilizzando la Turchia come base per riorganizzarsi e per
minacciare nuovamente la sicurezza dell'Europa", è quanto si legge
nell'ultimo report sul terrorismo dei servizi di intelligence olandesi.
"Lo Stato islamico", si legge nella relazione dell'Aivd, "sta cercando
di riprendersi dalle sconfitte subite nell'ultimo periodo in Siria e
Iraq, riorganizzarsi e tornare nelle condizioni di riprendere la propria
battaglia per il controllo della regione".
"Per riconquistare la
forza perduta hanno deciso di utilizzare come base la Turchia che, sin
dallo scoppio della guerra in Siria, è stata il crocevia di numerosi
foreign fighters provenienti da tutto il mondo che volevano arruolarsi
nelle file del Califfato", continua il report che evidenzia come Ankara
sia più impegnata alla lotta contro i curdi turchi e siriani piuttosto
che alla lotta contro il terrorismo islamico. Negli ultimi mesi, esperti
e analisti avevano parlato di un "ritorno dell'Isis" raccontato anche
da due documenti molto dibattuti: uno delle Nazioni Unite e l'altro del
dipartimento della Difesa statunitense.
Entrambi i rapporti
avevano già contraddetto alcune affermazioni del governo Trump
sull'Isis, e avevano sostenuto che lo Stato islamico poteva ancora
contare in Siria e in Iraq su 20-30mila miliziani, tra cui molti foreign
fighters, i combattenti stranieri. Uno dei più grandi rischi
sottolineati dagli esperti è che una minore pressione militare potrebbe
permettere all'Isis di riorganizzarsi, ristrutturarsi e ritornare in
breve tempo a essere quello che era prima, o qualcosa di simile. Non
sarebbe la prima volta. L'Isis, o meglio, il gruppo antenato dell'Isis
era stato dichiarato praticamente sconfitto anche nella seconda metà
degli anni Duemila, quando una precisa strategia di counter-insurgency
adottata dagli Stati Uniti in Iraq aveva spinto molte comunità sunnite
locali a togliere l'appoggio al gruppo, indebolendolo moltissimo. Il
ritiro delle truppe statunitensi dall'Iraq aveva però cambiato di nuovo
le cose e l'ISIS aveva trovato modi, spazi e opportunità per
riorganizzarsi e diventare l'organizzazione terroristica più potente e
ricca del mondo. Fonti militari e di intelligence hanno riferito a
Reuters che, adesso che il sogno di creare un califfato in Medio oriente
è tramontato definitivamente, l'Isis ha mutato la propria strategia,
ricorrendo a una serie di offensive mirate, volte a indebolire il
governo di Baghdad. I terroristi, spiegano le fonti, si stavano già
riorganizzando prima che le autorità irachene decretassero la loro
sconfitta militare nel Paese. In particolare, in seguito alla vittoria
del leader religioso sciita Mutqada al-Sadr alle elezioni parlamentari
dello scorso 12 maggio, c'è stato un aumento nel numero di attacchi e
rapimenti nelle province di Kirkuk, Diyala e Salahuddin, le quali hanno
fatto crescere la pressione sul governo iracheno. I militanti si stanno
concentrando sulle montagne Hemrin, a nord-est del Paese, che si
estendono da Diyala, al confine con l'Iran, attraversando Salahuddin a
nord e Kirkuk a sud, fino ad affacciare sull'autostrada principale
dell'Iraq, che porta a Baghdad. I militari hanno soprannominato tale
area "il triangolo della morte". Secondo fonti militari e di
intelligence locali, in Iraq sarebbero rimasti complessivamente più di
1.000 combattenti, 500 dei quali attivi nelle aree desertiche, mentre il
resto sulle montagne. Altro punto fondante dell'Isis 2.0 è quello della
Jihad globalizzata. Insomma, il mondo come campo di battaglia. La
sconfitta in Siraq ha costretto i comandi militari del Daesh a rivedere i
propri piani, cambiando strategia e puntando ad una Jihad globale che
abbia l'Occidente come teatro di battaglia. In altri termini: come
trasformare una sconfitta territoriale in una minaccia che porta al
cuore dell'Europa.
Lupi solitari più foreign fighters di ritorno.
Ecco allora l'attivazione di cellule "dormienti", l'indicazione ai
"mujahiddin" con passaporto europeo di rientrare a casa per seminare
morte e terrore nel Vecchio continente. Secondo una ricerca condotta da
esperti del Centro di studi strategici Inss di Tel Aviv - di cui
riferisce Haaretz – nel 2018 si sono avuti in vari Paesi al mondo 292
attacchi suicidi che hanno provocato la morte complessivamente di 2.840
persone: l'Isis, malgrado le sue sconfitte militari, è rimasto ancora il
principale protagonista di questo genere di attentati avendone
realizzati direttamente o indirettamente 168, ossia il 57,5 %. In Siria e
in Iraq gli uomini del Califfo non controllano più intere porzioni di
territorio ma continuano a scomparire e ricomparire, come un fenomeno
carsico, colpendo e seminando morte e terrore. Ma nella devastata Siria
si muore anche di fame e di freddo. Le gelide temperature e le dure
condizioni di vita a Rukban, al confine sud occidentale della Siria con
la Giordania, stanno sempre più mettendo a rischio le vite dei bambini.
In solo un mese, almeno 8 piccoli – la maggior parte con meno di 4 mesi e
il più piccolo nato da solo un'ora – sono morti. A lanciare l'allarme è
Geert Cappelaere, direttore regionale di Unicef in Medio Oriente e in
Nord Africa: "A Rukban, dove l'80% delle circa 45.000 persone sono donne
e bambini, il freddo intenso e la mancanza di cure mediche per le madri
prima e durante il parto e per i neonati hanno acuito le già difficili
condizioni di vita per i bambini e le loro famiglie". Allo stesso tempo,
nella Siria orientale, le dure violenze ad Hajin nell'area di
Deir-Ez-Zor hanno causato lo sfollamento di circa 10.000 persone dallo
scorso dicembre. Un viaggio che avrebbe causato la morte di 7 bambini –
molti con meno di un anno di vita. "Senza servizi di assistenza
sanitaria solidi e accessibili, protezione e rifugi – avverte Cappelaere
-, molti altri bambini moriranno giorno dopo giorno a Rukban,
Deir-Ez-Zor e in ogni altro luogo in Siria". Morti "che avrebbero potute
essere evitate". L'Unicef chiede pertanto a tutte le parti in conflitto
e coloro che esercitano un'influenza su di loro di garantire passaggi
sicuri a tutte le famiglie alla ricerca di un luogo sicuro fuori dalle
aree di scontro e di facilitare l'accesso all'assistenza medica
salvavita per i bambini. La richiesta, inoltre, di facilitare
urgentemente l'arrivo di un convoglio umanitario a Rukban con cliniche
sanitarie mobili per distribuire aiuti e servizi salvavita. Per non
dimenticare mai che la Siria resta un inferno in terra. E nell'inferno,
l'Isis 2.0 è a casa sua.
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