Medialen Commemorazioni – l’umano disumanato


Commemorazioni – l’umano disumanato



E’ chiaro fin dai titoli che i giornali industriali sono oggettivi, equilibrati e imparziali. O così dobbiamo credere. Il Telegraph e il Mail [Posta] sono sistemi di comunicazione disinteressati; i pregiudizi dei telegrafisti e dei postini, uomini e donne, certamente non influenzano il contenuto dei messaggi che trasmettono. Il Times e il Financial Times riflettono semplicemente gli eventi chiave del nostro tempo, come ovviamente fa il Mirror [Specchio]. Il Sun [Sole] diffonde imparzialmente illuminazione a beneficio di tutta la vita sulla terra. Così come fa l’Independent, senza ombre gettate dall’oligarca russo che ne è proprietario o la pubblicità da cui dipende. L’Observer osserva e registra, un semplice Spettatore [Spectator è un altro giornale inglese – n.d.t.]. Solo il Guardian accenna a un impegno politico. Un devoto difensore dei commenti ‘liberi’ e dei ‘sacri fatti’, il titolo è comunemente inteso a indicare la determinazione del giornale ad agire da guardiano della gente comune contro interessi potenti.
E, come suggerisce il nome, l’Express è un servizio neutrale di trasmissione rapida di informazioni; dovremo guardare altrove per pregiudizi politici. Lo scorso novembre i redattori del giornale scandalistico hanno scritto:
Dalle commemorazioni nei più piccoli villaggi ai 10.000 che hanno marciato solennemente accanto al Cenotafio la nazione si è unita ieri in una travolgente manifestazione di rispetto per i caduti.
Con papaveri e silhouette di soldati, con opere d’arte sulla spiaggia e suono di campane, o semplicemente con una silenziosa riflessione, hanno onorato quelli che si sono sacrificati per le libertà che abbiamo care. Su e giù per il paese i due minuti di silenzio sono stati rispettati immacolatamente, anche se il messaggio che trasmettevano era assordante: Non dimenticheremo. Alla guida di tutto, come sempre, c’era la Regina. Ella ha vissuto lungo la maggior parte dei cento anni dall’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale e resta fedele e affidabile come sempre.’
Non c’è stato alcun accenno di pregiudizio in questa idea che la ‘nazione’ fosse unita in questa visione della Grande Guerra e della sua commemorazione. La nazione ‘si è unita’ in cerimonie guidate dai reali e dalla religione, con una concentrazione centrale – piuttosto appropriatamente – sul silenzio.
Perché questo costante accento sul ricordo silenzioso: ‘Non dimenticheremo’? Che cos’è che non dobbiamo dimenticare, e a quale scopo? Qual è esattamente il punto qui?
Ovviamente ci è chiesto di ‘ricordare’ la sofferenza e la morte dei ‘caduti’, di quelli che ‘servirono’ e si ‘sacrificarono’. Ma in realtà essi non caddero; furono abbattuti: da pallottole, bombe e baionette. Furono abbattuti da sistemi di propaganda gestiti da élite che non si fanno scrupolo di sfruttare la vulnerabilità di figli alla manipolazione patriottica, religiosa e militarista molto prima che siano capaci di autodifesa intellettuale. Furono spinti da slogan e ludibri nazionalisti, dalla minaccia del carcere, dalla minaccia delle pallottole di un plotone d’esecuzione. Nel 1895 Tolstoj osservò:
Dall’infanzia, con ogni mezzo possibile – libri scolastici, servizi religiosi, prediche, discorsi, libri, giornali, canzoni, poesie, monumenti – le persone sono intontite in un’unica direzione: il patriottismo incondizionato’. (Tolstoj, ‘Writings of Civil Disobedience and Non-Violence’, New Society, 1987, pag. 95).
E come ha spiegato lo psicanalista Erich Fromm sulla base di decenni di ricerche:
‘L’individuo medio non si permette di essere consapevole di pensieri o sentimenti che siano incompatibili con gli schemi della sua cultura e dunque è costretto a reprimerli’. (Fromm, ‘Beyond The Chains Of Illusion, Abacus, 1962, pag. 120).
Lo psicologo Stanley Milgram ha concordato, indicando:
L’individuo spesso considera l’autorità come una forza impersonale, i cui dettati trascendono i meri desideri o aspirazioni umani. Chi ha l’autorità acquisisce, per alcuni, un carattere sovrumano’. (Milgram, ‘Obedience to Authority’, Pinter & Martin, 1974, pag. 162).
Milgram ha concluso, a proposito dell’individuo moderno:
La cultura ha mancato, quasi del tutto, di inculcare controlli interni su azioni che hanno la loro origine nell’autorità’. (pag. 164).
Questa è la realtà dietro l’affermazione che i ‘caduti’ si sono ‘sacrificati per le libertà che ci sono care’. Si sono ‘sacrificati’ per difendere un sistema che attacca la libertà dei giovani di pensare di testa loro nel contestare le idee di ‘autorità’ su questioni chiave che affrontiamo da esseri umani.
Si consideri, come ulteriore esempio, la religione. Un bambino, naturalmente, non ha la più remota idea del significato della parola “Dio” che compare con tanta evidenza in tempi ci “commemorazione”. E tuttavia innumerevoli società in tutta la storia hanno dato per scontato che i bambini dovrebbero essere esposti all’educazione fin dai primissimi anni per assicurare che diventino ‘buoni’ cristiani, mussulmani, indù, ebrei e buddisti. Quale strano, eretico genitore incoraggerebbe il bambino a pensare, sentire e decidere con la sua testa riguardo a questi problemi, a considerare idee differenti su come meglio relazionarsi all’esistenza, come meglio sperimentare amore, verità e piacere?
Genitori orgogliosamente irreligiosi non dovrebbero vantarsi troppo. I loro figlioletti che godono dell’innato piacere di non essere competitivi sono addestrati giusto altrettanto fanaticamente all’ambizione – a esultare nell’essere i primi della classe, a disperarsi a essere gli ultimi, a frequentare l’università migliore, a ottenere i posti di lavoro migliori con i migliori stipendi – prima ancora che il bambino abbia una qualsiasi idea della posta in gioco, di che cosa ha da perdere. Quale scuola esplora la filosofia mistica dell’essere senza scopo, l’assoluta estasi di vivere il momento, paragonando ciò alla tensione straziante del vivere orientati all’esame, al ‘successo’ che subordina il momento presente a qualche momento futuro ritenuto molto più importante? Chiunque capisca che la religione è fondamentalmente interessa a identificare e ad abbandonare l’ego ambizioso sa che anche questa è una forma di indottrinamento politico.
Sul Guardian la giornalista Suzanne Moore ha scritto delle cerimonie di ‘commemorazione’:      
‘L’atto del ricordare è importante perché ciò che ci distrugge è dimenticare’.
Davvero? Arriviamo più vicini alla verità quando correggiamo l’osservazione della Moore che: ‘Guerre terribili stanno oggi avendo luogo che nessuno pensa possano finire’. La realtà, ovviamente, è che guerre terribili stanno oggi avendo luogo cui nessuno pensa per nulla; su cui nessuno pensa, scrive o di cui si cura.
‘Non vi importa dello Yemen?’ ha chiesto la Moore come esempio di ‘segnare un punto politico meschino’ in un momento nel quale dovremmo tutti essere uniti nel ‘ricordo’. In realtà questa è stata la sesta volta, da quando la guerra è iniziata nel 2015, in cui la Moore ha citato la parola ‘Yemen’ in un suo articolo sul Guardian (ricerca nell’archivio giornalistico ProQuest, 15 gennaio 2019); tutte le volte si è trattato delle citazioni più brevi possibili, di passaggio. La Moore non ha offerto nemmeno un solo commento sostanziale sulla natura del conflitto, sul pedaggio di morti civili, sul ruolo della Gran Bretagna nel condurre una guerra realmente devastante contro un paese impoverito, colpito dalla carestia.
E questo sbugiarda l’intera concentrazione sul ‘ricordo’. Non è ‘dimenticare’ che distrugge ‘noi’; è un livello di propaganda, mendacia e indifferenza al servizio del potere che distrugge ‘loro’ in misura schiacciante, mentre ‘noi’ sappiamo poco o nulla di ciò che sta succedendo. Non c’è rischio che noi dimentichiamo, perché noi non sappiamo. Non sappiamo perché il giornalismo è stato trasformato in un altro prodotto industriale in cui le celebrità degli operatori dei media vendono il proprio ‘marchio’ di giornalisti senza rischiare il loro tenore di vita privilegiato pestando piedi importanti.

Un paese che non è tuo ha bisogna che tu uccida e sia ucciso
I ‘caduti’ furono spinti da una versione fantasticamente distorta del mondo, calcolata per fabbricare il loro consenso. L’implicazione è inevitabile: le scelte da loro compiute non furono scelte libere.
Nel 1931 Winston Churchill fece notare ‘la reputazione dell’impero britannico di forza valoroso e benigna nella storia dell’umanità’ (citato, Mark Curtis, ‘The Ambiguities of Power’, Zed Books, 1995, pag. 1). Churchill in seguito descrisse ‘ciò che è chiamato colonialismo’, come ‘far progredire razze arretrate e aprire le giungle’ (pag. 5). Come ogni altro egli era stato ‘cresciuto a sentirsi orgoglioso di ciò che avevamo fatto’.
Lo storico Mark Curtis ha un punto di vista diverso:
‘Per quanto riguarda la promozione dei principi citati più sopra – pace, democrazia, diritti umani e sviluppo economico del Terzo Mondo – gran parte della storia della Gran Bretagna è imbarazzante virtualmente secondo qualsiasi parametro’.
La Gran Bretagna ‘ha guidato il mondo a schiavizzare quello che oggi è noto come Terzo Mondo mediante una serie di massacri umani e di conquiste militari prima di istituire un imperialismo economico che ha imposto una schiavitù virtuale (e reale) a decine di milioni di persone usandone contemporaneamente le risorse per l’arricchimento della Gran Bretagna’ (pag. 5).
Nel novembre del 1935 il general maggiore Smedley D. Butler offrì una rara onesta idea del ruolo dell’esercito dell’occidente:
Ho passato trentatré anni e quattro mesi in servizio attivo da membro della forza militare più agile del nostro paese, il Corpo dei Marine… E durante tale periodo ho passato la maggior parte del mio tempo da uomo forte di alta classe al servizio della grande industria, di Wall Street e dei banchieri. In breve sono stato un delinquente per il capitalismo.
Così ho contribuito a rendere il Messico, e specialmente Tampico, sicuro per gli interessi petroliferi statunitensi nel 1914. Ho contribuito a fare di Haiti e Cuba un luogo decente perché i ragazzi di National City vi riscuotessero entrate. Ho contribuito a purificare il Nicaragua per la società bancaria internazionale dei Brown Brothers nel 1909-1912. Ho portato luce alla Repubblica Dominicana per gli interessi statunitensi dello zucchero nel 1916. Ho contribuito a rendere l’Honduras ‘giusto’ per le compagnie statunitensi della frutta nel 1903. In Cina, nel 1927, ho contribuito ad assicurare che la Standard Oil non incontrasse ostacoli.’ (Butler, citato da Sidney Lens, ‘The Forging of the American Empire’, Pluto Press, 2003, pagg. 270-271).
Quando gruppi di potenti egotisti violenti si scontrano nel perseguimento dell’impero, una violenza estrema è inevitabile. Questo è essenzialmente ciò che accadde nella Grande Guerra, in cui nel 1914 rimase ucciso un inglese di età tra i 19 e i 22 anni su tre.
Naturalmente, quando si scontrano élite sfruttatrici, al pubblico viene detto: ‘Siamo in guerra!’ Ciò che era cominciato come stupro e saccheggio, come ‘aprire le giungle’, è magicamente trasformato in una nobile causa. A quel punto era fuori questione che le élite insistessero: ‘Noi siamo in affari’ oppure ‘Noi stiamo conducendo una conquista per arricchirci’. Il bottino non è condiviso allo stesso modo in cui sono condivise le uccisioni e le morti. Ma quando i ladri violenti del potere statale incontrano la resistenza di ladri di altri stati ‘Noi siamo in guerra!’, ‘La nazione è in guerra!’ e dunque ‘Il tuo paese ha bisogno di te!’
Improvvisamente è il ‘nostro’ paese! Le mega multinazionali, banche e la classe dell’élite che ne è proprietaria si rivolgono fantasiosamente a noi e così il ‘nostro’ paese ha bisogno di noi!
Nel 1937 lo scrittore anarchico Rudolf Rocker commentò:
‘L’amore per la propria nazione non ha mai impedito all’imprenditore di usare manodopera straniera se era più economica e gli garantiva profitti. Che il suo stesso popolo sia danneggiato da ciò non gli interessa per nulla; il profitto personale è il fattore decisivo in tal caso e i cosiddetti interessi nazionali sono presi in considerazione solo quando non in conflitto con quelli personali’. (Rocker, ‘Culture and Nationalism’, Michael E. Coughlan, 1978, pag. 261).
Si consideri, ad esempio, il comportamento dei capitalisti tedeschi dopo la Grande Guerra:
‘Non è mai passato loro per la mente che al fine di salvare il resto della nazione da una disperazione impotente e dalla miseria dopo la guerra loro potessero accontentarsi di profitti minori. Hanno rubato tutto ciò su cui hanno potuto mettere le mani, mentre la nazione si cibava solo di pane secco e patate e migliaia di bambini tedeschi morivano di denutrizione. Nessuno di questi parassiti si è mai curato che la loro avidità incontrollata consegnava l’intera nazione alla distruzione. Mentre i lavoratori e la classe media delle grandi città perivano in miseria, Stinnes diventava il proprietario di ricchezze favolose. Thyssen, che prima della guerra aveva circa duecento milioni di marchi oro, oggi è il proprietario di una fortuna di un miliardo di marchi oro e gli altri rappresentanti dell’industria pesante tedesca si sono arricchiti nella medesima misura’. (Rocker, pag. 264).
Come rivela con ancor maggiore chiarezza la moderna crisi del cambiamento climatico, gli egoisti del sistema non si curano granché neppure di sé stessi, figurarsi della ‘nazione’. Persino mentre tali interessi hanno mosso governi a invadere Iraq e Libia per conquistare il controllo delle risorse petrolifere, gli interessi dei combustibili fossili, le industrie più potenti del mondo, hanno condotto una campagna di propaganda senza freni contro la loro stessa popolazione nazionale per impedire che comprendesse la reale gravità del disastro climatico.
Questa settimana il Guardian ha scritto che Brad Lister, docente di biologia alla Rensselaer Polytechnic University negli Stati Uniti, è tornato nella foresta pluviale portoricana dopo 35 anni. Lister ha scoperto che il 98 per cento degli insetti terrestri era scomparso: ‘Il responsabile di gran lunga più probabile è il riscaldamento globale. Lister ha commentato:
‘E’ stato semplicemente sbalorditivo… E’ stato un vero collasso delle popolazioni degli insetti in quella foresta pluviale. Abbiamo cominciato a renderci conto che questo è terribile, un risultato molto, molto inquietante’.
Ha aggiunto:
Stiamo essenzialmente distruggendo gli stessi respiratori automatici che ci consentono di sostenere la nostra esistenza su questo pianeta, assieme a ogni altra forma di vita sul pianeta. E’ semplicemente orripilante vederci decimare il mondo naturale in questo modo’.
Questo fa seguito a ricerche del 2017 che hanno scoperto che il 75 per cento degli insetti volanti nelle riserve naturali tedesche era scomparso nei precedenti 25 anni. Il professor Dave Goulson della Sussex University ha avvertito:
‘Risultiamo rendere vasti tratti di terreni inospitali per la maggior parte delle forme di vita e attualmente siamo sulla via di un Giorno del Giudizio ecologico. Se perdiamo gli insetti, allora tutto crollerà’.
La risposta: l’anno scorso le compagnie aeree del mondo hanno trasportato 4,3 miliardi di passeggeri, 38 milioni in più rispetto all’anno precedente. In un momento in cui sono disperatamente necessarie riduzioni rapide e massicce, le emissioni globali di carbonio hanno raggiunto un massimo assoluto, in crescita del 2,7 per cento dopo un aumento dell’1,6 per cento nel 2017. Non sorprendentemente, i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera hanno raggiunto anch’essi un massimo assoluto nel 2018: 410 parti per milione (ppm). Il giornalista scientifico Peter Gleick ha commentato su Twitter:
‘L’ultima volta che gli esseri umani hanno sperimentato 410 ppm è stata… mai. Mai. Gli umani non erano ancora evoluti’.
I media industriali di tutto il mondo a volte hanno riferito questi sviluppi terrificanti, ma essenzialmente hanno sempre scrollato le spalle: la concentrazione sul consumismo, l’intrattenimento e l’indifferenza prosegue immutata. Persino ora, con scienziati che ammoniscono di un’’emergenza climatica’, di una catastrofe imminente e persino dell’estinzione dell’umanità, gli interessi industriali proseguono la loro campagna di negazionismo, anche se sono in gioco persino le loro stesse vite e quelle dei loro figli.
Queste sono essenzialmente le stesse forze, mosse dagli stessi obiettivi, che per centinaia di anni hanno costruito imperi sulla sofferenza dei più deboli e degli animali in tutto il mondo. Notevolmente, emerge che nel 1914-18 e nel 1939-1945 uomini e donne comuni uccisero e morirono per difendere uno status quo che, nel giro di pochi decenni, avrebbe portato l’umanità sull’orlo dell’estinzione.
Chi, reso pienamente consapevole anche solo di una parte di questa realtà, sarebbe stato disposto a combattere per l’Impero Britannico contro l’Impero Tedesco nel 1914-18? Chi sarebbe stato disposto a vivere l’oscenità di uccidere un altro essere umano – di mutilare, bruciare vivi, fare a pezzi; di essere mutilato, bruciato vivo, fatto a pezzi – per questa causa?
Non sorprendentemente ci viene detto in termini indubbi che la ‘rispettabilità’ richiede che la ‘commemorazione’ di questo inganno di massa, di questa capitolazione di massa a illusioni autodistruttive, richiede non una discussione razionale e aperta, bensì un solenne silenzio. Dobbiamo ‘ricordare’ silenziosamente, riflettere tristemente, ringraziare quietamente i ‘caduti’ che ‘si sono sacrificati per le libertà che ci sono care’, ma che non possediamo.
L’enfasi sul silenzio serve a uno scopo; è utilizzata per suggerire che una dolorosa contestazione è un insulto alla ‘memoria’ dei morti. Come se una memoria potesse essere insultata. Come se mai i morti potessero essere insultati. Come se rispondere con banalità e inganni patriottici non fosse considerato un insulto da chi fu ucciso da essi.
Fin troppi di noi si sono chinati alla richiesta di silenzio dell’’autorità’. Il risultato difficilmente potrebbe essere più catastrofico. Erich Fromm lo comprese con stupefacente chiarezza:
‘Questo atteggiamento dell’umano disumanato – della persona che non si cura, della persona che non solo non è il custode di suo fratello ma neppure il custode di sé stessa – questo atteggiamento caratterizza l’uomo moderno’. (Fromm, ‘On Being Human’, Continuum, 1997, pag. 29).          

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Originale: http://www.medialens.org/index.php/alerts/alert-archive/2019/890-remembrance-the-dehumanised.html
traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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